Le regole del gioco

Nel Canto XXIII dell’Iliade, dopo il duello tra Achille ed Ettore, la vittoria del primo e l’umiliazione fisica riservata alla salma del secondo, nel campo degli Achei le cerimonie in onore del defunto Patroclo culminano con la celebrazione di giochi funebri. Il conflitto viene dunque momentaneamente sospeso e lascia il posto a una sua riproduzione su scala minore; i guerrieri si affrontano infatti in discipline quali la corsa dei carri, il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto e così via.

L’episodio narrato da Omero appare rivelatore di alcune caratteristiche peculiari del gioco. Secondo una definizione classica, perché un gioco possa infatti definirsi tale, occorre che si possa liberamente partecipare allo stesso, che presenti regole in grado di stabilire quali siano le condotte consentite e quali quelle vietate, che si svolga in uno spazio e in un tempo circoscritti e separati dalla vita reale, che abbia in sé stesso la propria finalità e, infine, che l’esito sia incerto. Tutte queste qualità concorrono a definire cosa sia il gioco e sono rintracciabili nel Canto citato dell’Iliade.

Il gioco diventa, in Omero, una rappresentazione della guerra stessa, che viene scomposta, attraverso le singole gare, nei propri elementi essenziali, consentendo al contempo di incanalare la propria energia luttuosa e distruttiva all’interno di una ritualità regolamentata e fittizia. Ma si potrebbe ben dire che, più in generale, il gioco diventa rappresentazione della società, con le sue sovrastrutture e le sue dinamiche, i suoi bilanciamenti e i suoi squilibri. Ciò ha spesso carattere di verità, ma è reso ancora più evidente da specifici giochi che si propongono di imitare alcuni episodi o tratti del vivere sociale: “guardia e ladri” simula le dinamiche di inseguimento, cattura, difesa dello spazio e solidarietà; il “monopoli” riproduce comportamenti di tipo economico e capitalistico, incentrati sull’accumulo di denaro, la gestione della proprietà e il rischio finanziario; “lupus in tabula” presenta dinamiche di fiducia, sospetto, inganno e manipolazione; il “facciamo che io ero…” consente ai bambini di metabolizzare i ruoli degli adulti, imitando ora il dottore, il maestro, il negoziante, il genitore e via dicendo. I comportamenti sociali vengono dunque riproposti in burla, così come Omero (o chi per lui), dopo aver cantato la guerra di Troia, cantò la battaglia delle rane e dei topi.

Tuttavia occorre aggiungere che, se da sempre consideriamo il gioco come prossimo allo scherzo, al riso, non possiamo al contempo tralasciare l’assoluta serietà con cui i giocanti si approcciano al gioco stesso: privato di quella serietà, senza cioè la mutua accettazione di un patto ludico tra i partecipanti, il gioco fallirebbe, smarrendo la propria ragion d’essere. Il gioco, infatti, impone la comune accettazione della validità di regole condivise, siano esse esplicite, come nei regolamenti degli sport, o implicite, come la regola fondamentale che i bambini si pongono nell’accettare reciprocamente il “come se” alla base dei giochi di imitazione della vita adulta.

Le regole, infatti, permettono ai giocanti di incontrarsi in un terreno dai confini ben delimitati, disciplinando il consentito e il vietato. Il bravo giocatore è anche colui che è in grado di utilizzare le regole a proprio favore, talvolta persino spingendole fino al limite. Chi infrange le regole è, invece, il trasgressore e quando la violazione viene rilevata, ciò implica l’insorgere degli altri giocatori (“non vale!” urlano i bambini), oppure l’inflizione di una sanzione da parte di chi è deputato a controllare il gioco, talvolta addirittura l’esclusione del trasgressore o, nei casi più gravi, la fine del gioco stesso.

Tuttavia le regole hanno anche una funzione ulteriore. Un gioco infatti può essere osservato secondo due approcci differenti. Da un lato vi è il gioco inteso come fenomeno, ossia come oggetto calato in un contesto, dall’altro vi è il gioco inquadrato come struttura, ossia l’oggetto in sé. Se osserviamo, ad esempio, il gioco del calcio come fenomeno, parleremo del campionato, della bellezza di un gesto atletico, della storia di una determinata squadra, delle tifoserie, cioè di tutto ciò che circonda il gioco. Viceversa, analizzando il calcio come struttura, dovremo considerarlo come un sistema di regole che ne determina la forma. In tal senso, le regole non solo disciplinano le sfere del consentito e del proibito all’interno del campo di gioco, ma contribuiscono a definire il gioco stesso, differenziandolo dai giochi simili.

Affermare che nel calcio il pallone, salvo eccezioni, non può essere giocato con le mani, significa porre la differenza con altri sport quali la pallamano, così come il dover segnare in una porta rettangolare piuttosto che in un canestro circolare lo differenzia dalla pallacanestro. Le regole, dunque, non solo hanno la finalità di consentire ai giocanti di trovare un terreno comune, ma hanno la precipua funzione di individuare quel determinato gioco, in quanto struttura, e di consentirne la replicabilità. In questa prospettiva le regole del gioco sono da intendersi, oltre che come limite e patto, anche e soprattutto come principio costitutivo dello stesso.

E, tuttavia, chi si innamora di un gioco soltanto per le sue regole? Il gioco, che senza regole non esisterebbe come tale, inteso unicamente nella sua accezione di struttura non sarebbe nulla se estrapolato dal proprio contesto. Sono le regole a definire il gioco come possibile, ma è tutto quello che lo circonda a renderlo desiderabile.

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