“La visione del cieco” e “Una tragedia negata”: il verbo essere e il tragico

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Scrivo questo post con colpevole ritardo, riprendendo in mano appunti vecchi di mesi. All’inizio l’idea era quella di scrivere una recensione al romanzo “La visione del cieco” (Einaudi) di Girolamo De Michele; poi, leggendo il saggio “Una tragedia negata” (Il Maestrale) di Demetrio Paolin, mi sono accorta che il secondo testo spiegava il primo, o meglio spiegava il motivo per cui non mi aveva convinta. Riprendendo i libri e gli appunti a qualche mese di distanza, ho deciso di concentrarmi su una caratteristica del primo e sulla tesi principale del secondo, tralasciando tutto il resto.

La visione del cieco” è un romanzo scritto senza l’uso del verbo essere. Ho deciso di leggerlo proprio per questo, dopo che una recensione in cui si elogiava la capacità di De Michele di portare avanti una narrazione di quasi trecento pagine senza farvi ricorso mi aveva lasciata perplessa.

Leggendo le prime pagine mi sono stupita, effettivamente, di come De Michele fosse riuscito a ovviare a questa mancanza attraverso l’uso di frasi spezzate, interiezioni, ricorrendo spessissimo ai due punti e ai punti di sospensione. Eppure, in un secondo momento, queste trovate mi si sono rivelate in tutta la loro fragilità. Il motivo per cui, durante la lettura e anche in seguito, sentivo che c’era qualcosa che non andava era il fatto che il verbo essere non era stato messo fuori gioco, non era scomparso, ma era semplicemente stato nascosto.

Per spiegare meglio ciò che voglio dire sarebbe forse utile addentrarsi almeno superficialmente nel campo della linguistica, ma rischierei di essere imprecisa e di divagare*. È forse più utile, a questo punto, citare un brano del libro:

“- Come una frase senza verbo essere, – dice Andrea – Le parole rimbalzano qua e là come palle di gomma cercando un senso a cui aggrapparsi. Frammenti e schegge, storie e racconti, trame putride e trame intessute: molecole gassose che rimbalzano senza pace tra le pareti, – (agitandosi fino alla gocciolina purpurea che trapela sulla bendatura).
– Mai piaciuto quel verbo lì, – mormora Cristiano senza alzare gli occhi dalle steppe biancosporcate di fango sanguigno dove affonda il ginocchio del sergente Mario, Sergentmagiù ghe rivarem a baita?, – mai piaciuto: immobilizza la vita, fissa il movimento come un ago dentro l’insetto pronto per la teca. Una vita sottovetro…
– Ti metti a fil… a concionare sul senso della vita? – stizzisce Andrea. – Guarda che non…
(Poi evita: ma non gli occhi di Lara).
Il senso della vita non esiste, dice Andrea, Sbagli, dice Cristiano: esiste. Purtroppo. Ma non vuol dire che lo accetti solo perché esiste. Andrea annuisce, Sapevo che l’avresti detto: ma cosa c’entra adesso?, No, guarda che il senso della vita c’entra, eccome, solleva la testa Cristiano: come il senso delle parole che non si forma bloccandosi sul verbo, ma prendendosi per mano l’un l’altra. Il verbo essere inaridisce il deserto, parole profughe, il senso fugge verso la vita… esodo dal faraone, conclude cercando di non perdere il filo dei passi nella neve, ma poi il libro tace di scatto sotto la copertina, la steppa resta una baita nell’anima, il tempo si riavvolge al presente.”
De Michele, pp. 238-239

L’operazione di De Michele non può, dunque, essere casuale, ma è frutto di una precisa visione delle cose, di una scelta in qualche modo esistenziale prima che linguistica.

Copertina di Una tragedia negata (Il Maestrale) di Demetrio Paolin

Copertina di Una tragedia negata (Il Maestrale) di Demetrio Paolin

Come dicevo all’inizio del post, per comprenderne meglio i motivi e le conseguenze è stata illuminante la lettura di “Una tragedia negata” di Demetrio Paolin, un saggio uscito qualche mese fa per Il Maestrale. In breve, Paolin, prendendo in analisi una parte consistente della narrativa italiana che parla degli “anni di piombo”, sostiene che in questi testi manca la dimensione “tragica” di quel periodo, dal momento che viene fuori solo una parte della storia e che la figura della vittima resta sullo sfondo.

In questi libri, la realtà viene descritta in maniera frammentaria, viene reinventata, non viene raccontata per intero anche per la convinzione che sia impossibile farlo. Si fa ricorso al complotto, si cerca di rileggere la storia con distacco o di ambientarla in un salotto borghese, la si racconta solo dal punto di vista dei terroristi, mentre la vittima viene vista come un’unità indivisibile (la Polizia, lo Stato), muta, oscura.

Dice Paolin:

“Il complotto è consolante, il complotto mi mette al sicuro. Trasforma un accadimento, l’omicidio, il rapimento di qualcuno in altro. Ne fa un simbolo di qualcosa che è marcio, spostando l’attenzione dal particolare al generale. In questo modo si elude il tragico sostenendo che niente è mai come si vede. Il complotto, la sua teoria e la sua paranoia (contrariamente a ciò che avviene nel romanzo americano, penso a Ellroy e Don Delillo) non portano in superficie il tragico vero, ma anzi lo nascondono e lo cancellano.”
Paolin, p. 34

La storia viene raccontata da una sola delle due parti, mentre l’altra rimane una sagoma di cartone, non viene riconosciuta:

“I romanzi di cui mi occupo non danno cittadinanza narrativa alla vittima, che viene lasciata sullo sfondo. Non si dà ragione di lei, della sua vita, se aveva figli, se aveva sogni, cosa pensava del mondo, come si muoveva nella società. La vittima è un ordigno narrativo: serve per far andare avanti la storia, ma non possiede spessore”.
Paolin – p. 39

La vittima non ha profondità, per cui è impossibile provare pietas nei suoi confronti, dice Paolin. Anche i movimenti del terrorista, dell’assassino sono meccanici, lui stesso non si rende conto di cosa sta facendo, perché non vede la persona che sta uccidendo.

Appare chiaro, quindi, che non riuscendo a vedere, a riconoscere la vittima, gli autori di questi libri non riescono a dare forma alla dimensione tragica, e di conseguenza gli stessi protagonisti rimangono piatti, indifferenti, apatici, non riescono a dare un valore alle proprie azioni**.  Attraversare il tragico non significherebbe fare una scelta ideologica, tentare di indottrinare il lettore, non lasciargli libertà di scelta o addirittura avere una visione consolatoria della letteratura. Significherebbe, al contrario, attraversare un territorio doloroso (e realmente doloroso), dando a ciascuna parte una profondità, mettendo veramente le due parti in rapporto, facendo sì che si riconoscano a vicenda, pur rimanendo ciascuna al proprio posto.

Ma che relazione c’è tra un romanzo in cui viene meno l’uso del verbo essere e un saggio che analizza la narrativa italiana sugli anni di piombo? Credo che le due cose siano strettamente legate, in realtà, e che la critica di Paolin possa estendersi anche a quella parte della narrativa italiana contemporanea che non parla di quelli anni né più in generale della storia d’Italia. La scelta di non usare il verbo essere, a mio parere, è la conseguenza di questa visione delle cose, di questa elusione del tragico: in entrambi i casi si cerca di sviare, di nascondere, di cancellare. Si preferisce una verità frammentaria, mobile, imprecisa, alla possibilità di una verità intera. Ci si rende conto che la verità esiste, ma si sceglie di non riconoscerla.

D’altra parte, come si è visto all’inizio, viene detto esplicitamente da uno dei protagonisti di “La visione del cieco“: il senso della vita esiste, ma non per questo, solo perché esiste, può essere accettato. Tutto questo, come lo stesso personaggio ammette, è strettamente connesso alla scomparsa del verbo essere, è il tentativo di eludere il tragico, di sfuggire alla realtà. Si tratta di una dichiarazione chiara, che denuncia una difficoltà propria non solo di De Michele, non solo dei libri sugli anni di piombo, ma di gran parte della narrativa italiana di oggi.

Nella maggior parte dei casi, a mio parere, credo che questa difficoltà dipenda dall’incapacità di vedere le cose nella loro complessità e dalla scelta, più o meno consapevole, di vedere nelle parole solo parole, nel verbo essere qualcosa di cui, con un po’ di mestiere, si può fare a meno. Mi sembra che molti libri nascano dal tentativo genuino di denunciare delle situazioni di cui non si parla, di raccontare storie dimenticate, ma credo che gli autori di questi libri si fermino troppo presto, che non portino a termine il proprio compito, che credano che il compito finisca lì o che non riescano ad andare avanti.

Paradossalmente, i libri degli ultimi anni non fanno che parlare di dolore, di morte, di tragedia, di Male. Eppure sviano, non affrontano mai il discorso, non lo attraversano mai davvero e, in questo modo, sviliscono le parole, fanno perdere alle parole “dolore”, “tragedia”, “morte”, “male” il loro reale significato. Alla mistificazione della realtà, quella che parte di questi romanzi intende denunciare, si risponde con un’altra mistificazione, operata dagli stessi autori.

Il limite che Paolin individua nella narrativa sugli anni di piombo torna quindi anche qui. Si tratta, a questo punto, di una difficoltà generale degli scrittori italiani, che sembra giochino contro la verità una partita che credono di aver perso in partenza. Una serie di pregiudizi, di difficoltà, un’incapacità di vedere le cose che si riflette, come si vede nel caso di De Michele, anche nelle scelte linguistiche e stilistiche.

* Non ne ho, dopotutto, le competenze. Rimando, ad ogni modo, ad A. Moro, The raising of predicates, Cambridge University Press, Cambridge 1997.
** “Riccardo esce dal bar, per fortuna il meccanismo è scattato anche stavolta: non sente niente, non prova altro che un dispiacere lontano, una nausea appena accennata, ma come per qualcosa che non gli appartiene. Niente gli appartiene veramente, non quella roba, no, quella non gli appartiene.”. da G. M. Villalta, Tuo figlio, Mondadori, Milano 2004, p. 58.