[Report] Officina di ottobre 2025

La stagione delle Officine dedicata ad approfondire il tema del tempo non poteva che principiare dall’inizio. Ma cosa è l’inizio? Si tratta di un singolo momento o di una fase? Parliamo di un confine o di un limite? Si può riconoscere prima o è possibile valutarlo e definirlo solo ex post facto? E quando possiamo farne esperienza diretta nel corso della nostra vita? A tutte queste, e molte altre domande, abbiamo provato a trovare una risposta insieme nel corso della giornata.
Valerio
“Chiamatemi Ismaele” è il celeberrimo incipit del Moby Dick di Melville. Almeno per quel che ci ricordiamo. Invero, il libro principia con una ventina di pagine di epigrafi ed etimologia intorno alle balene. Ciò allo scopo di dare un contesto alla vicenda descritta da Melville, come a rivelare al lettore che quella storia non inizia veramente con Ismaele, Achab e Queequeg, ma è radicata in tempi e miti antichissimi, anziana come il mondo stesso.
Un altro principio che si rivela non essere poi tale è narrato ne La storia infinita di Ende: quando Bastiano giunge nel reame di Fantasia per salvarla dal Nulla, si ritrova in un mondo buio e vuoto, assistito solo dalla voce dell’Infanta Imperatrice.
«Fiordiluna», sussurrò, «questa è la fine?»
«No», rispose lei, «è il principio». (…)
«Perché è così buio, Fiordiluna?», domandò.
«Il principio è sempre buio, Bastiano mio».
Per salvare Fantasia, Bastiano deve dare forma al nuovo mondo con la forza dei propri desideri. Ben presto, tuttavia, inizia a desiderare il potere, assalta la Torre d’Avorio dell’Infanta Imperatrice, perde la battaglia, si ritrova ad errare, sconfitto. Giunge così nella Città degli Imperatori, abitata da folli che un tempo, come Bastiano, giunsero per salvare Fantasia e finirono per essere divorati dalla propria stessa ambizione. Quello che credevamo essere un nuovo inizio era dunque solo il ciclico ripetersi della medesima storia.
Del tutto opposto è, invece, il caso dell’incipit di It, di Stephen King:
Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.
Qui si individua l’inizio di una vicenda, durata ventotto anni, in un elemento apparentemente insignificante come una barchetta di carta di giornale che naviga in un rivolo di pioggia. Un dettaglio che nessuno, in quel momento, avrebbe potuto riconoscere come il principio di qualcosa e che, soltanto a ritroso, può invece essere individuato come inizio.
Anche l’inizio di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez (di cui abbiamo più diffusamente parlato qui) racconta di un ricordo:
Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio.
Anche qui si parla di inizi di cui tutti abbiamo esperienza: si tratta delle prime volte. La prima volta che facciamo qualcosa noi nasciamo di nuovo, torniamo all’origine, alla forza sorgiva della nostra fonte.
Greta
Due modi molto diversi in cui qualcosa può iniziare sono col botto o piano piano. Appartiene sicuramente al primo tipo la nostra nascita. Si tratta di un inizio che non scegliamo, ma che inevitabilmente “ci capita”, come racconta The circle of life:
Anche l’amore spesso irrompe e si impone oltre la nostra volontà. Così succede a Romeo e Giulietta, personaggi eterni del teatro di William Shakespeare:

Anton Čechov invece ne La fidanzata racconta una storia diversa, quella di un disinamoramento: la giovane Nadja infatti si distacca gradualmente dalla realtà che ha sempre conosciuto, e a piccoli passi – un inizio dopo l’altro – arriva a rivoluzionare la sua vita:


Alcuni inizi hanno bisogno di tempo per realizzarsi. Le grandi scoperte, quando non fortuite, sono frutto di lunghi studi, tanti esperimenti, tentativi e fatiche. Félix Nadar è riuscito in questo modo a dare inizio a diversi tipi di fotografia: in anni in cui le macchine fotografiche erano ingombranti e lente, Nadar riuscì a realizzare le prime fotografie aeree e sotterranee.


Margherita
L’intervento parte dalla domanda “dove iniziano le storie?” e prende come esempio le prime pagine di Goodbye Hotel di Michael Bible:
Luca
«Sono con voi per il momento», disse Gandalf, «ma presto non lo sarò più. Non vengo con voi nella Contea. Dovete sistemare da soli le sue faccende; è per questo che siete stati allenati. Non avete ancora capito? Il mio tempo è finito: non tocca più a me ormai sistemare le cose, né aiutare gli altri a farlo… »
Con questa affermazione di Gandalf tratta da Il Ritorno del Re, J.R.R. Tolkien prepara la conclusione de Il Signore degli Anelli, le cui vicende chiudono anche la Terza Era della Terra di Mezzo. Presto quasi tutta la magia scomparirà e con essa le creature ed i popoli a lei vicini, la Terra di Mezzo resterà territorio dei normali essere umani e comincerà la Quarta Era, l’Era degli Uomini.
Una scelta pianificata da Tolkien sulle pagine del suo Legendarium (come reso poi ne Il Silmarillion), quando alla nascita del mondo, il Dio Iluvatar prestabilì il destino della sua creazione e dei suoi figli: gli Elfi (immortali fino alla fine del tempo, ma con un libero arbitrio subordinato agli eventi stabiliti da Iluvatar) e gli Uomini (mortali, ma liberi di influenzare quello stesso destino con le loro scelte).
Un passaggio, dunque, da un mondo ad un altro che ritroviamo anche nelle pagine de I dialoghi con Leucò: ne La Nube Cesare Pavese racconta con gran malinconia la transizione dall’era dei Titani e del Caos a quella di Zeus e degli dei dell’Olimpo: «C’è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire…» Qui il mito “diventa mito” e quella libertà primigenia non ha più spazio nel presente e nel nuovo ordine appena cominciato.
Un breve e più leggero estratto dalle Lettere di Tolkien per terminare: «La prima volta ho provato a scrivere una storia quando avevo sette anni. Era un drago. Non ne ricordo nulla, eccetto per un fatto filologico. Mia madre non disse nulla del drago, ma mi fece notare che non si può dire “un verde grande drago”, ma si deve dire “un grande drago verde”. Mi chiesi perché, e ancora me lo chiedo…»
Cristiano
La frase con cui iniziano tutte le favole – “C’era una volta” – rappresenta il punto di massima tensione e di massima aspettativa di fronte a una storia che ancora non si è espressa ed è quindi carica di tutte le possibilità. Va notato però anche che i bambini spesso vogliono che venga loro ri-raccontata più e più volte la stessa favola, in un gioco in cui il piacere della sorpresa di fronte al nuovo si mescola a quello della riscoperta di ciò che è noto. In questi “ritorni”, viene spontaneo il riferimento all’intervento di Margherita sui seven basic plots in cui ricadono molte storie e si anima una discussione con il pubblico (le nuove storie sono semplicemente delle ricombinazioni delle vecchie e nulla di nuovo è stato mai veramente scritto?).
Alcune storie si prestano particolarmente bene alle riedizioni (vengono citati esempi a partire da La sfida del Samurai di Kurosawa e La Tempesta di Shakespeare). La differenza tra un remake ozioso e un’opera che, pur nella ripetizione, porta qualcosa di nuovo è proprio nella capacità della storia di porre questioni universali e quindi mai completamente risolte o risolvibili; in altre parole, la loro capacità di porre domande attuali (e quindi insieme vecchie e nuove) piuttosto che di dare risposte. Viene fatto l’esempio di Antigone: per quanto in una lettura storica dell’opera la questione della “giustizia” vada interpretata in uno specifico contesto culturale, la domanda si ripresenta oggi, in nuove circostanze, con la stessa immutata veemenza. Questa parte è riportata più in dettaglio in questo post.
Tornando alla questione degli inizi, ci sono due atteggiamenti possibili: c’è chi programma in anticipo tutte le tappe di ciò che si deve sviluppare e chi invece si adatta strada facendo senza un’idea precisa della destinazione. In ciò viene ripresa una dialettica (quella fra Ulisse e Abramo) particolarmente cara a BC.
Mariavittoria
Un inizio, spesso, è annidato dentro un groviglio di molti elementi della vita che ci accadono o di cui siamo artefici, e può portare con sè il bandolo di molti altri inizi di cui potremmo non accorgerci subito. Basti pensare al cavolo romano che nella sua struttura – in matematica chiamata “frattale” – è una ripetizione in scala dello stesso disegno geometrico.

Questo ciclo infinito lo riscontriamo anche nella poesia di Maria Luisa Spaziani in cui scrive:
“[…] Le duemila poesie che ho scritto
sono graniglia di vasto fiume.
Scruta, setaccia, filtra la memoria.
Raccoglie sabbia d’oro.
Sono figlia di duemila poesie,
le nutrivo e mi nutrono, le celesti mammelle.
Parlo al mondo e a me stessa, il fiume incorpora
grandi parole altrui tra vangeli e corani. […]
Poesia è al tempo stesso inizio e fine, nutrimento e prodotto, figlia e madre. Le parole che derivano dal passato o da altre culture diventano così trampolino di lancio per un nuovo verso, inizio di un nuovo respiro letterario.