"La stanza del figlio" e la logica del dono

LA STANZA DEL FIGLIO
Regia: Nanni Moretti
Con: Nanni Moretti (Giovanni), Laura Morante (Paola), Giuseppe Sanfelice (Andrea), Jasmine Trinca (Irene), Sofia Vigliar (Arianna)
Anno: 2001; vincitore in quell’anno della Palma d’Oro al festival di Cannes, del Nastro d’Argento e di tre David di Donatello (miglior film, miglior attrice protaonista, miglior musicista).

Qualche sera fa mi è successa una cosa molto strana. Ho passato quasi un’ora al telefono con un amico che ha rischiato di perdere la propria bimba di venti mesi. Poi mi sono messo a rivedere questo film, che voglio inserire in un piccolo ciclo di cineforum dedicato a un gruppo famiglie del bergamasco.
Forse ancora “scottato” dal lungo colloquio, “La stanza del figlio” mi ha scosso violentemente, ancor più della prima volta in cui lo vidi, nel 2001, appena uscito nelle sale cinematografiche.

“Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that’s ever falling down, down, down
Ever falling down.”

L’allegria pura e immotivata, impersonata da un gruppo di Hare Krishna che canta e danza (aggancio istantaneo tra religiosità naif e gioia “folkloristica” per la vita) sotto gli occhi stupiti e affascinati del protagonista, apre la pellicola e dà il senso a tutta la prima parte del racconto. Un affresco veloce di una famiglia qualsiasi felice, quella dello psicologo Giovanni con la moglie Paola e i bei figli adolescenti Irene e Andrea. Una famiglia beatamente felice, una famiglia che vive. Così, senza un perchè. Inconsapevolmente gioiosa.
Il quotidiano non ha nulla di speciale: Giovanni lavora distaccato e con un sorriso affettato sui problemi dei suoi pazienti, i quali continuano a lamentare la sua mancanza di comprensione e “coinvolgimento” nelle loro vite. Paola si dedica alla casa e alla cura dei ragazzi. Irene vive i classici motivi adolescenziali di amore, scuola, sport. Andrea esce dall’infanzia attraversando la solita crisi di indentià che porta a vincere la paura dell’indeterminatezza attraverso l’autoaffermazione.
Anche un piccolo terremoto come la sospensione di Andrea da scuola, accusato del furto di un fossile dall’aula di scienze, turba appena l’aurea armonia familiare, riassunta nella canzone di Paolo Conte “Insieme a te non ci sto più” cantata tutti insieme in automobile. Strano brano per una famiglia che “si vuole bene”. Stato d’animo, desiderio sotterraneo dei quattro o profezia su quanto accadrà di lì a poco?
Una domenica mattina Giovanni invita Andrea a passare con lui qualche ora di jogging. Andrea nicchia, poichè ha già pianificato un’uscita in barca con degli amici; l’insistenza del padre ha comunque la meglio. La telefonata di un paziente in piena crisi suicida costringe però Giovanni, sebbene riluttante, ad annullare l’uscita col figlio e a precipitarsi a casa del proprio assistito. Nel corso della giornata tutti i protagonisti incorrono in qualche “normale” pericolo quotidiano: Giovanni rischia un incidente in macchina per una distrazione, Paola è sfiorata da una rapina, Irene “gioca” in motorino con i suoi coetanei. E Andrea prende il mare per un’immersione che gli costa la vita. Con lui, affondano anche gli universi conformistici dei suoi genitori e della sorella.

—–

“Through the day
As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.”

Dopo il dolore e la disperazione cosa rimane? La morte di Andrea è carta vetrata che gratta via la superficiale stabilità della famiglia. Ogni membro di essa è sempre più un’isola separata da oceani rispetto agli altri.
Giovanni è frustrato dal senso di colpa: se fosse uscito con Andrea a correre quel giorno, se avesse saputo dire “no” all’appello (oltretutto fasullo) del proprio paziente, se avesse dato “il giusto peso” alle cose importanti… Ma quali sono le cose importanti?
La situazione si ribalta: Giovanni ha ora bisogno di una comprensione che i suoi pazienti non sanno o non possono accordargli. Egli li perde uno dopo l’altro, decidendo infine di interrompere il proprio lavoro. Il dottore diventa paziente, nella stessa indefinitezza che contraddistingueva il proprio metodo.
All’inizio del film, un paziente vuole consocere la durata della cura e Giovanni risponde in modo evasivo: “Lo si capisce insieme”.
Ora, qualcuno gli chiede quando riprenderà la propria attività ed egli similmente risponde “non è detto che ricominci”.
Ancor più emblematica è l’immagine di Giovanni intrappolato nell’ascolto di un vecchio disco che continua a fermare e rimettere all’infinito, prigioniero del suo mondo, lontano da Paola e Irene che lo aspettano per cenare.
Paola rifiuta il contatto sia col marito che con la figlia. Irene soffre del doppio abbandono di suo fratello e dei suoi genitori.
Il modo di reagire al dolore è spesso identico: in sequenza vengono mostrati Irene in un pub davanti ad una birra, Giovanni a casa con una bottiglia di vino, Paola ubriacata da montagne di carta. Ognuno è ripiegato su se stesso, rivolto unicamente al proprio dolore.
Un sacerdote, durante una Messa in memoria, propone la classica domanda: “E’ normale che chi resta, in primo luogo i genitori, si chieda il perchè.”
Ma non è così! Nessuno dei protagonisti si pone il quesito. E la frase del Vangelo “Se il padrone di casa conoscesse l’ora in cui viene il ladro, non si lascerebbe svaligiare la casa.” non può che scandalizzare Giovanni, il quale fraintende e focalizza come tutto in casa sua sia “sbeccato”, “rotto”, “riparato”, come non ci sia nulla di valore da rubare… Non riesce nemmeno a comprendere che in quello stato non versano solo le stoviglie.

“You talk to me
as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.”
(By this river, Brian Eno)

La voce di Andrea torna a parlare alla famiglia. Attraverso una lettera inviata a lui da una ragazzina conosciuta in un campeggio estivo, Arianna.
Paola e Giovanni cercano di scoprire Andrea, di conoscerlo finalmente. Attraverso la sua camera, i suoi ricordi, la musica che amava, le persone cui lui voleva bene, i genitori tentano di comprendere Andrea almeno nella misura in cui ci è riuscita Arianna in un solo giorno trascorso con lui. La “stanza del figlio” è di fatto un luogo fisico e spirituale di cui questo padre e questa madre non hanno esperienza.
Paola comunica alla piccola amica la tragica fine del figlio e la invita ad un incontro. Al quale Arianna si presenta con il proprio boyfriend. I due hanno in progetto di raggiugnere la Francia in autostop. Sarà invece la famiglia, riunita e allargata, tutta insieme di nuovo in auto, ad accompagnare i giovani alla loro meta. L’equilibrio si è ricomposto? Ancora una volta, è solo facciata. Sulla spiaggia di Ventimiglia, ognuno segue vie differenti nella sabbia. In lontananza, tre figure nettamente distinte.

Qual è il senso della famiglia? Solo persone che vivono insieme, i cui destini sono legati gli uni agli altri, o qualcosa in più?
In tutto il film i protagonisti sono accomunati da vicende simili, ma sono isolati gli uni dagli altri.
Inoltre, non c’è trasformazione dei personaggi, non c’è viaggio. La morte di Andrea tocca la famiglia e la lascia senza uno dei suoi membri. La riduce, ma non la cambia. Si avverte solo una reazione ad un’azione. La morte è un fatto della vita; è una cosa meccanica, come le viti che scendono ad inchiodare il cofano alla bara sulle quali il regista indugia a lungo. Ma al di là di questo, non vi è alcun tipo di speculazione, nè meramente filosofica, nè tantomeno religiosa. E ciò rende il clima del film molto freddo, così come freddi sono i colori usati nella fotografia. Gli occhi di Moretti sono come stupefatti dalla scoperta della morte. Disorientati. Giovanni tenta un piccolo risveglio, quando qualcuno lo spinge ad osservare l’inumanità non della morte, ma della sua stessa vita. Inumana poichè “normale”, poichè “conforme”; come normali, conformi e inumane sono, a seguito della morte del figlio, la crisi della coppia, la crisi della famiglia, la solitudine nell’ambiente sinonimo di affetto e condivisione per definizione.
L’essenza della pellicola sta nel brano di chiusura, “By this river” di Brian Eno. I protagonisti sono fermi sul fiume della vita, incapaci di comprendere, quanto di domandare. Immobili di fronte alla corrente. Neppure trascinati. Svegliati per la prima volta e costretti a guardare. Reagiscono a qualcosa che gli cade addosso, che li trascina giù. Inconsapevoli, muti sia nel chiedere che nel rispondere, tentano di dialogare invano con dei segni, dei messaggi inviati da qualcuno che per loro è ormai perduto. Messaggi che non riescono a cogliere, elaborare, interpretare.

Ricucendo quanto visto con l’esperienza che ho vissuto indirettamente e a cui ho accennato all’inizio di questa recensione, penso che la pellicola di Moretti possa comunque essere d’aiuto nell’affrontare il nocciolo del rapporto genitori/figli.
In particolare “La stanza del figlio”, surrogato di una qualsiasi parabola personale che interessa la malattia o la morte di un figlio, può suscitare una domanda devastante: “Di chi è figlio mio figlio?”
Le risposte non possono essere che due. La prima è quella “di pelle”: mio figlio è figlio mio. Solo mio. Deriva da me e a me sei richiama. E’ “cosa mia”. Questo istinto di possesso si riflette nel modo di condurre e interpretare la vita del figlio e quindi la fine di tale vita. Io, padre, dirigo l’esistenza di mio figlio; posso (devo?) decidere per lui. La morte è un attentato anche alla mia vita. E’ un torto fatto a me. E’ un ladro che entra in casa mia e mi porta via ciò che ho di più prezioso. La famiglia, in quest’ottica, è un modello di due persone che creano altri individui, sui quali possono vantare dei diritti.

La seconda risposta, quella cristiana, è struggente e necessita un salto di fede non indifferente. Se io non “sono da me”, ma sono a mia volta figlio di Dio, se la mia vita è già un dono, allora anche la vita di mio figlio è dono, anche mio figlio non arriva da me bensì dal mio e suo Padre.
E in questa logica del “dono”, assurdamente splendida, i genitori diventano dono per i figli. E la famiglia dono per gli altri. Il genitore è di fatto un “affidatario” che deve ricordare a se stesso e al figlio che vanno compiuti non i propri progetti, bensì quelli del Padre. Qualsiasi sia il progetto. Qualsiasi rinuncia sia chiamato a fare, essa è nell’ottica di un “bene” più grande, che va oltre la mia comprensione e il mio stesso affetto.
La logica del dono è di fatto distruttiva del modello familiare tradizionale (non lo diceva forse anche Gesù?): io ho tanta libertà quanta ne hanno i miei figli, poichè questa libertà non arriva da me. Se i figli sono donati, non esistono differenze o preferenze.
La logica del dono conduce inevitabilmente al paradosso degli schemi umani: se tutto ciò che concerne la mia esistenza è dono, allora sono libero di cantare a Dio in qualsiasi situazione, sia essa di profondo amore o di profondo dolore. Il mio canto, la mia gioia sono consapevoli. E’ il senso dei Salmi. E’ ciò che giustifica gli Hare Krishna all’inzio del film.
La famiglia non è quindi solo un gruppo di persone che vivono insieme, legate da rapporti non paritetici. C’è qualcosa di più sommerso, quel qualcosa che spinge Paola ad alzarsi di scatto e chiamare Arianna tra le lacrime, dopo aver rimandato più volte. C’è qualcosa di più umano, di più profondo del semplice sentimento. Altrimenti non ci sarebbe un dolore così grande, sintomo di un amore altrettanto grande. Amore e dolore ci spingono oltre il nostro sentire, ci svelano la verità più umana che possa esistere, perchè vita e morte sono le cose più umane che possano esistere: non siamo da noi; c’è una scintilla divina, un “perchè” a cui non riusciamo a rispondere, a cui non bastiamo. Questa verità ci parla. A noi saperla comprendere.

Gabriele Guzzetti, 29 Novembre 2006

7 commenti a “"La stanza del figlio" e la logica del dono”

  1. Lia ha detto:

    Ho visto il film di Moretti, appena è uscito, non tanto per ammirazione sconfinata verso il regista(di cui ,anzi, qualche volta mi irrita una certa supponenza),ma per il tema affrontato :la perdita di un figlio adolescente, tragedia che ha sconvolto la vita di una persona a me molto vicina e, indirettamente, anche la mia.Da allora cerco sempre ,nei libri e nei film,contenuti con cui confrontare quella mia esperienza, in un’irresistibile e forse masochista coazione a ripetere.Nel film di Moretti ho trovato tante analogie:una famiglia,fino ad allora inconsapevole dello stato di grazia in cui vive,ne è improvvisamente privata e precipita in un inferno di disperazione, di rimpianti,di sensi di colpa, di ricerca di un perchè che non trova risposte in nessuna delle fedi che si credeva di avere.Si resta inebetiti e spesso ognuno vive da solo il suo dolore,percorrendo vie diverse, nel tentativo di elaborare il lutto.Di una cosa sola si è certi:niente sarà più come prima ;il Paradiso che non si sapeva di possedere, è perduto per sempre.Fin qui i punti di contatto tra la finzione filmica e la tragedia che abbiamo vissuto in famiglia,diciassette anni fa.Ma,mentre il film presenta una visione della morte solo laica , legata a una casualità terribilmente crudele,nel caso mio e delle persone a me vicine,la fede ci ha permesso di sopportare un fardello troppo pesante per le nostre spalle.Non è stata un anestetico,un oppio che ha annebbiato le nostre facoltà,ma un punto di riferimento.Nell’immagine del Crocifisso , condannato sebbene innocente,abbiamo trovato un compagno solidale, non soltanto in astratto , ma concretamente, con il nostro dolore; in Lui abbiamo anche mantenuto il contatto con il nostro caro scomparso così prematuramente e innaturalmente, maturando il convincimento che egli ci abbia soltanto preceduto e ci stia aspettando, in un luogo bellissimo,dove noi,prima o poi, lo raggiungeremo.L’attesa di quel momento,però, non può essere passiva, statica, ma deve essere spesa con generosità.
    Lo strazio è tuttora forte, lo strappo non è mai stato ricucito,ma tutta la vita ne è uscita come alleggerita da tanta zavorra.
    Io,quando sento che mi sto facendo riprendere dal vortice delle frivolezze e delle meschinità quotidiane, mi rimprovero aspramente per aver perso di vista quella verità che ho conquistato a prezzo di tanta pena:bisogna assaporare le cose belle che la vita ci dona,soprattutto gli affetti,impegnandosi,ogni giorno, a mantenerli nella loro autenticità e freschezza,nella certezza che ci accompagneranno per sempre.

  2. dreavilheadtz ha detto:

    Mi viene in mente una cosa a proposito della presenza della morte nella vita. La spiegazione dell’aspetto mortale come qualcosa d’Altro, ‘un padre del padre’ o di ‘un luogo bellissimo’, inspiegabile ma credibile, non mi convince del tutto, non ancora forse: la data beffarda – per me – di questo scritto di Gaz mi porta mio malgrado ad una riflessione sulla composizione duplice della nostra esperienza vitale. La vita e la morte nella Vita: io ho sempre intellettualizzato l’aspetto mortale credendo di tenerlo sufficientemente presente; ora credo che quell’Altrove, sia esso padre e del padre o luogo bellissimo, si trovi negli oggetti stessi della stanza che circonda il figlio. L’aspetto vitale – godereccio e consumativo – distrugge l’oggetto, o forse lo inghiotte. Ora, invece, gli oggetti di una stanza sono importantissimi per me, sono ri – creativi. La persona che non è più si fa attorno ad essi (od è ciò che si vorrebbe ottenere) senza sosta. Ora i momenti di ‘distrazione’ sono pervasi dalla lucidità della morte, un insegnamento che arriva a tradimento. C’è qualcuno che si sacrifica perchè in favore di questo apprendimento. Colui che si sacrifica non ne beneficia. Colui che resta non può gioirne insieme a chi è andato. Laddove toccavo e distruggevo adesso manipolo e creo la una esistenza, creo e intravedo quell’Altrove disperatamente. Non c’è conforto, almeno per ora, in questo apprendimento.

  3. dreavilheadtz ha detto:

    chiedo scusa per i refusi.

  4. Anonimo ha detto:

    fetaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

  5. Anonimo ha detto:

    MA KE CACATA

  6. Anonimo ha detto:

    ma xke bisogna x forza pensare alla morte????
    e già così brutta la vita!!!!

  7. Anonimo ha detto:

    UUUUUUUUUUUUUU

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