Luoghi (casa è un giardino)

giardino“Adamo dove sei?” La battuta è nota, è il primo discorso diretto del libro più venduto e letto al mondo, e anche l’autore della battuta è noto: è anche l’autore del libro e, secondo alcuni, anche dei lettori di quel libro. Interessante che la prima battuta sia una domanda (ma non doveva essere onnisciente?) e che sia una domanda “di luogo”, relativa cioè allo spazio occupato in quel momento da Adamo. Sembra quasi che Dio non ci si trovi bene in questa dimensione spaziale, beh è chiaro, per lui lo spazio non esiste o, meglio, lui l’ha creato ma egli non vive nello spazio, come non vive nel tempo, è infinito ed eterno, come è noto. Noi uomini invece ci troviamo bene nei luoghi, nel “dove” siamo sempre a posto, mai fuori luogo. Nello spazio e nel tempo noi siamo a nostro agio, Dio un po’ meno, è lui l’intruso. E poi sembra che mentre noi sappiamo tante cose di Dio, Dio appare un po’ più disinformato sull’uomo, non sa, ad esempio, dove sia andato a finire. Eppure non erano in tanti in quel luogo, così bello che si chiama mondo, ma solo due: Adamo ed Eva. Rinvio al famoso libretto di Martin Buber Il cammino dell’uomo per mettere a fuoco questa strana contraddizione per cui il Creatore, Onnipotente e Onnisciente, si presenta come uno sprovveduto che ha perso di vista i due più belli e importanti esseri che ha da poco creato. Quella domanda non è solo una richiesta di informazione sull’esatta collocazione spaziale in cui si trovano Adamo ed Eva, essi non avrebbero dovuto rispondere (e di fatto non rispondono) indicando le coordinate, longitudine e latitudine, della loro posizione, non si tratta quindi di geo-localizzare ma di teo-localizzare: tu, Adamo, rispetto a Dio, dove ti trovi? Dove sei andato a finire? Oppure, come spesso si dice quando si litiga tra umani: “dove ti credi di essere?”. E sì, perché a volte il luogo in cui ci troviamo è più mentale che reale, non abbiamo ben compreso qual è realmente il nostro vero posto nel mondo, e pensiamo che tutto il mondo sia nostro, sia “il nostro posto”.

Tutto questo per dire che in realtà un luogo è senz’altro un luogo, un posto ben situato e rintracciabile sulle carte geografiche, ma anche qualcosa di più. Un luogo è ed ha una storia. E se ogni storia è storia di salvezza, non si può non ricordare l’affermazione di Paolo VI sul fatto che “a fianco di una storia della salvezza esiste una geografia della salvezza”.

Qualche anno fa il romanziere romano Eraldo Affinati, fedele alla sua natura di scrittore-segugio, ha realizzato una singolare quanto intelligente storia della letteratura italiana (Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia) in cui ha ripercorso i luoghi dei grandi letterati italiani, dall’Assisi di Francesco alla Garfagnana di Ariosto, dalla Zante di Foscolo alla Recanati di Leopardi, dalla Trieste di Svevo alla Casarsa di Pasolini.. I luoghi di cui si parlerà a BombaCarta durante questa stagione 2015/2016 che sta per cominciare saranno meno “geografici” ma più “umani”, seguendo una scelta simile, da questo punto di vista, a quella fatta qualche anno fa quando parlammo di “ambienti”, davvero quindi una bella sfida, a cui siete invitati tutti, per cui “spostatevi”! uscite dal vostro posto, e venite al luogo dell’Officina di BombaCarta, un sabato al mese, e prendete nota che è cambiato l’indirizzo (quanto è importante essere precisi nell’indicazione del luogo!): non più via Panama 9 ma via Panama 13, pochi metri più in là, ma a volte basta poco per smarrire la dritta via e trovarsi in una selva oscura, davvero un brutto luogo quello! Meglio cominciare con un luogo più ameno…

Il giardino

Dio separaE come primo luogo da esplorare insieme abbiamo scelto il giardino. Forse non poteva essere diversamente: è il primo di tutti i luoghi umani. Lo racconta quella storia della Genesi, dell’origine, che abbiamo già riassunto nella prima parte dell’editoriale: i personaggi sono tre, Dio, l’uomo e la donna. E il luogo è appunto un giardino, il giardino terrestre, l’Eden. La parola “pardes”, da cui il nostro “paradiso”, nell’antico persiano indicava il giardino, il giardino più bello, quello del re. Ecco, il racconto biblico ci dice che noi nasciamo re, che lietamente passeggiamo per il nostro meraviglioso e delizioso giardino. E Dio passeggia con noi alla brezza del mattino. Sappiamo come andrà a finire, da quel giardi
no saremo allontanati, la dritta via sarà smarrita e – ok è tutto per colpa nostra lo sappiamo! – sta di fatto che ci troveremo in esilio, banditi, fuori, a peregrinare “in questa valle di lacrime”. E di quel giardino avremmo sempre una struggente nostalgia.

Per i credenti esiste un altro giardino, un’altro paradiso, che ci attira e ci attende alla fine del nostro cammino, sta di fatto che finchè viviamo siamo in movimento, inquieti, pellegrini appunto, precari, “di passaggio”. A questo punto, visto che è così importante, chiediamoci meglio: cosa è un giardino? Cosa rappresenta? Perché sembra che da lì proveniamo, che all’origine c’è appunto questa immagine, e allora, vediamola meglio. Un giardino si potrebbe dire che è l’opposto della foresta, della giungla. In comune c’è la presenza di una vegetazione, ma mentre la foresta è dominio della natura, il giardino è frutto dell’intervento dell’uomo, è dominio della cultura. Dionisiaco e apollineo? Può darsi. Certo è che si passa dal Kaos al Kosmos: è la creazione che non è mai finita una volta per tutte. Ogni volta che prepariamo le valigie, ogni volta che riassettiamo il letto, la scrivania, la stanza, che puliamo e ordiniamo una casa o qualsiasi luogo che abitiamo, anche per pochissimo tempo, stiamo ripetendo il gesto divino della creazione che, più che un “fare dal nulla” appare come un distinguere, separare, ordinare in modo che dal disordine nasca il mondo, il cosmo.

il-poetaSe tenessimo i conti del nostro tempo e del nostro lavoro scopriremmo che dedichiamo molte delle nostre energie e delle nostre giornate a mettere o rimettere a posto. Perchè ogni cosa deve essere “al suo posto”, ci deve essere un luogo per ogni cosa, come se il luogo custodisse il senso delle cose. E il giardino, dove tutto ha senso (dalla ghiaia alla fontana, dalla siepe ben ritagliata al sentiero lungo il brecciolino) è il luogo per eccellenza, che non lascia nulla alla sciatteria, all’incuria, al caso, parente stretto del caos.

Questo è anche il compito del poeta, di ogni poeta (che da questo punto di vista è un giardiniere): custodire il senso, ridare sempre nuovo significato alle cose, perché i significati gli uomini tendono a dimenticarli. La poesia trova un senso, un ordine, alla vita che spesso ne appare priva. E allora concludiamo questo editoriale, che è solo una manciata di spunti buttati lì per essere sviluppati poi nell’Officina (che sarà sabato 24 ottobre, dove ormai lo sapete) e in quella quotidiana “officina” che è la vita, con una poesia, in cui il poeta usa due volte questa parola, giardino, e la collega alla parola fondamentale di ogni opera d’arte: speranza.

Speranza (di C.Milosz)

La speranza c’è, quando uno crede

Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,

E che vista, tatto e udito non mentono.

E tutte le cose che qui ho conosciuto

Son come un giardino,

quando stai sulla soglia.

Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro.

Se guardassimo meglio e più saggiamente

Un nuovo fiore ancora e più di una stella

Nel giardino del mondo scorgeremmo.

Taluni dicono che l’occhio ci inganna

E che non c’è nulla, solo apparenza.

Ma proprio questi non hanno speranza.

Pensano che appena l’uomo volta le spalle

Il mondo intero più non sia,

come da mani di ladro portato via.

  • Rosa Elisa Giangoia

    Bello il tema di quest’anno e molto bello quest’editoriale, aperto a tanti sviluppi! Buon lavoro nelle Officine.

  • Ed ecco una formulazione non-teologica, ma neppure troppo lontana, del “pollice verde”:

    «Fare un giardino, in fondo, è un modo di invocare la natura, enunciare una sorta di preghiera in cui si sussurra la speranza di non averla ancora perduta. Per questo, non importa quali siano il disegno o le piante scelte, un giardino ci potrà persuadere solo quando trasmetterà sommessa la sensazione che vi vibri una qualche invisibile corda che riconnetta a un non so che di sorgivo e forse selvatico. Chiamiamolo il nostro antico cercare, tra le piante, la vita»

    (da “Contro il giardino” di Pia Pera e Antonio Perazzi)

  • fausto

    IL NOSTRO GIARDINO
    di Fausto Corsetti
    Sentiamo che il nostro modo di vivere sta per cambiare, non solo il modo di vestire, che pure non è solo apparenza, ma proprio il nostro modo di posare lo sguardo sulle cose e il nostro atteggiamento nei confronti di quanto ci circonda e perfino nei confronti di noi stessi, del nostro essere intimo…
    E’ primavera.
    Il freddo invernale è giunto talvolta fino all’anima, ci ha raggelati dentro. Quando il tempo si addolcisce, anche l’anima si addolcisce. E più facile diventa, per tutti, guardare un poco più in là del tempo presente e fare programmi per la propria vita. Nessun’altra stagione, forse, stupisce quanto la primavera: è proprio una rivoluzione del grande teatro della Natura e del piccolo, grandioso teatro interiore.
    I sentimenti sembrano più vivi proprio come sono più vivi tutti i fiori, tutte le foglie di tutti gli alberi.
    Sì, nonostante la puntualità dell’avvenimento, la primavera non cessa di meravigliarci, non cessa di insegnarci a leggere anche nella continua meraviglia del nostro essere qui, al centro di questa Natura: continuamente ci interroghiamo e interroghiamo le cose che ci circondano, le cose in cui siamo immersi.
    Noi possiamo passare del tutto indifferenti davanti allo spettacolo della Natura; possiamo freddamente leggere nel calendario i giorni che passano, le stagioni che si compiono, che scadono, che finiscono; possiamo diventare dei perfetti automi di noi stessi, ma viene sempre il giorno in cui sorge la domanda: che senso ha tutto questo?
    Perché, improvvisamente, avvertiamo che quella vita che si risveglia fuori di noi trova una strana, misteriosa corrispondenza con ciò che accade dentro di noi? Quale misteriosa forza ci chiede, puntualmente, ogni anno, di rinascere a noi stessi? Che senso ha questa cosa che vive dentro di noi e ci interroga continuamente, come se fosse lei, veramente, la sola padrona di casa a cui sono dovute tutte le risposte?
    Il tempo, fedele clessidra della nostra vita, scandisce la nostra esistenza, le dà un senso sempre nuovo e diverso, ci aiuta a capire sempre meglio le ragioni del nostro essere qui, della nostra esistenza.
    Ecco, allora, che la primavera attraverso il nostro sguardo, il nostro ascolto diventa una sorta di prova, un esame della nostra condizione.
    C’è una primavera del mondo e una primavera dell’anima. Questa, certo, meno visibile di quella, ma non meno avvertibile, non meno godibile. Tutto sta nel vedere che cosa sia stato seminato, quali e quanti fiori siano spuntati e annuncino la nostra stagione dei frutti: il nostro più intimo giardino.
    Tutti, chi più chi meno, abbiamo attraversato periodi o momenti di noncuranza di noi stessi, rivolgendo all’esterno ogni nostra cura. Tutti, chi più chi meno, abbiamo conosciuto le sterpaglie del nostro giardino interiore e sappiamo quanto è stato difficile – quanto è difficile – strapparle e distruggerle. Ma tutti sappiamo anche che, dopo l’inverno, vien sempre la primavera e, come accade fuori, così anche dentro di noi avviene la rinascita, il risveglio, la trasformazione: spettacolo grandioso, come sa chi ama le piccole cose e vede anche in esse il segno di qualcosa di grande, di unico, di Infinito.