[Report] Officina di aprile 2017

La catastrofe nelle storie

Andrea

La catastrofe, lo diceva bene l’editoriale, “disattiva” la volontarietà, ha a che fare con la categoria degli “eventi”: accade qualcosa per cui la tua volontà, indirizzata verso un fine, viene sviata o del tutto azzerata.
C’è un regista che forse più di altri ha realizzato un cinema “catastrofico”, ed è Blake Edwards. Tutti i suoi film parlano di eventi (e di personaggi) “catastrofici”, qui vediamo la famosa scena del castello distrutto da Peter Sellers tratta dal suo capolavoro Hollywood Party.

Qui la catastrofe è doppia: da una parte il castello viene distrutto nel modo e momento sbagliato, dall’altra il produttore, nel momento in cui vuole eliminare dal mondo del cinema l’autore del disastro, finisce per inserirlo nella lista dei suoi invitati più intimi e importanti: si porta il “nemico” in casa sua, a rischio (sicuro) della devastazione della propria casa (e vita). Una devastazione forse provvidenziale, visto che tutto il film in realtà parla di un mondo corrotto (Hollywood) in cui un uomo puro (Peter Sellers) fa irruzione, generando lo scompiglio e catastrofi a ripetizioni. Catastrofe come dramma, comicità e elemento di spiazzante ripartenza di una possibile speranza.

Altro esempio di catastrofe, in questo caso per mostrare l’efficacia con cui l’artista ne rappresenta la subitaneità più drammatica: i versi di “Mi ritorni in mente” di Battisti-Mogol:
Quella sera ballavi insieme a me
E ti stringevi a me
All’improvviso, mi hai chiesto “lui chi è?”
“lui chi è?”
Un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso
Il nostro amor dissolversi nel vento
Ricordo, sono morto in un momento

L’innamoramento, ma soprattutto il “tradimento”, come catastrofe tragica, ben sottolineata dall’inversione cupa, livida e drammatica del ritmo della melodia nel momento culminante.

Infine la catastrofe come momento di caduta, totale, violenta ma da quale si può risalire, magari scoprendo che il nemico può rivelarsi l’unica speranza rimasta. Così scrive Tolkien, che di eu-catastrofi se ne intende, nella pagina del romanzo in cui il mago Gandalf precipita avvinto dalle spire del mostruoso Balrog ma poi, aggrappandosi ad esso, trova il modo per risalire e tornare alla vita.

Dante

La catastrofe come un ripiegarsi e disattivarsi dell’intenzionalità dei personaggi, di fronte all’irrompere degli eventi. L’abisso della catastrofe rende inattivo il protagonista tragico.
Shakespeare, Amleto; Pirandello, Il fu Mattia Pascal; Nietzsche, La nascita della tragedia. Tutti i testi (e qualcosa in più) disponibili qui: Officina Catastrofe Dante

Margherita

Valerio

Una breve riflessione sulle profezie autoavverantesi, ovvero su come l’annunciazione della catastrofe divenga il presupposto della catastrofe stessa, attraverso il racconto La casa dell’agonia (L. Pirandello) e le tre streghe di Macbeth (W. Shakespeare). Conclusione sul gioco tra artista e fruitore nel creare una ‘attesa della catastrofe’ che ci consente di presagire e ingigantire il momento topico, un po’ come avviene nel racconto L’evasione di Arsène Lupin (M. Leblanc), nel quale il celebre ladro riesce a fuggire di prigione proprio convincendo tutti della sua imminente fuga.

Paolo – Il colpo di grazia

Nel corso di questo intervento ci siamo soffermati sul racconto Rivelazione della scrittrice Flannery O’Connor (i passi letti sono disponibili qui: Rivelazione), nel quale troviamo gli elementi base della catastrofe. Tutto comincia in una sala d’attesa medica (catastrofe come attesa), luogo perfetto per far montare la molla del climax, e nella tragicomica lotta di sguardi tra la signora Turpin e la giovane Mary Grace. L’apice esplode violento e imprevisto (catastrofe come evento indipendente dalla volontà), prima come colpo fisico e poi come colpo verbale-morale; ma la catastrofe è quanto segue, ossia le conseguenze dell’assorbimento di quel colpo, che minaccia di sovvertire ogni ordine (catastrofe come capovolgimento). Per usare i versi del poeta Czeslaw Milosz, assistiamo a «nobili propositi del tutto compromessi, / ridicolizzazione delle più alte idee su se stessi, / la loro vita come un’onda quando monta e si frantuma a riva…». Da un piano meramente quotidiano la O’Connor ci fa trapassare nientemeno che in un piano mitologico-biblico (la catastrofe individuale come catastrofe universale). Quella che accade è un’autentica apocalisse (Revelation, titolo originale del racconto, è l’equivalente de greco apokalypsis > apò-kalyptein = non-celare). L’apocalisse individuale della signora Turpin è lo svelamento di quello che non si osa ammettere, ossia lo scambio di ruoli tra l’Io e dio (catastrofe come rivelazione). In questo senso il “colpo” scatenante si rivela essere stato un autentico “colpo di grazia”. Possiamo inoltre capire che il senso del libro biblico dell’Apocalisse non è quello di raccontare il peggiore dei mondi possibili (ruolo proprio, invece, della distopia > ossia dell’utopia umana fallita), ma di rivelare il senso ultimo di questo mondo. In questo senso tutta la narrativa di Flannery O’Connor è non tanto catastrofica, semmai apocalittica.