Controtempo

Ripeness is all. Così, con sobria sapienza, Edgar si rivolge al padre nell’atto V, scena II, del Re Lear di William Shakespeare. La maturità — la giusta stagione dell’essere — è tutto. La medesima frase è posta da Pavese come epigrafe de La luna e i falò. La maturità, o la prontezza. In fondo, si tratta di concetti simili, proiettati su archi temporali differenti: l’una rappresenta il raggiungimento della giusta età, l’altra la capacità di cogliere l’attimo; in entrambi i casi si tratta dell’abilità di saper vivere il presente.

Non la fretta, dunque, non il rimpianto, ma il tempismo: quell’accordo segreto tra il gesto e l’ora, tra la decisione e il momento in cui essa diventa necessaria. Nella vita, come nella tragedia, tutto dipende dall’arte di arrivare nel momento giusto. Eppure l’esperienza umana si definisce spesso proprio per l’incapacità di abitare quel punto esatto del tempo; l’uomo è, quasi per vocazione, un animale che abita il proprio spazio procedendo controtempo.

Andare controtempo significa anzitutto essere intempestivi. Talvolta l’intempestività prende la forma del ritardo, come in Appuntamento mancato, di Dino Buzzati, dove il tempo perduto nel sopraggiungere ad un convegno amoroso si dilata inverosimilmente fino a coprire interi anni: la vita stessa diventa come un incontro che sfiora appena la nostra esistenza e poi si allontana, perché siamo arrivati troppo tardi, o perché non abbiamo saputo riconoscerlo. Motivo tipico di un certo sentire letterario, che ama adagiarsi nel crepuscolare desiderio di ciò che non è stato e non sarà mai, e tuttavia poteva essere ed è nello spazio del desiderio onirico.

Sul fronte opposto si colloca invece l’essere in anticipo sui tempi, l’atto di giungere troppo presto, vertigine che caratterizza quei visionari, artisti, scienziati che sembrano parlare una lingua incomprensibile ai loro contemporanei. Anticipo e ritardo costituiscono, in tale direzione, due differenti forme di solitudine temporale; disallineati rispetto al proprio presente, ci si scopre contemporanei di un futuro che non è ancora arrivato o di un passato ormai irrimediabilmente trascorso.

E, d’altronde, il ritardo può essere frutto di un banale contrattempo, di una deviazione imprevista che si frappone tra noi e il nostro progetto. Una delle più grandi storie dell’umanità, l’Odissea, altro non è che il racconto di una peregrinazione frastagliata da contrattempi. Il contrattempo si colloca all’estremo opposto del tempismo: dove il secondo rappresente la capacità di cogliere la grande ora della vita (per utilizzare un lessico caro a Buzzati), il primo si risolve invece in un’incrinatura del ritmo. Il contrattempo è uno sfregio alla linearità cronologica, che si sfascia in variazioni, deviazioni, biforcazioni. È il promemoria che la nostra esistenza non procede lungo il sicuro binario del destino, ma su una trama fragile di possibilità.

Il contrattempo come forma di attentato alla linearità del tempo stesso, e quindi autentica espressione del controtempo, non assume più i connotati dell’errore. Quanto sono subìti e quanto cercati i contrattempi di Odisseo? E non è forse lo stesso inganno del cavallo, un espediente per cogliere i Troiani contro tempo? D’altronde, il collocarsi appositamente fuori dalla linearità temporale del proprio avversario, ossia prenderlo in controtempo, è uno degli elementi strategici tipici sia dell’arte bellica che di quella sportiva. Che si tratti di tattica militare o di sport (si pensi, ad esempio, alla scherma o al tennis) il gesto del controtempo si sostanzia nell’atto di sorprendere l’avversario, sottraendosi al suo ritmo e imponendogli una variazione inattesa: significa dislocare il tempo dell’avversario, costringerlo a reagire quando non è pronto, rompendo la prevedibilità del tempo.

Forse è proprio per una simile sfumatura di imprevedibilità che il controtempo trova la sua immagine più elegante nella musica. Anche qui il controtempo non è un errore, ma una tensione creativa. Con l’inserimento nel canto fondamentale di una voce che si scandisce non nei tempi forti della misura, ma nei deboli, si ottiene l’effetto di contrasto ritmico con le altre voci: l’accento cade dove non dovrebbe, il ritmo si sposta leggermente rispetto alla battuta. E proprio da questa frizione nasce una differente armonia.

Forse in fondo la prontezza non è tutto, o forse il tempismo non si realizza necessariamente in una perfetta coincidenza con il tempo, quanto in una continua negoziazione con esso. E forse il tempo giusto altro non è che l’attrito tra il nostro passo e il ritmo del mondo.

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