Identità

Mi è capitato più volte durante la scorsa estate di fermarmi davanti questa scultura o vicino ad altre due, più o meno simili, in bella mostra sul lungomare della mia città. Il motivo per cui anche semplicemente passeggiando o passando in macchina era possibile osservarle è perché nel panorama degli eventi e delle attività culturali previste dal Comune di Reggio Calabria per l’estate 2007 vi era anche la mostra di Rabarama, all’interno di villa Genoese Zerbi, storico edificio già ai tempi della passeggiata d’annunziana.

Rabarama, nome d’arte di Paola Epifani, è una pittrice e scultrice nata a Roma, figlia d’arte, che sin da piccola ha dato prova del suo talento, partecipando a soli dieci anni ad una mostra a livello internazionale e divenendo, a partire dalla metà degli anni ’90 del secolo scorso, una delle artiste italiane contemporanee più apprezzate in Italia e all’estero. Attualmente vive e lavora a Padova. Ho avuto modo di visitare la sua mostra presso villa Zerbi e vorrei provare a spiegare la mia impressione, quella ricevuta dalla scultura riportata, in particolare.

Perché ogni volta non riuscivo a fare meno di fissarla? Perché tutte le volte, scorgendola da lontano o passandoci vicino, dovevo soffermarmi, anche un solo istante? Ho notato per la prima volta questa figura enorme di sera. E la sera, d’estate, più o meno ad ogni ora, il nostro lungomare è sempre particolarmente affollato; tra l’altro, proprio nelle vicinanze del punto in cui era stata collocata la scultura è possibile gustare uno dei gelati più buoni della città, per cui ho associato la folla al caldo e al gelato. Ma non capivo come mai, nel senso che non mi era mai capitato, neppure durante la fiacca estiva, di vedere così tanta gente all’interno, addirittura, di un’aiuola (la scultura sorgeva in mezzo al prato), e non capivo il perché di cosi tanti flash, quelli delle macchine fotografiche di coloro che avvicinandosi alla base dell’opera ne approfittavano per immortalarsi ai piedi della scultura. Anch’io non ho resistito. Ormai a pochi passi, ricordo, ho subito sentito il bisogno di toccarla. Si capiva che non era in marmo. Avvicinandomi l’impressione era fosse stata realizzata in gesso, mentre da lontano avevo la sensazione di qualcosa di morbido, di una figura gonfiabile, come se toccandola avessi potuto affondarvi le dita. Un po’ come quei palloncini di varia forma e colore che i genitori comprano alle bancarelle ai bambini durante le feste patronali, quelli gonfi di elio, che poi vengono puntualmente legati al polso o ai passeggini per evitare che volino e che i figli scoppino in un pianto disperato, mentre con gli occhi al cielo li guardano allontanarsi. L’ho sfiorata più volte, come tanti, accarezzandola quasi. Mi appariva triste. Anzi no, era triste. E forse è per questo che mi piaceva così tanto. In modo un po’ infantile ho persino pensato che sarebbe stato bello se avessero deciso di lasciarla lì anche dopo la fine del periodo di permanenza della mostra, perché ormai quello era il suo posto, al caldo e al freddo, perché noi cittadini ci saremmo abituati a lei e lei a noi. Adesso è un po’ di giorni che non passo da lì; la permanenza della mostra è stata poi prorogata e sarei felice se ci fosse ancora.

Ho iniziato così a documentarmi su questa artista, fino a quel momento sconosciuta. Ho letto che Rabarama definisce le sue sculture uomini-rettile, in quanto figure che si presentano come attorcigliate, che sembrano costantemente contorcersi e frutto dell’esigenza dell’autrice di misurarsi con specifici temi, come il destino e il libero arbitrio. Rabarama nega il libero arbitrio ed è convinta che tutto sia già stabilito, che ci sia una predestinazione in tutte le cose e ciò che, soprattutto, intende trasmettere attraverso le sue opere è la difficoltà, sempre più grande, per ogni uomo di rimanere in vita, sostenendo che la volontà di vivere condiziona ogni funzione dell’esistenza. Per Rabarama tutto è programmato, tutto è regolato da un rapporto causa-effetto, come se il mondo, la vita non fosse altro che un gioco di incastri, una sorta di puzzle in cui ogni parte trova una collocazione ben precisa nel tempo e nello spazio. E leggendo inizialmente anche la brochure stessa messa a disposizione dei visitatori della mostra ho capito che la tristezza avvertita in fondo era vera e che Rabarama di proposito fa sì che i suoi soggetti siano privi di espressività ed abbiano uno sguardo assente, perché quella assenza è in realtà sinonimo di ricerca, di ricerca del senso, del perché della propria esistenza. E in attesa di trovarlo le sue figure si sentono come prigioniere. Osservando bene la scultura si possono notare come dei riquadri, all’interno dei quali vi sono delle lettere: ogni riquadro dovrebbe corrispondere ad un frammento della realtà, nel quale, così come in ogni essere umano, è contenuto il mistero del principio originario, da cui la trasformazione; le lettere indicano, invece, il vincolo del linguaggio. E’ questa questione dell’identità, che è stato poi anche il titolo della mostra, ad avermi fatto riflettere. Non condivido il pensiero di Rabarama in quanto a libero arbitrio, destino, ecc., ma forse, lo scrivo con un pizzico di timidezza, a volte mi sento un po’ come quella scultura. Cerco di non assumere proprio quella posizione, poiché immagino starei scomoda, ma mi capita talvolta di soffermarmi anch’io, con la fronte alle ginocchia e di guardare in basso, perché se in quel momento guardassi avanti probabilmente non riuscirei a vedervi granché. Mi capita, a volte, di sentirmi un po’ scoraggiata, di sentire che anche l’ultimo barlume di speranza sta per affievolirsi.

Ma la differenza tra me e Rabarama forse non consiste soltanto nel fatto che io non saprei creare qualcosa che abbia forma dignitosa neppure con la plastilina, ma consiste anche nella forza della fede, quella per cui se da una parte è vero che talvolta mi scoraggio, dall’altra lo è altrettanto il fatto che il prendere coscienza del mio “essere” proprio attraverso quel momento di insicurezza e di fragilità mi permette di ritrovare la forza di cui ho bisogno per risollevarmi e riprendere a guardare avanti. Questa riflessione sull’identità mi ha riportato, inoltre, a certe altre considerazioni di pirandelliana memoria, ancor prima di scoprire che la stessa Rabarama ha scolpito una figura intitolata Uno, nessuno, centomila, proprio come l’omonimo e famoso romanzo di Luigi Pirandello. Anche in Pirandello, ricordiamo, la disgregazione dell’io, il contrasto tra la vita e la forma, il bisogno di ogni uomo di dare sfogo al proprio essere e nel contempo l’impossibilità, o meglio l’incapacità, di farlo porta i suoi personaggi a nascondersi dietro concetti, dietro ideali, dietro strutture che spesso contribuiscono ad offuscare la loro vera identità e che, proprio per l’incapacità di scoprirla, li rendono diversi da quello che in realtà sono o potrebbero essere. Nel linguaggio filosofico col termine identità si intende, invece, ciò che rende un’entità definibile, riconoscibile, perché possiede un insieme di qualità, di caratteristiche che la distinguono da altre entità, ciò che, in altri termini, rende due cose uguali o diverse. Ma per noi non è proprio così. E probabilmente Rabarama questo lo ha percepito.

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