[Report] Officina di giugno 2025

Nell’ultima stazione del nostro percorso alla ricerca dell’invisibilità, abbiamo parlato di libertà. Il confine sottile tra visibile ed invisibile e la stretta relazione con il concetto di vincoli, regole, che pervadono questo tema sono stati alla base degli interventi che sono stati fatti. Una domanda sopra tutte sorge spontanea: “Sono davvero libera/o?”

Mariavittoria

Una riflessione su questa domanda ce la offre Patrizia Cavalli in questa poesia:

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena.
Adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione.
Adesso che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta.
Adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Lo scenario che ci propone la poeta è privo di incombenze lavorative o sentimentali che lasciano dunque uno spazio e un tempo liberi di essere vissuti nel modo che vogliamo, potendo finalmente lasciarci andare anche alle piccole leggerezze. La fine della poesia, però, rivela tutt’altro che un senso di libertà, anzi, richiama a gran voce la voglia di tornare ad un tempo fatto di scadenze, di impegni. Dunque, avere “tempo libero” non è sinonimo di libertà che spesso invece viene trovata nel modo in cui si viviamo il nostro tempo.

Tutt’altra libertà è invece quella di cui parla Marina Cvetaeva in Il paese dell’anima. Lettere 1909-1924 :

Mosca, 21 luglio 1916

Caro Petja,

sono molto contenta che vi siate ricordato di me. La conversazione umana è uno dei piaceri più profondi e sottili della vita: dai la cosa migliore – l’anima, e prendi la stessa cosa in cambio, e tutto avviene con leggerezza, senza le difficoltà e le pretese dell’amore.

A lungo, a lungo, – fin dall’infanzia, fin da quando ho ricordo di me stessa, – mi è sembrato di voler essere amata. Adesso io so che – e lo dico a tutti – non mi serve l’amore, mi serve la comprensione. E quello che Voi chiamate amore (sacrificio, fedeltà, gelosia) tenetelo in serbo per gli altri, per un’altra, – io non ne ho bisogno. Io posso amare solo la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla. Ecco la mia formula.

Non dimenticherò mai come mi abbia fatto infuriare, questa primavera, una persona – un poeta, una creatura incantevole, io gli volevo molto bene! – che, camminando insieme con me per il Cremlino, senza guardare la Moscova e le cattedrali, mi parlava incessantemente di me. Io gli ho detto: «Come potete non capire che il cielo – alzatela testa e guardate! – è mille volte più grande di me, come potete pensare che in una simile giornata io possa pensare al Vostro amore, all’amore di chicchessia. Non penso neanche a me stessa, eppure credo di volermi bene!». E ancora altre amarezze mi danno i miei interlocutori. Io entro con tanta irruenza nella vita del primo che passa e che per qualche motivo mi è caro, a tal punto voglio aiutarlo, «compatirlo», che quello si spaventa – o del mio amore, o perché pensa che si innamorerà di me e il suo ménage andrà in malora. Questo non lo dicono, ma io ho sempre voglia di dire, di urlare: «Signore Iddio! Ma non voglio nulla da Voi! Potete andarvene e poi tornare, andarvene e non tornare mai, – per me è lo stesso, io sono forte, non ho bisogno di nulla fuorché della mia anima!».

Le persone sono attratte da me: alcune hanno l’impressione che io non sappia ancora amare, altre che le  amerò, splendidamente e immancabilmente, ad altre ancora piacciono i miei capelli corti, ad altre, infine, il fatto che li farò crescere per loro, tutti si immaginano qualcosa, tutti esigono qualcosa – sempre qualcos’altro – dimenticando che tutto è cominciato da me, e che se non mi fossi avvicinata io, a loro, vedendo la mia giovinezza, non gli sarebbe neanche passato per la testa.

E io invece voglio leggerezza, libertà, comprensione, – non trattenere nessuno, e che nessuno mi trattenga. Tutta la mia vita è una storia d’amore con la mia anima, con la città in cui vivo, con l’albero al bordo della strada, – con l’aria. E sono infinitamente felice.

La scrittrice vuole vivere la sua libertà – da tutto e da tutti – in modo completo. Nessun legame sentimentale, solo la voglia di condivisione pura ed assoluta.

Greta

Parlando di libertà, inevitabilmente ci imbattiamo nel concetto di libero arbitrio. Tra i primi a farne esperienza possiamo annoverare Adamo ed Eva, ponendoci però una domanda: il primo uomo e la prima donna erano liberi nell’Eden? Erano simili a creature in uno stato di natura primitiva, in cui c’è la libertà di poter fare tutto ciò che si vuole – con eccezione per loro di accedere al frutto proibito. Ma è proprio il fatto che Eva e Adamo si trovano a essere nella condizione di poterlo cogliere a renderli liberi; non mangiarlo è una regola, ma non un vincolo infrangibile. Di fronte al frutto proibito hanno dunque una libera scelta, seppur poco consciamente. La consapevolezza arriva con il frutto stesso: assaporano per la prima volta la loro libertà, il primo grande “invisibile” che l’essere umano incontra (persino Dio era in principio visibile).

Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, Jan II Brueghel il Giovane (1601-1678)

È con la libertà che si segna l’inizio dell’umanità? Secondo l’antropologa Margaret Mead c’è in realtà un momento specifico:

Anni fa, all’antropologa Margaret Mead fu chiesto da una studentessa quale considerasse il primo segno di civiltà in una cultura. La studentessa si aspettava che Mead parlasse di ami da pesca, vasi di terracotta o macine. Invece, Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ci si rompe una gamba, si muore. Non si può sfuggire al pericolo, né andare al fiume a bere o a cacciare. Si diventa carne per bestie feroci. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo da permettere all’osso di guarire.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso del tempo per stare accanto alla persona caduta, ha fasciato la ferita, l’ha portata in salvo e l’ha assistita durante la convalescenza. Aiutare qualcuno nelle difficoltà è il punto di partenza della civiltà, disse Mead.

Il primo atto «umano» è la scelta di prendersi cura dell’altro: potremmo definirlo un atto di responsabilità. A questo tipo di responsabilità esorta la poesia di Mahmoud Darwish, Pensa agli altri:

Pensa agli altri, di Mahmoud Darwish

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Pensando alla guerra, ne consideriamo anche la fine con il suo opposto: la pace. Nel 1949, per il Congresso mondiale della pace di Parigi, Pablo Picasso presenta la sua Colomba Della Pace, divenuta un simbolo internazionale

La Colomba Blu di Pablo Picasso

Cosa fa l’essere umano in tutte quelle situazioni in cui è privato della sua libertà? In genere non si arrende tanto facilmente. Per esempio in L’anno che verrà Lucio Dalla immagina come sarà questa libertà che è stata portata via:

Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po’
E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò
Da quando sei partito c’è una grande novità
L’anno vecchio è finito, ormai
Ma qualcosa ancora qui non va

Si esce poco la sera, compreso quando è festa
E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra
E si sta senza parlare per intere settimane
E a quelli che hanno niente da dire
Del tempo ne rimane

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando

Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno
Ogni Cristo scenderà dalla croce
Anche gli uccelli faranno ritorno

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno
Anche i muti potranno parlare
Mentre i sordi già lo fanno

E si farà l’amore, ognuno come gli va
Anche i preti potranno sposarsi
Ma soltanto a una certa età
E senza grandi disturbi qualcuno sparirà
Saranno forse i troppo furbi
E i cretini di ogni età

Vedi, caro amico, cosa ti scrivo e ti dico
E come sono contento
Di essere qui in questo momento
Vedi, vedi, vedi, vedi

Vedi, caro amico, cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare

E se quest’anno poi passasse in un istante
Vedi, amico mio, come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
Io mi sto preparando, è questa la novità

Nel brano di Dalla, viene descritto uno scenario che in molte parti del mondo è attualmente la realtà. Ma anche quando viene tolta la libertà, le persone desiderano far sentire la propria voce e far conoscere le proprie storie. Il progetto Women’s bodies as battlefields della fotogiornalista Cinzia Canneri rappresenta proprio questo. Canneri ha documentato la vita delle donne tigrine ed eritree – spesso storie di violenze fisiche e psicologiche. Non possono parlarne con nessun altro: le istituzioni non accettano le loro denunce e lo stigma sociale le inibisce ancora di più. E tuttavia in questa foto mostrano a chi è disposto a guardare la loro testimonianza. Si tratta di uno schedario, fatto a mano, con tutti i dettagli che ognuna di loro ricorda. Un modo per dichiarare la propria libertà di esistere, anche nel dolore.

© Cinzia Canneri

Luca

IL PAESE DEI CIECHI di H.G. WELLS

Un consiglio di lettura: in questo breve racconto del 1904 Herbert George Wells ci descrive un piccolo paese tra le Ande dell’Ecuador, un paese rimasto completamente isolato ed irraggiungibile dopo un violento terremoto. Qui vive una comunità di ciechi, così da generazioni a causa di un misterioso morbo. Nati ciechi da genitori ciechi, nessuno di loro conosce o ricorda la vista, i concetti di “vedere”, di “occhi”, di “sguardo”. Eppure è una comunità perfettamente autosufficiente, con le proprie regole, la propria cultura ed il proprio credo. Quando l’alpinista Nunez giunge nel paese dei ciechi – dopo esser miracolosamente sopravvissuto ad un incidente di montagna – si ritrova immediatamente a pensare che 

“Il paese dei ciechi, l’orbo è re”… ma questa immagine positiva verrà disattesa. Sebbene Nunez si prefiguri una prospettiva di libertà e potere assoluti come unico vedente in mezzo a tanti non vedenti, si rende presto conto che proprio la sua “vista” è oggetto di derisione e disprezzo. Nunez diviene il disabile, il folle, l’imperfetto, fino a  perdere quella libertà che tanto sembrava a portata di mano. Wells gioca sui contrasti, sui pregiudizi, rovescia la realtà di Nunez in un iter sociale ed interiore dove ogni sicurezza diviene pericolosamente relativa.

Valerio

L’intervento è ruotato intorno a una galleria di figure letterarie che, a loro modo hanno bramato la libertà, definendola secondo la propria concezione, prendendo le mosse da Newland Archer, indeciso protagonista del romanzo di Edith Wharton L’età dell’innocenza, per poi confrontare le vite parallele di Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, e di Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili. Dove Dantès riesce a liberarsi dalla condizione di prigionia ma non dal proprio desiderio di vendetta, Valjean sperimentando su di sé il peso del perdono, intraprende un cammino di libertà che è al contempo percorso di redenzione. Quella di Jean Valjean è una libertà rivolta verso il prossimo, che spezza lo slogan di una “mia libertà che finisce dove inizia la tua” per abbracciare piuttosto la dimensione di una “mia libertà che inizia dove inizia la tua“, dunque non una libertà fondata sulla distinzione e separatezza di ogni uomo con l’Altro ma una libertà fondata sul legame dell’uomo con l’uomo (Marx). Perché, come scrive Hannah Arendt, “la libertà ha bisogno della pluralità“.

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