Vita, storia, ordinarietà… appunti sparsi e incompleti

American-Hustle-L-apparenza-inganna-il-film-migliore-per-iniziare-l-anno_h_partb

Questo non è un “articolo” bello e fatto, ma un’accozzaglia di idee, suggestioni, spunti che spero trovino compimento nei commenti dei lettori perchè io invece non sono arrivato ad alcuna conclusione che non sia la confusione. Dunque, sono andato al cinema a vedere American Hustle di David O.Russell, film che consiglio vivamente: puro divertimento e totale immersione nell’umanità, da non perdere (tra l’altro è un film che permette di rivedere con occhi più umani e acuti una vicenda sgraziata come quella che in Italia passò sotto l’inquietante nome di Mani Pulite). Ma non voglio parlare di questo bel film, ma di una frase che mi ha colpito prima della visione del film, quando sullo schermo sono passati un po’ di trailer tra cui quello di 12 anni schiavo il nuovo film di Steve McQueen. Ho visto il trailer che non mi ha particolarmente “ispirato”, ma  proprio nell’ultimo fotogramma è apparsa la scritta: “basato su una straordinaria storia vera” che invece mi ha colpito. Ho dovuto ragionarci su, per qualche secondo, poi è cominciato American Hustle e mi sono distratto, però uscendo dal cinema mi è ritornata su, come un peperone mal digerito, quella frase.. ma cosa vuol dire? Non bastava, mi sono chiesto, dire soltanto “basato su una storia vera” come in genere si fa con i film che appunto si ispirano ad episodi realmente vissuti? Lo stesso American Hustle era stato introdotto dalla frase, singolare in verità, “Alcuni di questi fatti sono realmente accaduti”. Il che mi ha un po’ tranquillizzato, sono un po’ insofferente rispetto ai film “veri”, credo infatti nella magia del cinema che è innanzitutto fiction, finzione. Sarà per una mia recondita tensione verso l’evasione? Non saprei rispondere ma credo, come diceva Borges, che il “realismo” sia una trappola e un’illusione, come osservava Alessandro Zaccuri, che quello che è importante non è che una storia sia una “storia vera”, ma una “vera storia”. Le leggende sono più interessanti delle cronache e le favole più vere dei reality show.
borgesDetto questo vorrei provare a dire di più (e forse il contrario di quanto ho appena detto) e riparto da quella frase: perchè hanno inserito quell’aggettivo, “straordinaria”? Automaticamente mi è venuto da pensare: ma ogni storia vera non è già di per sé straordinaria? E automaticamente ho sentito il freno a mano dell’allarme anti-retorico che abitualmente tengo inserito. Mi sono sentito in un vicolo cieco: come uscire dall’enfasi, appunto retorica, sul realismo di un cinema inteso come cinema-verità e il rischio di scivolare nel burrone dell’escapismo e/o del “cinema per il cinema”? E soprattutto, quale è la differenza, se esiste, tra una storia raccontata dagli uomini e una storia vera, di quelle che accadono tutti i giorni?
Borges, lo stesso che affermava l’inesistenza del realismo, ci avverte però (facendo sua una lezione di Chesterton) che la realtà è più grande e soprattutto più strana della finzione, perchè la finzione è creata dalla propria fantasia ma la realtà è creata da un altro/Altro. Il poeta americano Joyce Kilmer è famoso (anche) per questa sua affermazione: “Credo che non vedrò mai una poesia bella come un albero. Ma le poesie le fanno gli sciocchi come me. Un albero lo può fare solamente Dio”.
E visto che poi sempre Borges poi sostiene che l’essenza stessa della poesia consiste nel percepire le cose in quanto “strane”, ecco che la realtà prende il sopravvento sul cinema-finzione e sembra vincere il duello. Mi rendo conto che sto sovrapponendo diversi piani di ragionamento e forse facendo confusione, ma è la confusione creata da quella frase, meramente “pubblicitaria”, sul film basato su una “straordinaria storia vera”. E non voglio (forse non sono in grado) dipanare la confusione, ma lasciarla così, affidarla al lettore. Ci aiuta a quindi a (non) concludere queste brevi riflessioni il dettaglio, non irrilevante, che una storia raccontata, rispetto ad una storia vera, possiede un’ordine che invece la vita sembra non avere. Il cosmos rispetto al caos. L’uomo cerca un ordine (lo dice, tra i tanti, Paul Ricoeur) e la poesia, il romanzo, il cinema, appaiono vie per trovare quel senso di cui la vita, nel suo dipanarsi caotico, sembra essere priva. Forse anche per questo alcune storie raccontate appaiono concluse, compiute, mentre la vita è più strana appunto, sembra infinita o, meglio, incompleta. Le cose, nella vita, non si “aggiustano”, non come nei film, come in molti film.
percentuali08Ripenso a American Hustle che è un film che finisce, ovviamente, come tutti i film, ma non tutto è “aggiustato”, e il lieto fine, che pure c’è, ha qualche sfumatura di irrisolto, di lacerato e lacerante, appunto come la vita. E mi viene in mente l’omelia di Papa Francesco del 3 gennaio scorso, dedicata alla ricostruzione dell’identikit del gesuita tipico, che deve essere “una persona dal pensiero incompleto e aperto”. In fondo avere un pensiero “incompleto” vuol dire avere un cuore umile, che conosce il senso del limite e si accontenta, con letizia, di non avere parole ultime o ultimative, ma solo penultime, capaci appunto di aprirsi, dischiudersi e lasciare dischiudere quella realtà che è sempre più grande.

  • Stas’ Gawronski

    Grazie Andrea, bellissima riflessione! Anche a me American Hustle è piaciuto tanto e non mi molla, continua a pungolarmi. L’umiltà di cui parli, soprattutto quando si racconta una storia in forma di letteratura o di cinema, probabilmente riguarda anche il modo in cui viene rappresentato l’uomo. Come disse una volta Ingeborg Bachmann, “la verità si può pretendere” da un narratore. Ma quale verità? In American Hustle mancano certezze belle e fatte sui protagonisti, la loro verità sfugge, non si fa mai prendere del tutto. I protagonisti di questo film sono tanto coerenti quanto incredibilmente contraddittori eppure si ha una forte sensazione di unità e di vero, anche se molto non si può dire, resta confuso, inspiegabile. Sembra banale a dirlo, ma sono uomini in carne e ossa, forse basta questo per dire che c’è del “vero”.