L’attesa

“L’inverno sta arrivando” è una frase che tutti i fan di Games of Thrones conoscono molto bene. I personaggi del mondo inventato da George R. R. Martin se la ripetono spesso, creando un clima di tensione verso uno spaventoso futuro imminente. È una frase che possiamo dire anche tra noi, dato che novembre è giunto ma l’inverno sembra volerci far aspettare. C’è chi vive questa attesa godendosi il tepore del sole, c’è chi invece ne è un poco angosciato perché si chiede se per caso c’entri qualcosa l’inquinamento atmosferico. Ci sono poi quelli a cui l’inverno piace, con i suoi maglioni e le cioccolate calde, e lo attendono trepidanti.
L’attesa può dunque essere vissuta in modi diversi, con fiducia o paura, con cautela o curiosità. In una poesia, Emily Dickinson ci racconta il suo modo di attendere:
Non sapendo quando l’alba possa venire
Non sapendo quando l’alba possa venire
lascio aperta ogni porta,
che abbia ali come un uccello
oppure onde, come spiaggia.
Dickinson sembra pronta ad accogliere un nuovo inizio – l’alba, appunto – in qualsiasi momento. La sua attesa è in armonia con la natura e con il suo ciclo, in cui tutto prima o poi ineluttabilmente accade. È ben diverso quando invece aspettiamo qualcuno: il nostro attendere non ha alcuna certezza e l’unica via percorribile richiede di affidarsi all’altro. Ne canta Rino Gaetano, in Sfiorivano le viole:
Con l’ironia che caratterizza tutti i suoi brani, Rino Gaetano ha un modo molto particolare di descrivere l’attesa:
Mentre io aspettavo te
Si lavora, si produce, si amministra lo stato
Il comune, si promette e si mantiene a volte
Mentre io aspettavo te
Il marchese, La Fayette ritorna dall’America
Importando la rivoluzione e un cappello nuovo
Mentre io aspettavo te
Ancora penso alle mie donne
Quelle passate e le presenti le ricordo appena
Mentre io aspettavo te
Otto von Bismarck-Shonhausen
Realizza l’unità germanica e si annette mezza Europa
Mentre io aspettavo te
Michele Novaro incontra Mameli
E insieme scrivono un pezzo tuttora in voga
Mentre io aspettavo
Questo elenco bizzarro di eventi ci dice due cose: che l’attesa dev’essere stata sicuramente lunga; ma anche che, mentre noi rimaniamo sospesi, il mondo non ci aspetta e le cose succedono, al di là di noi.
Tendiamo a dimenticarlo, se ci facciamo troppo prendere dall’immobilismo dell’attesa, come succede nel romanzo Il Minotauro, di Benjamin Tammuz:
Sulla parete era appesa un’acquaforte, un regalo spedito loro da Parigi, dove si vedeva un mostro dalla testa di toro e dal corpo di uomo, che si piegava sulle ginocchia in un’arena, pronto a morire. Dalla tribuna vicina una donna gli tendeva la mano, come cercando di toccare la testa dell’essere agonizzante; tra la mano tesa e la testa gigantesca era rimasta una piccola distanza, e Aleksandr sapeva che se la mano avesse toccato la testa, il moribondo si sarebbe salvato. Aspettò a lungo, forse il miracolo sarebbe accaduto e la mano, nonostante tutto, avrebbe toccato la testa. Ma il miracolo non accadde e Aleksandr chiuse gli occhi.

Aleksandr, protagonista della storia, si perde davanti a un quadro appeso nella sua camera da letto – un’incisione calcografica di Picasso, la Minotauromachia. Egli attende il compimento di un miracolo, il colmarsi di una distanza, l’arrivo di una salvezza. L’immobilità del quadro fa da specchio alla sua vita: Aleksandr fa un’esperienza totalizzante dell’attesa e rimane per sempre sospeso.
Bisogna invece accorgersi di quello che succede intorno a noi mentre aspettiamo, come scrive Wislawa Szymborska in Disattenzione
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
L’attesa si compie quando infine finisce. Ma affinché ciò accada bisogna che qualcosa dentro di noi riprenda a muoversi, insieme a tutto il mondo fuori.