C’era una volta (e c’è ancora)

Tutte le favole iniziano allo stesso modo. Il “C’era una volta…” sancisce l’inizio di una storia senza però dire ancora nulla della storia stessa; è piuttosto un monito: fate attenzione perché ciò che segue è importante. Effettivamente lo è: le favole vengono raccontate, la loro natura più intima è orale e le parole volano, scivolano via come la corrente di un fiume. La favola “avviene” tutta nel presente e non si cura di ciò che fu prima (di quella volta che “c’era”) né di ciò che avverrà dopo (che “vissero felici e contenti”).

Nella frase “c’era una volta” si raggiunge la massima carica di aspettativa: da questo momento in poi tutto può essere e fra poche sillabe solo qualcosa sarà – e di quel qualcosa verrà raccontato il resto della storia facendo riprecipitare tutte le altre possibili favole in un serbatoio infinito e misterioso cui solo talvolta si accenna con aria solenne (“ma questa è un’altra storia…”).

Eppure, a ben vedere, le favole sembrano tutt’altro che infinite. Anzi, tornano e ritornano: Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Pollicino… si direbbe che sono piuttosto sempre le stesse. I bambini per primi ce le chiedono con grande precisione: vogliono quella specifica storia, raccontata in quel dato modo. Al mondo adulto sembra strano che non si annoino a sentire sempre la stessa favola perché il mondo adulto ha in gran parte perso la capacità di stupirsi di fronte a qualcosa che non sembri nuovo. Agli occhi del bambino invece la storia è sempre nuova, è rinnovata, è riscoperta; è vissuta in modo nuovo anche lungo una trama nota.

Questa cosa, in realtà, non dovrebbe stupirci più di tanto. Anche le storie degli adulti ripetono spesso uno schema familiare, a volte tanto da definire interi generi: la rom-com, il noir, l’eroe riluttante, l’horror, l’impresa impossibile etc.; il “finale a sorpresa” è merce rara ed esposta in bella evidenza proprio perché il più delle volte avviene esattamente quello che ci aspettiamo. In “Harry ti presento Sally”, quest’ultima racconta all’altro protagonista un sogno ricorrente:

–Io faccio lo stesso sogno da quando avevo 12 anni.
–Cosa succede?
–No, no… è troppo imbarazzante.
–Allora non dirmelo.
–Ok, c’è un tipo.
–Che aspetto ha?
–Non so, è come senza faccia.
–Un tipo senza faccia, ok. Cosa succede?
–Mi strappa i vestiti.
–E poi?
–E poi basta.
–Tutto lì? Un tipo senza faccia ti strappa i vestiti è la fantasia sessuale che hai da quando avevi 12 anni. Sempre la stessa?
–Beh, a volte c’è qualche variante.
–In che parte?
–In quello che indosso.

Il più delle volte le nostre storie cambiano giusto per il colore dei vestiti, ma ci piace ugualmente accomodarci in un rassicurante ri-racconto che ha il sapore del comfort food e che ci serve per eliminare le tossine di una giornata pesante, per sfogare in un po’ di catarsi le tensioni accumulate, per continuare a sognare un mondo che non abbiamo mai raggiunto ma di cui non vogliamo privarci.

Ci sono però storie che sembrano darci qualcosa di più – e sorprendentemente queste non sembrano essere le più originali; anzi, al contrario, sono proprio le più ripetute. “Per un pugno di dollari” riprende la trama de “La sfida del Samurai” così da vicino che fra le rispettive case di produzione si sviluppò un contenzioso. “Il pianeta proibito” (1958) non è altro che una riedizione de “La Tempesta” e “10 cose che odio di te” lo è de “La bisbetica domata”. Proprio Shakespeare si presta a reinterpretazioni di ogni genere, specie quelle che ne ambientano le scene in contesti moderni conservando letteralmente il testo originale, giocando anzi proprio sul contrasto antico-moderno. Approccio opposto in “The Return” di Uberto Pasolini, che mantiene una forte verosimiglianza storica mentre scopriamo solo strada facendo come quell’Odisseo sia in realtà un uomo molto contemporaneo.

Perché dunque alcune storie, pur ripetendosi per certi versi, per altri ci sembrano invece nuove e diverse? La qualità che hanno queste specifiche storie è quella di non dare risposte. Non svelano, non spiegano, non risolvono. Al contrario, sollevano problemi cui non è facile dare una soluzione. Alcuni di questi problemi possono essere stati sollevati da un uomo di oltre duemila anni fa e non li vediamo certo con i suoi stessi occhi – eppure qualcosa di quelle questioni ci riguarda anche oggi.

Queste storie riaprono dunque un solco su un terreno indurito e che pensiamo sterile, perché possa accogliere nuovi semi e rigenerarsi di nuove domande – domande che ci toccano personalmente e mettono in discussione il nostro modo di essere al mondo e in mezzo agli altri, frammentando le piccole sicurezze di comodo che ci siamo costruiti per abitudine. Che raccontino le vicende di Ulisse o di Amleto – così come quelle di Cappuccetto Rosso – sono storie che riguardano noi prima che il protagonista, quelle cioè per cui si può dire: de te fabula narratur.

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