Nel popoloso deserto

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Se il giardino è il primo dei luoghi umani, il deserto è il primo dei luoghi. «In principio» vi sono cielo e terra, sì, ma una terra «informe e deserta» (Genesi 1,2). Non sorprende che, a concepire il cielo come un giardino (pardes, paradeisos), siano state tribù per cui la terra era il deserto. Popoli di nomadi: perché nel deserto si cammina. Non si può stare fermi, come non si può star fermi in mezzo al mare. «Ogni mattino – racconta lo scrittore israeliano Amos Oz – inizio la mia giornata camminando nel deserto per mezz’ora o 45 minuti e inspiro, introietto il silenzio del deserto, così diverso dal silenzio di qualunque altro posto al mondo, è un silenzio completo e totale. Il deserto esprime umiltà». È vero, chiunque abbia l’esperienza di camminare nel deserto, conosce questa vibrazione profonda, simile al passeggiare sopra un immenso cuore addormentato. «Mi è sempre piaciuto il deserto – scrive Antoine de Saint-Exupéry – Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio».

Questa, per lo meno è l’esperienza di chi si reca nel deserto spontaneamente. Ma per chi vi si trova contro la propria volontà, l’impressione è quella di nuotare al largo, senza riferimenti, senza punto di ritorno. Il deserto può tramutarsi nel più spaventoso dei labirinti, senza muri né scale, come racconta J.L. Borges in una storia breve quanto inquietante. Un labirinto senza muri né scale, proprio come il nostro mondo interiore. Perché, in fondo, il deserto non è altro che un grande schermo su cui si proietta il mondo spirituale: che il suo silenzio sia di conforto o di orrore, ne è solo la conseguenza. Il deserto è il luogo dove il confine con il reale si fa labile, e la terra viene calcata da sogni e miraggi, da rivelazioni e da allucinazioni, da apparizioni più o meno benevole. Saint-Exupéry incontra il suo piccolo principe nel bel mezzo del deserto del Sahara, sulla penisola del Sinai Mosè vede il roveto che brucia senza consumarsi.

Altri, molti altri, vi smarriscono la ragione.

https://youtu.be/NmCwWtiEKHs

In questo luogo dove il corpo è messo a dura prova né può sperare di resistere senza sottomettersi a una disciplina ferrea, ciò che fa la differenza è la forza d’animo. «L’oasi è fatta per il corpo, il deserto per l’anima», recita un proverbio africano. Ecco perché il deserto diventa il teatro perfetto delle grandi sfide interiori non solo per la millenaria tradizione monastica – dai Padri del deserto a Charles de Foucauld – ma anche per il laicissimo Giacomo Leopardi, che celebra il destino umano cantando la ginestra «contenta dei deserti». Dove ci sono conflitti interiori seguono immancabili quelli esteriori. Naturale che il deserto sia lo scenario perfetto dei grandi duelli: nulla ci distrae dallo scontro, l’attenzione è tutta sull’eroe e il suo avversario (quando non è lui stesso, il proprio avversario). Scorrono davanti ai nostri occhi tutti i grandi western, ma pure quel filone pop nato con le guerre mondiali che è la distopia: da Mad Max a Okuto no Ken fino a The Road di McCarthy, il mondo futuro appare tanto desolato quanto violento.

https://youtu.be/5Wm2dPgNNnM

Eppure il deserto è esasperatamente ricettivo nei confronti della vita. Basta una pioggia per mutare completamente il suo aspetto, per veder scorrere ruscelli e apparire fiori. È un luogo estremo a cui flora e fauna si adattano solo a prezzo di lasciarsi plasmare da una vitalità estremamente opposta, indossando maschere abnormi e grottesche. Cactus e lucertole. Il deserto fa saltare le condizioni della vita normale, rimette in discussione ogni equilibrio precedentemente raggiunto, ne impone di nuovi e contraddittori. Se devo esprimere tutta l’ambiguità del deserto, tutto il suo bisogno di esprimere una vitalità esasperata in forme bizzarre ed esagerate, penso a un surreale pullman argentato che attraversa le aride terre dell’Australia centrale. Sopra di esso, una figura allucinatoria strappa una risata. Ma, nonostante l’apparenza sgargiante e teatrale monopolizzi l’attenzione, la voce affida al vuoto un pianto contemporaneo: «Follie! Follie! Delirio vano è questo!
 / Povera donna, sola, abbandonata
 / In questo popoloso deserto
 / Che appellano Parigi,
 / Che spero or più?». Un popoloso deserto. Sicuri che il mare della solitudine non lambisca le nostre metropoli ben più delle dune di sabbia?

https://youtu.be/Ksvm7fovhJQ

  • Elvis

    Ho provato una “vibrazione profonda, simile al passeggiare sopra un immenso cuore addormentato” quando ho attraversato con un pulmino la regione di Shirak, a nordovest dell’ Armenia.
    Chilometri e chilometri di terra senza traccia di insediamenti umani, nel silenzio interrotto solo da versi di uccelli mai visti prima. Per me, abituata ai rumori, al traffico delle città, quelle distese tutte uguali erano motivo di attrazione e angoscia. Attrazione perché zittivano ogni possibile distrazione e suscitavano una strana quiete, placavano la frenesia di “dover-fare”, “dover produrre – raggiungere qualcosa”. Smarrimento perché i cellulari non prendevano, le strade non erano asfaltate né illuminate e questo metteva in crisi le mie piccole sicurezze: se il pulmino dovesse fermarsi, a chi potremmo chiedere aiuto?
    Ecco una foto di quell’esperienza.