Attraversare un’attesa

Viaggiare sì, ma verso dove? Quale sentimento accompagna il viaggiatore? La speranza o la nostalgia? Il poeta greco K. Kavafis alla fine della sua poesia “Itaca”, allude all’importanza e al significato di “… avere un’Itaca”. Ma che significa esattamente “avere un’Itaca”? Il viaggio ha sempre una meta. Interrogandoci sulla meta del viaggio incontriamo due figure-tipo: Abramo/Enea e Ulisse. Abramo è chiamato ad uscire da Ur dei Caldei per andare in Canaan che è la Terra Promessa: di quella terra egli non sa nulla. Abramo parte per una promessa: non sa nulla del luogo che lo aspetta e proibisce perfino al suo servo di ricondurre suo figlio a quel punto di partenza. Il tempo e lo spazio di Abramo è lineare: sotto il sole c’è la novità sempre imprevedibile pronta a mostrarsi. Così Enea, che fugge da Troia in fiamme per una avventura di cui egli non conosce ancora l’esito nè il luogo di approdo (Roma). Ulisse invece conosce già l’isola che lo attende e che riconquisterà: là c’è la sua casa ed il suo vecchio cane Argo. Il tempo di Ulisse è circolare: egli parte per tornare.

Si viaggia verso Itaca, verso una Canaan o verso Roma?

Chissà… forse la meta non è un luogo preciso. È un orizzonte verso cui si guarda e verso cui si è diretti. Ma non ci si arriva mai e, ogni passo avanti che si fa, più si allontana. Più cresce il desiderio più la mente si allarga. L’unica soluzione è che Itaca ci venga incontro, inaspettatamente.
È la illuminazione, la “rivelazione”. È la sorpresa, lo stupore del trovarsi a casa all’improvviso perché l’approdo ci si è donato, consegnato. A noi resta dunque l’attesa, resta un attraversare l’attesa…

Viaggiare è questo: attraversare l’attesa…