Un capitale di ricordi
BombaCarta ha ricevuto il primo premio per la produzione video (fascia d’età 19-35 anni) nel concorso “Roma, un capitale di ricordi“, organizzato dal Comune capitolino. Le motivazioni sono state comunicate in due righe:
“Un’impaginazione ricca di spunti ironici. Interessanti il taglio narrativo e l’uso di un linguaggio visivo aggiornato”.
Si tratta di note brevissime che potrebbero essere facilmente dimenticate o non considerate attentamente. Vorrei invece, altrettanto brevemente, riflettere su questa manciata di parole.
1) Innanzitutto si fa riferimento ad una “impaginazione”. Si tratta, ovviamente, del montaggio. Così come in un film, ogni opera ha una architettura propria. Il senso di un’opera spesso è dato sostanzialmente non dai singoli elemneti (colori, parole) ma dal modo in cui sono disposti. Costruire qualcosa nella vita è uno dei modi fondamentali per esprimere significati.
2) Il nostro video, si dice, fa uso dell’ironia in termini positivi e dunque non comuni. Ogni opera d’arte è sempre ironica. “Eiron” in greco indica chi dice meno di ciò che pensa e a questo si contrappone l’ “alazon” e cioè il fanfarone che fa credere di sapere più di quanto non sappia. L’opera d’arte o è ironica o è fanfarona.
3) Il giudizio dice che il video ha “un taglio narrativo” e cioè “racconta” e non solo “registra con distacco”. Scrivere non distacca da se stessi e dalla vita. Al contrario: attacca.
4) L’opera usa un linguaggio aggiornato e cioè sa comunicare e la gente, anche i più giovani, la possono capire e così il messaggio può passare.
L’opera d’arte è sempre linguaggio. Noi non “usiamo” un linguaggio ma “siamo” nel linguaggio: il linguaggio ci precede e si seguirà. Il nostro modo di essere nel mondo è già linguistico sin dalla nostra nascita e il linguaggio organizza il modo di vedere il mondo. Un linguaggio creativo è sempre una novità nel modo di stare al mondo.
Ti è mai capitato di aspettare una persona in una zona affollata? Il tuo sguardo si muove a “scanner” sulla folla e vede tanti volti. Gli occhi continuano a muoversi. Ogni tanto sono colpiti da un volto particolare per qualcosa, ma solo per pochi istanti. Poi la ricerca continua. Alla fine, quando si focalizza il volto, immediatamente c’è un effetto spot e la folla resta sfocata a vantaggio di quel singolo volto. Quel volto non è più il volto di un “essere umano”, ma il volto di Francesca o di Giuseppe, di Maria o di comunque si chiami. Il volto diventa un nome. Tutti gli altri sono “esseri umani” un po’ sfocati. Così a volte un viso, un oggetto, la fiamma di una candela, un fiore… ci sembrano “unici”. Cogliamo con evidenza che le cose escono dalla massa e diventano assolutamente insostituibili. Un fiore non è più un fiore, ma quell’essere-lì assolutamente inclassificabile, non richiudibile nel genere “fiore”. Le altre cose scompaiono nella “massa”. Allora capita quello che è stato teorizzato in maniera assoluta dal poeta inglese G. M. Hopkins, capita di avere quello che lui definiva “inscape” e cioè di cogliere “la qualità essenziale o individuale d’una cosa; l’unicità di una cosa osservata, d’una scena, d’un evento”. Si tratta di un’intuizione fulminea che solo la poesia può riesprimere… Si tratta di una “bomba” percettiva per cui possiamo pronunciare delle parole di stupore come quelle usate dallo scrittore R. Carver: “It’s real something!” Solo la parola o l’immagine poetica può esprimere questa esperienza di unicità. In Bombacarta siamo alla ricerca di questo “inscape”…