[Report] Officina di febbraio 2026
Nel percorso dedicato quest’anno al “Tempo” non potevamo che incontrare questo binomio in costante contrapposizione e complementarietà: perdere e prendere tempo. Come spesso accade, l’uno o l’altro verbo dipendono sia da chi guarda sia da chi è guardato, da chi immagina di capire e da chi tenta di vivere.
Mariavittoria
Nel riprendere quanto già detto nell’editoriale, faccio riferimento a due video rispettivamente dei film “A Beautiful Mind” (di Ron Howard, 2001) e “The Imitation Game” (di Morten Tyldum, 2014).
Nel primo, il giovane protagonista John Nash viene richiamato dal professor Helinger perché la ricerca al quale si sta dedicando da tempo non sta portando a nessun risultato. Nella sala a fianco, si sta svolgendo la “consegna delle penne”, un gesto di riconoscimento nell’ambiente accademico nei confronti di chi ha contribuito in maniera considerevole durante il suo lavoro. Helinger gli fa notare che solo con risultati concreti si può ambire a riconoscimenti. Nash, nonostante un iniziale delusione, continua a lavorare al progetto in cui crede che alla fine lo porterà ad uno dei più importanti riconoscimenti scientifici.
Nel secondo video, Alan Turing sta lavorando alla decrittazione dei codici di Enigma, macchina utilizzata dai nazisti per inviare codici segreti, ma in modo isolato rispetto al gruppo che lo accusa di non apportare un grande aiuto rispetto a loro che invece qualche codice sono riusciti a codificarlo. L’idea di Turing è quella di impiegare più tempo per costruire un macchinario in grado di codificare non solo qualche codice e in modo fortuito, ma poter decodificare tutto e in modo immediato.
In entrambi i casi, lo sguardo che viene rivolto ai protagonisti dà un giudizio unanime: stanno perdendo tempo perché non danno nell’immediato un riscontro, una soluzione, una risposta. Dall’altra parte, chi lo riceve continua indefessamente a credere nella propria idea prendendosi così il tempo necessario per raggiungere l’obiettivo prefissato.
Valerio
Quid cunctaris?, inquit, quid cessas? nisi occupas, fugit.
Perché ritardi? perché sei indolente? se non lo occupi, (il tempo) fugge.
Così si esprime Seneca nel De brevitate vitae. Soffermiamoci sul verbo cunctor, traducibile come “tardare, ritardare, perdere tempo”, ma anche “indugiare, temporeggiare”. Questo termine, che dunque include sia il perdere che il prendere tempo, è rimasto indissolubilmente legato a una figura storica, quella di Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto, appunto Cunctator, ossia il Temporeggiatore, noto per aver rifiutato lo scontro in campo aperto con Annibale. Questo perdere/prendere tempo, che lo rese anche oggetto di critiche, faceva parte di una precisa scelta strategica che da un lato fiaccò le forze di Annibale e, dall’altro, consentì a Roma di compattare nuovamente il proprio esercito.
Una classica figura letteraria parimenti accusata di ritardare le proprie scelte è Amleto, che sembra rifiutare di compiere la propria vendetta e, con essa, il destino che lo attende. Perché Amleto rifiuta l’azione?
L’Amleto di Gassman (così come quello di Bene, sia pur in direzione differente) si colloca oltre l’azione, in una negazione consapevole della stessa. Perdere/prendere tempo diventa, in tal senso, una scelta ideologica.
In Perfect days di Wim Wenders il protagonista è un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, dalla routine semplice e apparentemente monotona. Eppure quel prendersi il tempo, significa per lui seguire il lento ciclo del mondo che lo circonda, in una direzione non troppo dissimile da quella tracciata da Henry David Thoreau nel suo saggio Camminare, dove la perdita di tempo diventa un modo per riappropriarsi del ritmo dell’esperienza.
Thoreau ci insegna che:
Il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi.
Personaggio simile a quello di Wenders è il protagonista di Paterson, film di Jim Jarmusch, un autista di bus che, nel proprio tempo libero, scrive poesie a partire da dettagli apparentemente insignificanti. In lui risuona l’ammonimento di Bertrand Russell in Elogio dell’ozio, dove l’ozio è definito come bene sociale, in quanto è proprio il tempo non finalizzato a rendere possibile la cultura, il pensiero critico e la creatività.

L’idea del tempo “liberato” pervade anche il film I giorni contati, di Elio Petri, dove si narrano le vicende di uno stagnaro che, assistendo alla morte di uno sconosciuto, comprende di avere poco tempo a disposizione e scegli di abbandonare il proprio lavoro in una personale ricerca del proprio tempo perduto. In questo senso prendere tempo assume la declinazione di riappropriarsi del tempo che avverte essergli stato sottratto dalla vita (o da se stesso).
Cecilia
Fa’ così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni
cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le
cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane
occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più
vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una
gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare
nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi
qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si
renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo c’inganniamo, nel
vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte
di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del”nostro passato appartiene al
dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa’ ciò che mi scrivi; fa’ tesoro di
tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso
padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o
Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura
il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo
togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di
nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in
conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di
essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non
può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.
Mi domanderai forse come mi comporti io che ti dò questi consigli. Te lo dirò
francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma
tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della
spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire
quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi
della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente
caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno
viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per
quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente
tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché – ci
ammoniscono i nostri vecchi – «è troppo tardi per risparmiare il vino, quando
si è giunti alla feccia». Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa,
ma anche la peggiore. Addio.
In questa lettera Seneca chiede a Lucilio di fare tesoro del tempo che ha, di trattarlo come fosse l’unico bene in possesso degli esseri umani. Il filosofo latino rimprovera le persone che non danno il giusto valore al tempo e che se lo fanno sottrarre o lo sprecano. Questa visione economistica – e quasi capitalistica – del tempo come denaro, però, mostra delle falle a partire dal testo stesso. Al momento di parlare di sé Seneca ammette di non essere sempre riuscito a seguire i propri consigli e che di tempo, ora che crede di sapere come amministrarlo dedicandosi all’otium filosofico, gliene rimane poco. Verrebbe da chiedersi come possa pensare il filosofo che il giovane Lucilio sia in grado di capire come impiegare il proprio tempo prima ancora di aver vissuto, prima di averlo “perso” in esperienze impossibili da capitalizzare. Non è forse proprio il tempo speso a perderci nella vita a costruire le nostre personalità e le nostre ambizioni, a mostrarci il senso che vogliamo dare alle cose?
E forse è proprio l’aver perso tempo a renderci, in un certo momento della vita, finalmente pronti ad affrontare chi siamo, le nostre scelte, e che la perdita di tempo è un passaggio obbligato dell’esistenza. Questo concetto è espresso con molta precisione dalla canzone It’s time degli Imagine Dragons.
Il cantautore descrive il momento della sua vita in cui ha infine scelto la carriera musicale. Riflette sul fatto di essere sempre lo stesso, nonostante il passare degli anni, ed è convinto che sarà sempre così. Il suo tempo dunque non è perso, è solo diventato “maturo” insieme a lui. Adesso, finalmente, è tempo.
Molto simile è il significato di Mezzogiorno di Jovanotti. In questo caso l’arrivo del “momento giusto” è simboleggiata dal Sole che giunge nel punto più alto del cielo e non proietta più nessuna ombra intorno all’individuo adulto, che deve fare i conti con le promesse fatte col tempo agli altri e a se stesso. Questa responsabilità è vissuta senza rimpianto, con gioia e pienezza.
Quando si capisce come si vuole impiegarlo il tempo che passa, anche senza agire, non è davvero perso. In Il sole esiste per tutti di Tiziano Ferro, il cantautore parla al proprio interesse romantico e gli confessa che spera che, conservando il ricordo dell’amato e aspettandolo, questo ritorni da lui.
Greta
Il tempo può scorrere in maniera diversa: quando lo perdiamo ci sfugge velocemente dalle mani, lasciandoci senza nulla. Quando invece lo prendiamo sembra dilatarsi, diventando una parentesi in cui il tempo si fa veramente nostro. In Lezioni americane, Italo Calvino parla di un tempo particolare, quello del racconto.
Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo. In Sicilia chi racconta le fiabe usa una formula: «lu cuntu nun metti tempu», «il racconto non mette tempo».
In un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso.
Nel brano di Angelina Mango, La noia, capiamo che effetto ha questa velocità odierna sulla nostra quotidianità.
Nel tempo perso che diventa noia ogni cosa scorre veloce, i giorni sono usati e le notti bruciate. Per tornare a un altro ritmo è il romanzo di Milan Kundera, Lentezza:
Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri fra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura? Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi contempla le finestre del buon Dio non si annoia; è felice. Nel nostro mondo, l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.
Per Kundera, poi, i modi diversi in cui il tempo scorre sono connessi a quello che vogliamo o non vogliamo ricordare.
C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio. La nostra epoca si abbandona al demone della velocità, ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuol farci capire che ormai non aspira più a essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata di se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria.
Se è vero che rischiamo di finire nell’oblio della velocità, d’altra parte possiamo rimanere sicuri che la nostra memoria rimane custodita nelle storie. Che – ci dice Calvino – si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno.