[Report] Officina di maggio 2018

Paolo

Abbiamo aperto l’incontro con un’immagine di Pinocchio, vera icona delle “esperienze trasformative”: ogni esperienza di Pinocchio – indipendentemente dalla sua connotazione – corrisponde a una sua trasformazione (ciocco-burattino, cane da guardia, asino, ragazzo). Ma quali sono le caratteristiche dell’esperienza?

Prima di tutto essa richiede tempo. C’è poco da fare, l’esperienza non si compra al supermercato, come tuona Gennaro Gattuso. Ma richiede pure che questo tempo sia vissuto in maniera qualitativamente significativa. «La vera esperienza implica l’intelligenza delle cose – scrive Antonio Spadaro – la domanda sul senso di ciò che si vive, il giudizio. Questo vale anche per l’esperienza della letteratura e dell’espressione creativa».

L’esperienza richiede verifica sul campo, non si esaurisce nello snocciolare una nuvola di concetti o informazione appresi. Vedi il noto cartello: «Cercasi commesso con esperienza». Anzi, più è sfuggente l’oggetto dell’esperienza, più è facile smascherare chi ne parla “per sentito dire”. Esemplare (ed esilarante) il farfugliante racconto della “esperienza di Dio” improvvisata da padre Spinetti in Acqua & Sapone.

L’esperienza, infine, significa incontro (che spesso comincia come scontro: vedi la sequenza da “La strana coppia”). Non c’è esperienza nell’identico, ma solo ripetizione: io posso fare esperienza di me stesso solo in quanto mi conosco (e sono conosciuto) come “altro”. L’esperienza è quell’imprevisto che ci riflette un’immagine inattesa di noi. Così anche la letteratura: un grande testo è quello che ci legge.

Cristiano

Cristiano ha proposto un riflessione a partire dalla scena iniziale di Shame, in cui il protagonista intraprende un gioco di sguardi con una donna seduta di fronte a lui in metropolitana. Apprendiamo qualcosa di lui dal suo atteggiamento e da alcuni flashback: l’abitudine a rivolgersi a prostitute, l’espressione del volto statica, una modalità seduttiva di tipo predatorio (occasione-obiettivo-progetto-conquista). Assistiamo invece a una ricca gamma di espressioni della donna, che ci racconta così – senza battute – un intero percorso interiore (interesse-seduzione-fantasia-eccitazione-realismo-valutazione-fuga).

Il discorso viene quindi condotto sul filo di alcune dicotomie (fantasia/realtà; desiderio/progetto; relazione/oggetto) e sul senso generale dell’esperienza (che rapporto ha con gli elementi appena citati?)

Tiziana

L’ascolto e la condivisione del brano “Io e le cose” di Giorgio Gaber hanno consentito di porsi di fronte all’esperienza con gli occhi di un cantautore capace di dare forma a quel miscuglio che nasce da realtà e poesia.

Esperienza come dubbio. Esperienza come accettazione. Esperienza come illusione. Esperienza come speranza. Esperienza come vita.

Come ci mette di fronte ad un’esperienza? Nella maggior parte dei casi non sappiamo se quello che stiamo facendo, affrontando, vivendo è o sarà per noi un’esperienza.

Bastiamo noi per fare esperienza o ci vuole un altro, quella dualità che emerge anche dal testo di Gaber?

Experire significa sperimentare: ovvero provare, tentare, scoprire, ma l’esperienza è soprattutto imparare, guardare e vedere, cambiare, diventare altro da prima. Ciò che ci sta intorno ma anche ciò che è dentro di noi.

“Io e le cose”

Ad esser sincero io non so
se esistono le cose
non so se vanno male o bene
se tutto è un’illusione

Ad essere sincero io non so nemmeno
se anche le persone
coi loro sentimenti e la ragione
esistono davvero

Io non so niente
ma mi sembra che ogni cosa
nell’aria e nella luce
debba essere felice

Io non so niente
ma mi sembra che due corpi
nel buio di una stanza
debba essere esistenza

E gli alberi le spiagge e i cani e i gatti
e strani oggetti che cito alla rinfusa
il tavolo la stanza una camicia appesa
le carte dei tarocchi e poi gli eterni scacchi
un piccolo divano
ed una foto di mio padre
quand’era bambino.

E poi lo specchio rosso
su cui splende un’illusoria aurora
chissà se è mai esistito
chissà se esiste ora

Io non so niente
ma mi sembra che ogni cosa
nell’aria e nella luce
debba essere felice

Io non so niente
ma mi sembra che due corpi
nel buio di una stanza
debba essere esistenza

Giorgio Gaber

Andrea

Negli ultimi minuti dell’Officina è intervenuto, “fuori programma”, anche Andrea che ha mostrato una clip di un minuto tratto dal capolavoro di Ermanno Olmi, il regista recentemente scomparso, “L’albero degli zoccoli“, la scena del saluto da parte del giovane contadino alla ragazza di cui si è innamorato. L’idea di mostrare questa scena è scaturita dalla visione della sequenza di “Shame” presentata da Cristiano. Le due scene sono infatti “identiche e opposte”. Raccontano, con sapienza registica, due esperienze simili ma che segnano una distanza per certi versi abissali. La scena è talmente breve ma intensa che non necessita di tante parole per essere “spiegata”, lasciamola “dispiegare”, perchè poi è questo quello che accade nelle Officine: la connessione tra tante cose tra loro anche apparentemente disparate ma che insieme dialogano, provocano, allargano le nostre sensibilità e riflessioni, frutto del godimento, insieme, dell’esperienza creativa che si è appunto “dispiegata”.