Carlo Ossola su Peregrin d’amore

Carlo Ossola presenta Il continente interiore con Corrado Bologna e Antonio Gnoli, mercoledì 10 novembre alle 18:00 alla Libreria Bibli in Via dei Fienaroli 28 a Roma (Trastevere). Di seguito, la splendida recensione di Carlo Ossola di Peregrin d’amore, l’ultimo libro di Eraldo Affinati, apparsa ieri su Il sole 24Ore.

Associare a una città un classico, a ogni classico un lembo di vita vissuta, è rendere il mondo una cartografia del memorabile, fare dello spazio una mappa scritta con la sanguigna del bello. Ne è stato maestro, ai tempi del “Nouveau roman”, Michel Butor con i suoi celebri “cronotopi”: in particolare con Degrés, 1960, ove scorrono –nelle biografie sincrone degli allievi di un liceo- le tappe dell’umanità, i crocevia della storia, e quelle dell’invenzione letteraria, dalla Description du Monde di Marco Polo agli Essais di Montaigne. Ora Eraldo Affinati percorre i grandi classici della nostra letteratura, con l’urgere appassionato del porla di fronte, esporla, lasciare che su essa infierisca il nostro presente scipito, privo di gusto, e pronto a far strame di tutto ciò che può rinviare, come specchio di verità, il deforme che vi si affaccia.

La sua posizione è la quella, ardua, del Leopardi; scegliere la parte più  nobilmente irta, perché essa non darà riscontro né appagamento; cita, ben al proposito, un pensiero dello Zibaldone: «Finché si fa conto de’ piaceri, e de’ propri vantaggi, e finché l’uso, il frutto, il risultato della propria vita si stima per qualche cosa, e se n’è gelosi, non si prova mai piacere alcuno. Bisogna disprezzare i piaceri, contar per nulla, per cosa di niun momento, e indegna di qualunque riguardo e custodia, i propri vantaggi, quelli della gioventù, e se stesso; […] In questo solo modo si può goder qualche cosa. Bisogna vivere témere, au hazard »  (30 giugno 1822). Nella nuda remissione di Au hasard Balthazar (Robert Bresson, 1966).

Il suo canone di classici va da san Francesco a Pier Paolo Pasolini, in una sequela  paupertatis netta, ove del Novecento appare il crinale più abbarbicato all’anima e alla natura: Dino Campana, Federigo Tozzi, Ignazio Silone, Mario Rigoni Stern. I classici dei manuali ci sono tutti; Peregrin d’amore è appunto citazione dal canto VIII del Purgatorio,  un Dante capace –come proponeva Borges- di raccogliere tutta una vita in un pugno di versi, vita terrigna, e cruda: «L’errore in sé si trascina dietro il carattere di chi l’ha compiuto, quasi fosse la bava di una lumaca, o la secrezione di una pianta, anche perché ogni dannato pare inchiodato nel luogo geografico in cui visse. Accade al più caratteristico dei ladri danteschi: “Vita bestial mi piacque e non umana, / sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi  fu degna tana” (Inferno, XXIV, 124-126)». Affinati dà voce anche ai classici del mondo rovesciato, del paradosso che rivela, della parete livida,  scrostati i facili colori: «Se curre a le commedie, a li festini, / Se va ppe l’ostarie, se fa l’amore, / Se trafica, s’impozzeno quadrini, / Se fa dd’ognn’erba un fasscio… eppoi se more! // E  ddoppo? Doppo viengheno li guai. / Doppo sc’è ll’antra vita, un antro monno, / Che ddura sempre e nnun finissce mai! // È un penziere quer mai, che tte squinterna!» (G.G. Belli, Er segreto der monno). Così un asciutto, fermo, Bassani: «Tutto ciò che esiste è degno / di perire recito anche io fra me e / me parafrasando Engels» (Epitaffio. Parafrasando Engels).

Nell’ultima pagina, il lascito: «Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto […]» (Pasolini, Il pianto della scavatrice); ed infatti alla più vitale delle “discipline” scolastiche, la letteratura, non si deve chiedere di divenire registro dei beni censiti al catasto della Fama; non si può trasformarla nella Legenda aurea di santi per ogni dì. No, la letteratura può –come questo libro dimostra- ancora offrire ragioni di vita; rispondere ogni giorno alle insidie della nausea con il «valore dell’arte» (Campana), alzare ogni giorno lo sguardo sopra la palude: «Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo» (Campana, La chimera). Gli insegnanti devono resistere a chi toglie dignità e ruolo sociale alla scuola, poiché il loro, il nostro, patrimonio è la plenitudine senza fine dell’umano. Basta anche solo un piccolo gruzzolo di libri: di qui i tre volumi commentati della Divina Commedia; di lì tre libri che portino, con fervore, con fermezza, tutti gli altri: Giuseppe Prezzolini, Storia tascabile della letteratura italiana; Italo Calvino, Perché leggere i classici; e da oggi, perché no, Eraldo Affinati, Peregrin d’amore.  Dopo, quando i ragazzi avranno capito che dentro quelle pagine si vive, che si trova pane e rifugio, respiro e letizia, verrà lo studio. Ma la letteratura è molto più che un contenuto, è il vivido soffio che dà alla pasta di vetro la forma di coppa da levare in alto. Sursum corda, tra poco passerà.

[Carlo Ossola]