Crossroads: il crocevia nella canzone Usa

Tracy ChapmanC’è una figura che ricorre continuamente nella canzone americana: è il crocevia. Dinanzi a un incrocio sosta una “voce” storica come quella del bluesman Robert Johnson, altrettanto fanno Tracy Chapman, Tom Waits e i Doors, il crocevia è superato da Bruce Springsteen. Quali significati simbolici cattura la figura del crocevia? Perchè si sosta? Cosa si è costretti a scegliere? A cosa bisogna rinunciare? Abbozziamo una prima ipotesi: il crocevia è così indispensabile alla canzone a stelle e strisce  innanzitutto perchè la cultura americana percepisce se stessa – e si rappresenta – come essenzialmente binaria: bene o male, inferno o paradiso, bianco o nero, dannazione o salvezza. Ma la figura del crocievia – che riccore anche nella letteratura o nella poesia, si pensi alla celebre The road not taken di Robert Frost o ai racconti di Nathniel Hawthorne e Washington Irving –  dà una rappresentazione plastica anche della profonda contraddizione che abita l’identità Usa. La cultura americana è essenzialmente un incrocio (mai risolto, sempre conflittuale) tra la cultura bianca e quella afro-americana (con il grande rimosso: la cultura indiana).

Franco Minganti ha studiato i significati simbolici del crocevia, il senso di indecisione, di sospensione dinanzi a due possibilità opposte, a due forze che si combattono e si escludono a vicenda: “Il crocevia è segnato dalla transitorietà di ciò che vi accade; chi lo percorre, o meglio ancora chi lo “abita”, è un viaggiatore di qualche genere, ben vicino alla condizione dello sdradicamento”.

Ma se pensiamo il crocevia non solo come il luogo in cui si diramano due strade opposte, ma anche come lo spazio di massima con-penetrazione tra due poli, scopriamo che l’incrocio appartiene profondamente alla cultura afro-americana, e in particolare a una delle sue massime espressioni: lo spiritual. Ancora Minganti: “Per lo spiritual è pressocché impossibile rintracciare uno statuto formale univoco: esso incarna nelle sue diverse forme tutta l’ambiguità che ne ha caratterizzato la genesi; occupando lo spazio tensionale all’interno dei due poli bianco/nero ne ha riprodotto le istanze di africanità e viceversa di occidentalità. Laddove il blues è scrittura, presenza individuale, lo spiritual è invece socialità.”  Non a caso James H. Cone – tra i massimi esponenti della teologia nera – scrive che lo spiritual è comunità: grazie al canto i neri “costruirono nuove strutture per l’esistenza in una terra straniera”. Cristianesimo trasposto nella ritualità africana, pratica di liberazione all’interno di un regime di schiavitù, affermazione della gioia di vivere in una società che istituzionalizzava il linciaggio, sdoppiamento del linguaggio ufficiale in codice cifrato, esaltazione del ritmo e della sua dimensione estatica (il ritmo è “il principio spirituale che organizza la vita dell’africano” – Angela M.S. Nelson): lo spiritual è tutto questo. “Il Cristianesimo – dice ancora Minganti – fu per il nero esperienza di oralità e di gestualità: si fece dialogo, preghiera, canto, urlo, danza, esorcismo, ritmo della sacralità e del magico della vita”. Negli spiritual l’opposizione che si apre è quella tra questa vita (e la trama di dolore che la attraversa) e la liberazione, tra la schiavitù e la rottura escatologica, tra la schiavitù e la comunità dei santi in marcia, tra l’ora attuale e “il giorno migliore che sta arrivando”.

“Non più vendita all’asta per me/ non più misura di granoturco per me/ non più cento frustate per me”. (Many thousand go)

“Guardo a Est e guardo a Ovest/ Oh ruoto a destra e ruoto a sinistra”. (Praise, member)

“La tromba suona nell’altro mondo splendente/ chiamano il mio nome e devo andare”. (I hear from heaven today)

Nell’incrocio “spiritual” una strada conduce alla liberazione, l’altra consegna alla dannazione: “Il vecchio satan è un vecchio indaffarato/ rotola pietre sul mio cammino (he roll stones in my way)/ Padron Gesù è il mio amico del cuore/lui le allontana dal mio cammino”. (Come go with me).

Le strade del Blues

La più celebre codificazione del motivo dell’incrocio nel blues la si deve a Robert Johnson. “Sono andato al crocevia sono caduto in ginocchio/ sono andato al crocevia sono caduto in ginocchio/ ho chiesto al Signore lassù abbi pietà risparmia il povero Bob ti prego”. Qui l’alternativa – drammatica – è tra la sopravvivenza e la sparizione, come svelano i versi finali del brano: “correte correte al mio amico il povero Willie Brown/ Signore sono al crocevia e mi sa che sono sul punto di sprofondare”. Come ha messo in evidenza Luigi Monge, nel brano trova espressione il topos della invisibilità del nero, uno dei portati più ricchi della cultura afro-americana (si pensi al romanzo Invisible man). L’incrocio si traduce nell’urgenza del movimento, della fuga: “Devo continuare ad andare/ devo continuare ad andare/ i blues cadono come grandine/ i blues cadono come grandine/ e i giorni continuano a tormentarmi/ c’è un segugio infernale (hellhound) sulle mie tracce/ un segucio infernale sulle mie tracce” (Hellhound on my trail), dove il segugio infernale è una trascrizione simbolica dei cani che venivano lanciati sulle tracce dei neri in fuga.

Quella linea sottile

Anche il rock ha frequentato la figura dell’incrocio, spesso radicalizzandola. La tensione è tra vita e morte, al crocevia o lungo la strada si uccide (“ho sparato a un uomo a Reno soltanto per vederlo morire – Folsom Prison Blues di Cash) o si viene uccisi (ancora Cash, Give my love to Rose)

Bruce Springsteen ha dato nel brano Straight time una delle rappresentazione più potenti della sospensione, dell’indecisione che tormenta l’individuo che deve scegliere tra due “opzioni” esistenziali. Il protagonista del brano “nell’oscurità prima della cena” sente “una fredda smania” di buttarsi oltre quella linea sottile, è “stufo di rigare diritto”. L’uomo è stato in carcere, ne è uscito. Se in prigione credeva di non farcela (“otto anni al fresco/ pensi proprio di morire/ ma ci si abitua a tutto/ presto o tardi diventa la tua via”), in realtà ne ha appreso il codice di sopravvivenza. Ora è intrappolato nella casa, nella stabilità: si ferma sul portico – una delle figure più presenti nella poetica di Springsteen – sulla soglia di casa, sul limite tra il mondo di fuori (e dell’illegalità) che lo alletta, lo richiama e quello di “dentro” che invece lo soffoca. L’unica estrema via di fuga alla quale riesce ad accedere è il sogno, quando “poggia la testa sul cuscino e va alla deriva in terre straniere”.

Tracy Chapman in Crossroads – con grande delicatezza – ha dato espressioni ai motivi “classici” dell’incrocio, riecheggiando il brano di Johnson:

“Demoni sono sulle mie tracce/ sto all’incrocio dell’inferno/ guardo a sinistra guardo a destra/ ovunque mani mi tirano dalla loro parte// sto cercando di proteggere quello che sento dentro/ e tutti motivi per cui vivo la mia vita”