Solo la gratitudine pesa più del rimpianto

per M.G., il grazie che non ti ho potuto dire

Nei giorni immediatamente precedenti al Natale è legittimo attendersi meditazioni sulla gioia e sulla vita che nasce, non certo sulla malattia, il dolore e la perdita. Eppure gli ospedali non si svuotano né ci sono moratorie per la sofferenza: si muore come nei restanti giorni dell’anno, forse perfino con più tristezza. E mentre il viavai nei negozi si fa frenetico, non s’interrompe quello lento e inesorabile nei reparti terminali. Nelle chiese ascoltiamo letture sulla fine di questo mondo, su un brutale omicidio mosso dal fanatismo religioso e su una strage di bambini giustificata dalla ragione di Stato, e ci domandiamo cosa abbiano a spartire con la bellezza del ritrovarsi in famiglia e dell’esprimersi affetto attraverso un regalo, con l’odore buono delle pietanze in forno e la neve che custodisce la terra. Chi vive un lutto in questi giorni attraversa una sorta di schizofrenia: scopre che il dolore è un’interruzione necessaria quanto impossibile nella festa della vita. Che cos’ha da dire, allora, il Natale? Forse che non è un gioco, forse che non è neppure una festa come le intendiamo abitualmente.

Il volume di poesie Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia (Fara 2010, pp. 58, € 13) è smilzo e sottile, come tutti i libri sinceri sulla sofferenza. Racconta con tenace limpidezza gli ultimi giorni trascorsi dall’autrice accanto alla persona amata e la stagione del lutto: il suo distante apparire, la pressante imminenza, le sfumature che seguono – sempre più intense – il giorno del distacco. Racconta l’accompagnamento e l’espropriazione di sé. Racconta l’ultima lezione, «la maniera umana di morire».

E tu hai dovuto imparare
(e imparasti in fretta
perché capisti che il tempo era poco)
ad arricchirti di coraggio
in un apprendistato di confidenza
nel continuare ad essere vivo
(nel costante restringersi dei limiti)
fino ad accettare
di non essere più,
mentre io ammiravo
il tuo esercizio per diventare
capace di morire.

Ti sei sentito pronto
e ti sei messo in attesa
quando hai capito che il finire
non poteva essere come il nascere:
in mezzo c’era stata la vita,
imperdibile indimenticabile,
da portare verso una meta
che non poteva essere indifferente.
E hai iniziato ad aspettare
che si aprisse una porta,
sperando fosse di luce.

Nonostante l’abitudine ormai irriflessa a parlare della morte come di una nuova nascita, ecco la precisa consapevolezza che «finire» non può essere «come il nascere»: in mezzo c’è ciò che siamo, in mezzo c’è ciò di cui saremo privati. Prendere atto di questo scarto irriducibile e piegarvisi in obbedienza è la sola lezione ora possibile, la sola prontezza da conquistare per potersi riconoscere «umanità vinta, ma intatta». La fine va incontrata – ha scritto Claudio Damiani – come un’esperienza «più grande della nascita, più grande dell’amore», perché in essa tutto è racchiuso e ricapitolato verso un traguardo impronunciabile eppure «non indifferente». Una soglia sicura, che solo la speranza può debolmente illuminare. Chi la varca si affida al mistero, ma che ne è di chi resta da questa parte? Sopravvive amputato, quasi che l’altro, furtivamente attratto al di là, si portasse via un po’ dei suoi occhi, del suo udito, del suo gusto e del suo tatto per trovare nella loro compagnia il coraggio di affrontare l’ignoto. «In un attimo, anche se tutto / sembrava sempre uguale nella stanza /…/ tutto era cambiato / e non mi restava / che il vivere nell’assenza». Se il desiderio rappresenta la tensione verso un altro che manca ma giungerà, cos’è invece l’assenza, la perdita di colui che si è tanto atteso e finalmente abbracciato? Davanti all’assenza anche l’«impaurito abisso di silenzio» viene infine rotto…

E a me è rimasto il pianto,
prima trattenuto
e poi accettato e goduto
nel chiuso della stanza,
la faccia tra le mani,
o quello che mi coglie improvviso
abolito il pudore
in strada, tra gente
estranea che guarda
e distoglie lo sguardo
o che viene copioso
a curare il cuore davvero.
Per essere consolati
bisogna essere addolorati.

«A chi non ha la capacità di ricevere, neppure l’onnipotenza può dare» scrive C.S. Lewis nel suo Diario di un dolore. Se è vero che «l’afflizione non è uno stato, bensì un processo», allora la capitolazione conclusiva al dolore e all’incompletezza risulta essere il prerequisito necessario per la consolazione. Può raggiungerci solo attraversando tutte le tappe del cammino. Superate le strade della solitudine e dell’incomprensibile, sopravvive – ultimo e forse più tremendo – il limite dell’immaginazione che non osa andare dove non può né esprimere ciò per cui la lingua non basta («le parole sono il nostro limite»). Per sostanziare la speranza bisogna penetrarla con i migliori ricordi della vita, darle un corpo non banale, del quale si è già sperimentato un anticipo:

Quando lotto con l’immaginario
per pensarti
in un dove e in un come
devo recuperare con il cuore
quell’azzurro che rapiva
sospeso sopra il mare
di Istanbul.

Ora so che appartiene a te
che cercavi di impossessartene
con la cinepresa
per fissare quelle immagini
che da sola non oso più guardare.

Proprio la strada della memoria, però, conduce all’ultimo campo di battaglia: quello dei ricordi… un tempo troni della presenza, ora santuari dell’assenza. Volenti o nolenti, d’ora in poi gli anni trascorreranno in loro compagnia. Talvolta saranno maledizione, talvolta benedizione. Un giorno lupi insonni e feroci, l’altro ancora vecchi cani un po’ malinconici, ma docili e mansueti. A chi di loro spetterà l’ultima parola? L’autrice sigilla con pochi versi, delicati ma sicuri come una rinnovata promessa sponsale, l’approdo ultimo del suo percorso. Ed è con queste parole che si chiude la raccolta:

La mia riconoscenza infinita
per essere stato per me.

A dirti il mio grazie
ci sarà sempre una rosa
per te.

Sulla bilancia della perdita, soltanto la gratitudine pesa più del rimpianto. Ma la gratitudine tutto è meno che un’espressione d’entusiasmo spontaneo ed estemporaneo. Nel suo Diario C.S. Lewis giunge a nominarla solo nelle ultime pagine, sorprendendosi di non averla considerata prima. Forse perché essa è incompatibile con il momento più acuto del dolore: infatti «la lode è il modo dell’amore che ha sempre in sé un elemento di gioia». Eppure la lode non è un talento naturale. La gratitudine è un esercizio ascetico non meno duro delle veglie e dei digiuni; è una spinta centrifuga che scalza continuamente dalla gratificazione personale scagliandoci verso l’altro. “Grazie” è una parola tanto grande da colmare perfino un cielo vuoto. Gli ultimi versi della raccolta («A dirti il mio grazie / ci sarà sempre una rosa / per te ») rappresentano una rifondazione degli anni a venire sul basamento della gratitudine: Rosa ci sarà sempre, anche nel dolore, e il suo stesso esserci sarà gratitudine sostanziata in carne e sangue.

Il Natale, allora, ha ancora qualcosa da dire a chi lo trascorrerà nella sofferenza? Forse sì, forse proprio questo. Non festeggiamo cose peraltro giuste e sante come la famiglia e lo stare insieme, ma ciò che a esse conferisce senso: il manifestarsi di una Presenza che non sermoneggia, ma si limita a piangere e a chiedere aiuto, bisognosa di tutto. Una Presenza che con la sua richiesta di soccorso ci strappa dalle nostre solitudini e ci fa riconoscere noi stessi piangenti, bisognosi di tutto, se solo vorremo chiederlo, se solo vorremo riceverlo. Una Presenza che ci rende capaci ancora una volta di dire “grazie”, nonostante tutto.

(la prima versione di questo articolo è comparsa su ZENIT 21/12/2010)