Il Re, il Primo Ministro e la Bibbia

Lo scorso 16 dicembre si è celebrato a Canterbury il 400° anniversario della traduzione della Bibbia in inglese attribuita a Re Giacomo. In questa occasione David Cameron, Primo Ministro del Regno Unito, ha pronunciato un discorso che vale davvero la pena di leggere per intero. Un discorso che, insieme a quello recentemente tenuto dal Rabbino Capo Lord Jonathan Sacks all’Università Gregoriana (in italiano qui), mi spiega, per lo meno, qual è il senso di un laboratorio quale BombaBibbia all’interno del progetto BombaCarta. Il testo inglese è qui.
La traduzione italiana è a cura di G. Rizzieri.
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È stupendo essere qui oggi tutti insieme per la conclusione di questo speciale 400° anniversario della Bibbia di re Giacomo. So che c’è qualcuno che si domanderà perché sia proprio io a tenere questo discorso, ma sono orgoglioso di essere qui per celebrare la Bibbia di Re Giacomo. Non sono qui da fervoroso cristiano in missione per convertire il mondo, ma perché, in qualità di Primo Ministro, è giusto riconoscere l’impatto di una traduzione della Bibbia che è, io credo, una delle più grandi imprese di questo Paese. La Bibbia è un libro che non soltanto ha forgiato il nostro Paese, ma il mondo. E con 3 Bibbie vendute o regalate ogni secondo… è un libro che non solo è importante per comprendere il nostro passato, ma che continuerà ad avere un profondo impatto nel costruire il nostro futuro collettivo. Con questo mio discorso, non rivendico alcuna autorità religiosa da parte mia. Sono un convinto cristiano della Chiesa d’Inghilterra – ma devo dire vagamente praticante – che vuole sostenere i valori e i principi della mia fede, ma che è pieno di dubbi e, come molti altri, alle prese con difficili questioni sui grandi temi teologici.

Ma ciò in cui io credo fermamente è questo. La Bibbia di re Giacomo è rilevante oggi come lo è stata in ogni momento della sua storia di 400 anni. E nessuno di noi deve avere paura di riconoscerlo. Perché? Semplicemente, per tre ragioni.
La prima è che la Bibbia di re Giacomo ha consegnato in eredità una struttura di linguaggio che permea ogni aspetto della nostra cultura e patrimonio, dalle frasi di ogni giorno alle nostre più grandi opere di letteratura, di musica e di arte. Noi viviamo e respiriamo la lingua della Bibbia di re Giacomo, talvolta senza nemmeno rendercene conto. Ed è giusto riconoscerlo – particolarmente in questo anniversario.
La seconda ragione è che, così come la nostra lingua e cultura sono impregnate di Bibbia, lo è anche la nostra politica. Dai diritti umani e dall’uguaglianza alla nostra monarchia costituzionale e democrazia parlamentare, dal ruolo della Chiesa nelle prime forme di provvedimenti di assistenza sociale, ai molti progetti di azione sociale di ispirazione cristiana. La Bibbia è stata sempre uno stimolo all’azione per i credenti, e rimane tale oggi.
La terza ragione, noi siamo un Paese cristiano. E non dobbiamo avere paura di dirlo. Voglio essere chiaro: non sto dicendo in nessun modo che avere un’altra fede – o non averla affatto – sia qualcosa di sbagliato. Sono consapevole e rispetto pienamente il fatto che molti in questo Paese non hanno una religione. E io sono anche incredibilmente orgoglioso che la Gran Bretagna accolga molte diverse comunità di fede, che fanno tanto per rendere più forte il nostro Paese. Ma quello che dico è che la Bibbia ha aiutato a dare alla Gran Bretagna una serie di valori e una morale che fanno della Gran Bretagna quello che è oggi. Valori e morale che dobbiamo attivamente sostenere e difendere. L’alternativa di neutralità morale non può essere un’opzione. Non si può combattere contro qualcosa con il nulla. Perché se non crediamo in qualcosa, non potremo resistere a niente.

Permettete che mi soffermi su ognuno di questi punti.

Primo, lingua e cultura. Una lingua potente è incredibilmente evocativa. Cristallizza pensieri profondi e talvolta complessi, suggerisce una profondità di significato che va molto al di là delle parole scritte, donandoci qualcosa da condividere, da custodire, da celebrare. E’ parte del collante che ci aiuta a restare uniti. Insieme a Shakespeare, la Bibbia del re Giacomo costituisce un punto alto della lingua inglese, capace di creare espressioni affascinanti che commuovono, spronano ed ispirano. Uno dei miei versetti preferiti è «per ora noi vediamo attraverso un vetro, oscuramente» (1 Cor. 13,12). E’ una sintesi brillante del fatto profondo che c’è ben di più nella vita, che siamo imperfetti, che siamo fallibili, che dobbiamo sforzarci di guardare oltre la nostra personale prospettiva. La parola chiave è “oscuramente” – estremamente carica di molte sfumature di significato. A me sembra che l’avverbio perda di forza in alcune traduzioni più letterali. La Nuova Versione Internazionale dice: «ora non vediamo che uno scarso riflesso, come in uno specchio». La Bibbia Good News invece: «ciò che vediamo ora è come un’immagine velata in uno specchio». Non sembrano meno appropriate ma aride e fredde, e non hanno per nulla la stessa magia e significato. (Nota del Traduttore: nell’ultima versione della traduzione della Bibbia in italiano a cura della C.E.I., il versetto in questione recita «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio»). Come per Shakespeare, la traduzione di re Giacomo avvenne in un tempo in cui la parola scritta doveva essere letta ad alta voce, e ciò le dà una forza poetica e un’eco purissima che, a mio parere, non ha confronti con nessun’altra traduzione successiva. Inoltre ha contribuito immensamente alla diffusione dell’inglese parlato in tutto il mondo. In effetti, la lingua della Bibbia di re Giacomo è attualissima oggi.

Pensate soltanto ad alcune frasi che comunemente diciamo: essere nella fossa dei leoni, «strength to strength» (NdT: dal Sal 84,8 «cresce sempre più il vigore»), come sono caduti i potenti (2 Sam. 1,27), la pelle dei miei denti (Gb 19,20 – NdT: in inglese ha assunto il significato di «scamparla per un soffio»), il sale della terra, nulla di nuovo sotto il sole. Secondo uno studio recente, vi sono 257 frasi ed idiomi che provengono dalla Bibbia, e queste espressioni ci girano attorno, dalle aule dei tribunali alle sitcom televisive, dai ricettari culinari ai testi della musica pop. Certo, c’è un sano dibattito sul chiedersi fino a qual punto la versione della Bibbia di re Giacomo ha originato le molte espressioni del nostro linguaggio attuale. Ed è giusto riconoscere l’impatto di versioni precedenti quali quella di Tyndale, di Wycliffe, di Douai-Rheims, e anche le Bibbie dei vescovi e di Ginevra. Ma ciò che è chiaro è che la versione di re Giacomo ha dato alle molte espressioni della Bibbia una presenza pubblica molto più diffusa. Molta di quella seminagione ha attraversato la nostra letteratura, con i grandi discorsi che ricordiamo, l’arte e la musica che ancor oggi gustiamo. Da Milton a Morrison, da Coleridge a Cormac McCarthy, la Bibbia sostiene la trama, il contesto, la lingua e a volte perfino i personaggi in alcune opere della nostra più grande letteratura. Tennyson fa oltre 400 riferimenti biblici nelle sue poesie e fa allusioni a 42 diversi libri della Bibbia. La Bibbia ha ispirato grandi discorsi, dal sogno di Martin Luther King sul compimento della profezia di Isaia, che un giorno «ogni valle sarà innalzata» (Is 40,4), al discorso di Abramo Lincoln a Gettysburg, il quale non solo utilizzò parole bibliche, ma anche la cadenza e i ritmi della Bibbia di re Giacomo. Quando Lincoln disse che i suoi antenati avevano “dato alla luce” una nuova nazione, imitava il modo in cui la Bibbia annuncia la nascita di Gesù (Mt 1,25). La Bibbia percorre anche l’arte. Da Giotto a El Greco, da Michelangelo a Stanley Spencer. I dipinti nella cappella commemorativa di Sandham sono tra le mie opere artistiche preferite. I caduti a Salonicco che salgono al cielo (NdT: battaglia della Prima guerra mondiale, nella quale perì un numero elevato di soldati britannici), è arte religiosa moderna che, a mio parere, è di grande potenza. E la Bibbia attraversa anche la nostra musica. Dai grandi oratori come quello delle Passioni di Matteo e Giovanni di J.S. Bach al Messia di Haendel, alla grande ricchezza di musiche e canti scritte lungo i tempi per la Messa, eseguiti in grandi cattedrali come questa. E’ impossibile fare giustizia in un breve discorso sull’ampiezza dell’impatto culturale della Bibbia di re Giacomo. Ma quello che è chiaro è che da 400 anni questo libro è assolutamente fondamentale per la nostra lingua e cultura.

Una seconda ragione è la seguente: così come lingua e cultura sono impregnate di Bibbia, altrettanto lo è la nostra politica. La Bibbia attraversa la nostra storia politica in un modo tale che spesso non viene doverosamente riconosciuto. La storia e l’esistenza di una monarchia costituzionale deve molto alla Bibbia, nella quale i re venivano unti e santificati con l’autorità di Dio, e si faceva grande enfasi sul rispetto del potere regale e il dovere di mantenere l’ordine politico. Gesù ha detto: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E allo stesso tempo, le radici giudaico-cristiane della Bibbia danno fondamento alla protesta e all’evoluzione della nostra libertà e democrazia. La Torah poneva i primi limiti al potere regale. Sapere poi che Dio ha creato l’uomo a sua immagine fu, se volete, il dato rivoluzionario per la causa della dignità umana e l’uguaglianza. Nel mondo antico l’equità era inconcepibile. Ad Atene, ad esempio, pieni ed uguali diritti erano riservati agli uomini nati liberi e adulti. Ma quando ogni singolo individuo dipende da una forza al di sopra di noi, e ogni essere umano è di importanza uguale ed infinita, creata a stessa immagine di Dio, noi abbiamo il fondamento inamovibile per l’uguaglianza e i diritti umani. Un fondamento che ha visto la Bibbia all’avanguardia per la nascita della democrazia, l’abolizione della schiavitù e l’emancipazione delle donne – anche se non tutte le Chiese concordano su questo! Allo stesso modo, la Bibbia influisce decisamente sulla formazione del primo stato assistenziale. Nel vangelo di Matteo, Gesù dice che chiunque fa qualcosa a favore «di uno di questi piccoli», è fatto a Lui stesso. Come in passato fu l’influenza della Chiesa a far sì che gli ospedali venissero costruiti, le opere di carità istituite, gli affamati nutriti, i malati curati e i poveri ospitati, così oggi gruppi ispirati dalla fede sono al cuore dell’azione sociale moderna…
The Economist aveva pubblicato il necrologio di Dio sul suo numero del Millennio, ma nel secolo scorso, la proporzione di persone nel mondo aderenti alle quattro più grandi religioni, è in verità cresciuto da circa due terzi a quasi tre quarti, e si prevede che aumenterà. Per esempio, si ritiene che vi siano almeno 65 milioni di protestanti in Cina e 12 milioni di cattolici – sono più i cristiani dei membri del partito comunista. Le cifre ufficiali indicano circa 20 milioni di musulmani in Cina – quasi quanto in Arabia Saudita – e quasi il doppio dei musulmani nell’Europa Unita. Per il 2050, alcuni ritengono che la Cina sarà sia la più grande nazione cristiana sia la più grande nazione islamica. Qui in Gran Bretagna, basta che guardiamo alla reazione positiva che ha avuto la visita del Papa l’anno scorso, le nozze reali quest’anno, o naturalmente la festa di Natale la setttimana prossima, per accorgerci di quanto sia vivo e vegeto il cristianesimo nel nostro Paese. Il punto chiave è questo: le società non necessariamente diventano più secolari con la modernità, ma più plurali, con una più ampia varietà di fedi e di adesioni. E questo mi porta al terzo punto.

La Bibbia ha aiutato a forgiare i valori che definiscono il nostro Paese. Come disse Margaret Thatcher, «noi siamo una nazione i cui ideali sono fondati nella Bibbia». Responsabilità, lavoro, carità, compassione, umiltà, abnegazione, amore, orgoglio nel lavorare per il bene comune e nell’onorare gli obblighi sociali che ci dobbiamo l’un l’altro, alle nostre famiglie e comunità: questi sono i valori di cui facciamo tesoro. Sì, sono valori cristiani. E non dobbiamo aver paura di riconoscerlo. Ma sono pure valori che parlano a tutti noi – alle persone di qualsiasi fede o nessuna. E io credo che dobbiamo tutti sostenerli e difenderli. Coloro che si oppongono, si appellano in genere alla neutralità laica: sostengono che, dicendo di essere un Paese cristiano e di affermare i valori cristiani, noi disprezziamo le altre fedi, e che l’unica via per non offendere le persone è di non giudicare le loro condotte. Ritengo che tali argomenti siano profondamente errati. Essere chiari su questo punto è assolutamente fondamentale per manifestare chi siamo come popolo, che cosa sosteniamo e il genere di società che vogliamo costruire. Innanzitutto, chi dice che essere un Paese cristiano è un disprezzo per le altre fedi, semplicemente non capisce che è più facile credere e praticare altre religioni in Gran Bretagna, quando essa fa leva sulla propria identità cristiana. Molti mi dicono che è molto più facile essere ebrei o musulmani qui in Gran Bretagna che in un Paese laico come la Francia. Perché? Perché la tolleranza che il cristianesimo esige dalla nostra società, fornisce maggiore spazio anche alle altre fedi. E perché molti dei valori di una società cristiana sono condivisi da persone di tutte le fedi, e anche da persone di nessuna fede.
In secondo luogo, chi invoca la neutralità laica per evitare di esprimere giudizi sulle condotte altrui, non afferra le conseguenze di una simile neutralità o il ruolo che la fede può svolgere nell’aiutare la gente ad avere un codice morale. Siamo chiari: la fede non è una condizione necessaria o sufficiente per la moralità. Ci sono cristiani che non vivono secondo un codice morale. E ci sono atei o agnostici che invece lo hanno. Ma per coloro che hanno una fede, questa può essere un utile sprone per andare nella retta direzione. E quella direzione, che sia o no ispirata dalla fede, importa. Se guardate ai violenti disordini della scorsa estate, la crisi finanziaria e lo scandalo delle spese, o la costante minaccia terroristica da parte di estremisti islamici nel mondo, una cosa è chiara: la neutralità morale o la tolleranza passiva non li elimina di certo. Rinunciare di dire la verità sulla condotta, sulla moralità, ha in realtà contribuito a causare alcuni dei problemi sociali che sono al cuore della illegalità che abbiamo visto nei violenti disordini. L’assenza di ogni reale responsabilità o di codice morale, ha permesso ad alcuni banchieri e politici a comportarsi con scarso rispetto nei confronti della società. E quando si tratta di combattere contro l’estremismo violento, la tolleranza passiva quasi paurosa dell’ortodossia religiosa che ha permesso a comunità isolate di comportarsi in maniere che si oppongono completamente ai nostri valori, quella tolleranza non ha contenuto l’estremismo, ma gli ha permesso di crescere e prosperare, oscurando il buon nome delle grandi religioni abusate dagli estremisti per i loro fini. Per dirla con parole semplici, per troppo tempo siamo stati riluttanti a distinguere il bene dal male. “Vivi e lascia vivere” troppo spesso è diventato “fà quello che ti pare”. Le scelte cattive troppo spesso sono state giustificate come stili di vita diversi. Essere sicuri nel dire qualcosa non è un segno di debolezza, è una forza.

Ma noi non possiamo combattere qualcosa con il nulla. Come ho detto, se non crediamo in qualcosa, non potremo resistere a niente. Una delle lezioni più grandi delle violenze dell’estate scorsa, è che abbiamo dovuto appoggiarci sui nostri valori per contrastare il graduale collasso morale che si è verificato in parti della nostra società nelle ultime generazioni. Lo stesso vale per l’estremismo religioso. Ha scritto il Presidente Obama nella Audacia della Speranza: «…in reazione al fanatismo religioso, noi assimiliamo la tolleranza al secolarismo, e perdiamo il linguaggio morale che aiuterebbe ad infondere più grande significato alla nostra politica». Francamente, non abbiamo tanto bisogno della tolleranza passiva degli ultimi anni, quanto di un liberalismo muscolare molto più attivo. Una società passivamente tollerante dice ai suoi cittadini che finché essi obbediscono alla legge, saranno lasciati in pace. Si mantiene neutrale tra valori differenti. Ma io credo che un Paese genuinamente liberale fa molto di più; crede in certi valori e li promuove attivamente. Dobbiamo affermare questi valori. Avere sicurezza nel dire alla gente: ecco ciò che ci definisce come società, e appartenere a questo Paese vuol dire credere in queste cose. Io credo che la Chiesa – e anzi tutti i leaders religiosi e le loro comunità della Gran Bretagna – svolgono un ruolo vitale nel contribuire a far questo. Io non ho mai capito veramente l’argomento di alcuni secondo i quali la Chiesa non si deve coinvogere nella politica. Per me, il cristianesimo, la fede, la religione, la Chiesa e la Bibbia sono tutte intrinsecamente coinvolte nella politica, poiché tantissime questioni politiche sono questioni morali. Per cui, non penso che dobbiamo essere timidi o paurosi di ciò. Certamente, io non contesto all’Arcivescovo di Canterbury di esprimere le sue opinioni sulla politica. La religione ha una base morale, e se non è d’accordo su qualcosa, è giusto che lo dica… Il futuro del nostro Paese è a un momento decisivo. I valori che traiamo dalla Bibbia vanno al cuore di ciò che significa appartenere a questo Paese e tu, Chiesa d’Inghilterra, puoi aiutare a realizzare tutto questo.