Si può ridere di Dio? / 3

Ricordiamo tutti l’orbo monaco che, ne Il nome della rosa, avvelena quanti si avvicinano alle pagine dove Aristotele difende la commedia e il riso. E’ proprio vero che la tristezza intossica… ma sulla veridicità di questa visione storica che vuole un Medioevo cupo, tristo e penitente ci sarebbe molto da discutere. Eric Auerbach, nel suo immortale studio Mimesis, ha documentato che la struttura portante della narrativa cristiana, a partire dai Vangeli, è proprio la commedia… non la tragedia. E Dante ne è la pietra miliare. Lo affianca il prologo che Francois Rabelais – frate francescano (a suo modo), monaco benedettino (a suo modo), parroco diocesano (a suo modo) – antepone al Gargantua et Pantagruel. Altrettanto si potrebbe dire per il suo predecessore padano, Teofilo Folengo. La tradizione del grottesco e del caricaturale crebbe febbrilmente in Occidente, dalle statue gotiche alle pagine di Flannery O’Connor. La mesta vulgata dirà: ovvio, per contrapposizione. Fosse pure, il fatto è che la tradizione comico-grottesca crebbe qui, crebbe come non avvenne altrove. Prolificò qui l’umorismo religioso, un umorismo anche dissacrante. Le barzellette più sconce girano in sacrestia. Come si rapporta, allora, Dio con il ridere? Una possibile risposta in questi versi di un grande poeta irlandese…

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PATRICK KAVANAGH, Una visione di Dio e del Diavolo
(
A View of God and the Devil
)

Ho incontrato Dio Padre sulla strada
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
divertente,
sperimentale,
irresponsabile –
sulle frivolezze.
Non era un uomo che vorrebbe essere eletto al Consiglio
né impressionerebbe un vescovo
o un circolo di artisti.

Non era splendido, spaventoso o tremendo
e neppure insignificante.
Questo era il mio Dio che fece l’erba
e il sole
e i ciottoli nei ruscelli in aprile;
questo era il Dio che ho incontrato
in una vecchia cava colma di denti-di-leone.
Questo era il Dio che ho incontrato a Dublino
mentre vagavo per strade inconsapevoli.

Questo era il Dio che covò sui campi erpicati –
di Rooney – accanto alla statale Carrick
il giorno che i miei primi versi furono stampati –
io lo conobbi e mai ebbi paura
di morte o dannazione
e seppi che la paura di Dio era il principio della follia.

Il Diavolo
anche il Diavolo ho incontrato,
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
solenne,
noioso,
conservatore.
Era l’uomo che il mondo eleggerebbe al Consiglio,
sarebbe nella lista degli invitati al ricevimento di un vescovo,
assomigliava a un artista.

Era il tizio che scrive di musica sui quotidiani
andava in collera quando qualcuno rideva;
era grave su cose senza peso;
dovevi fare attenzione al suo complesso d’inferiorità
perché era consapevole di non essere creativo.

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E quindi, si può ridere di Dio? Colpisce che il primo aggettivo scelto da Kavanagh per descrivere il “suo” Dio sia proprio amusing (divertente) in opposizione a quel povero diavolo che «andava in collera quando qualcuno rideva». Perché rideva di lui, probabilmente. Il Dio Padre di Kavanagh è un Dio autoironico. Non è possibile ridere di lui semplicemente perché è lui il primo a ridere di se stesso. Non si può ridere di Dio semplicemente perché si può ridere solo con lui. Proprio perché così prolificamente creativo (egli “cova” i campi come una chioccia) e fantasioso, immagino che egli inventi pure un sacco di storielle su se stesso. Il sigillo della creatività onnipotente è l’umiltà (umile, yet not insignificant!). E, fra tutte, l’autoironia è la forma di umiltà più bella. L’autoironia è una forma di umiltà così autentica che proprio non ci riesce, a prendersi sul serio.