Penso di aver inventato il navigator incorporato

Orme sulla sabbiaOgni giorno percorrevo la stessa strada, penso di aver inventato il navigator incorporato con qualche decennio di antecedenza e senza alcun brevetto fonte di guadagno.
Salivo una collina e la ridiscendevo, camminavo fra alberi e giardini, respiravo i profumi della terra d’inverno ed i tigli e i caprifogli dell’incipiente estate. Una strada di cui conoscevo ogni svolta e ogni rettilineo. Penso che la pianta dei miei piedi si fosse impressa sull’asfalto e io penetrassi sempre nella stessa, invisibile, orma per attrazione.
Diluviasse o splendesse il sole, salivo la mia collina e dominavo il golfo con il mare ora liscio come l’olio, ora lievemente increspato, ora furioso sotto le sferzate della bora.
I cancelli con i loro ricami metallici, le siepi, le finestre e i loro abitanti di cui ormai le abitudini mi erano ben note.
Incontravo l’astronoma che dopo una notte passata a scrutare le stelle, discuteva animatamente con il letterato consorte; l’elegante ed intelligente signora che però apostrofava il suo indocile cagnolino con un «se non vieni qui subito, questa sera lo dico a papà!»; il musicista nel cui capo frullava qualche melodia e che aveva l’occhio assente e l’orecchio ancora attento agli accordi che, in lontananza, avevo percepito. Ognuno sbucava dalla sua strada e imboccava la strada di tutti che solcava il grande pianoro della collina e da qui si diramava in tanti rivoli scendendo verso il centro brulicante della città.
La strada della scienza che solcava il cielo si incrociava con la mia quando, giovane ragazza, mi chiedevo quale senso avesse vivere, perché fossimo stati proiettati in una dimensione che poi avremmo dovuto lasciare? La scienza e la sua strada che cosa mi avrebbe detto su me stessa?
Una volta glielo chiesi, non alla strada e neppure alla scienza, lo chiesi all’astronoma ma non andammo più in là della Via Lattea. Pur sempre una strada ma enigmatica e impercorribile nel mio quotidiano che urgeva di capire Altro e gli altri. Risposte rigorose ma ancora non risposte e solo una strada che, se si apriva, all’istante già era chiusa, per finire affogata nel latte in quel disco fatto a spirale insieme con 200 miliardi di stelle, pianeti, ammassi nebulosi. L’avrei raggiunta in 27.000 anni luce. Un poco troppo. Ed allora che fare?
Alla «mamma» del figlio cane dal bel cappottino rosso, quello del cane perché l’elegante signora era notevolmente impellicciata, non chiesi nulla: non avrei, davvero, voluto ritrovarmi alle prese con un fratello/sorella …cane… Un’altra strada rovesciata su se stessa e morta per inedia intellettuale. Amo i cani con la parentela a… distanza.
Il musicista percorreva il pentagramma anche quando camminava e incedeva a tre quarti. Fiati e ottoni, corde tamburi. Due battute ancora e svoltava, si perdeva nella sua melody road che partiva però dal suo cranio, lo attraversava tutto e si perdeva nell’etere.
Smarrirmi così? Lasciarmi risucchiare dalla tastiera? Una malia notevole e un fascino inarrestabile.
E poi?
Intravvedo, nel lungo viale di ippocastani, una parete tutta fregiata di libri e l’angolo di un scrittoio. Una luce degna del pennello di Pasternak padre attirava nel suo alone. Già, e poi?
Quando usavo la macchina, lo specchietto retrovisore mi lasciava nella sua lama di luce, due occhi penetranti che mi scrutavano: l’ufficiale dell’esercito che mi seguiva o rientrava nella sua strada. Interrogativo non da poco. Perché gli eventi della vita li guardi salendo o scendendo? Dal bicchiere mezzo pieno o dallo stesso bicchiere mezzo vuoto?
Dilemma su dilemma.
Gli interrogativi sulla solitudine della strada si scioglievano, i nodi si brogliavano e spaziavo. Nel frattempo posteggiavo nel mio solito buco.
Trovandolo già occupato era un bel guaio, bisognava cercare una tana e percorrere ancora della strada.
Quale? Mi chiedevo con sgomento quando avrei voluto ritrovare la mia vettura ed incrociare la lussuosa Balilla, tutta restaurata ed ora splendente, del mio giovane amico, oppure la mini, malata di epatite galoppante, che trasportava l’amica divenuta poi editrice famosa?
Quale?
Forse per non subire quello sgomento subito nei tanti paesi che ho abitati, ho preso la decisione di chiudere la patente in un cassetto, di consegnare le chiavi e di non guidare più.
Ora percorro una sola strada fra pini e larici, fra prati e montagne, ora salgo e ora scendo, riprendo fiato e continuo. Mi conduce alla porta di un Castello e da qui si snoda una strada speciale, unica, una salita peraltro impervia, su cui sono scortata da tanti amici, piuttosto divertenti se non sono impegnati a medicarsi le ginocchia sbucciate e a sgonfiare le vesciche ai piedi causate dal loro diuturno e cocciuto impegno sulle strade della storia anche se ormai vivono la beatitudine-
Una strada che non conosce ritorno e che ingloba tutte le strade possibili ed immaginabili: la Subida del Monte Carmelo che conduce a quella vetta dove regna solo la gloria di Dio.
Lo sgomento non lo provo più:

Sólo mora en este monte honra y gloria de Dios.

Ni camino ni ley.
Ya por aquí no hay camino porque para el justo no hay ley; él para sí se es ley.

Nessun commento a “Penso di aver inventato il navigator incorporato”

  1. elena ha detto:

    …mi rendo condo di abbassare il livello dell’articolo, ma l’esperienza narrata mi ricorda Maria, protagonista del film Sound of Music, (Tutti insieme appassionatamente), quando scappa dal convento sui monti per sentirne la musica vivificante….

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