“L’occupazione” di autoregolarsi

“Le regole del gioco” è il tema che ha aperto questo nuovo anno di BombaCarta. Prendendo le mosse dall’editoriale, il gioco diventa metafora della vita e le relazioni che la pervadono ne costituiscono un sottotema che ben si presta ad essere intessuto di regolamenti.
Stare con l’altro – qualsiasi sia il rapporto che ci lega – presuppone rispondere a delle regole che si basano su alcuni elementi, quali rispetto, cura, affetto, collaborazione, che permettano la convivenza di entrambe le parti. La loro misura dipende da diverse variabili – contesto, dinamiche, interlocutori – e dobbiamo anche considerare l’eventualità che, per ragioni temporali o fattuali, possa cambiare.
Nel romanzo L’occupazione, Annie Ernaux, autrice e protagonista, racconta lo scontrarsi con una nuova realtà in cui le regole cambiano.
Una sera mi ha chiamata [W.], mi ha detto che lasciava il suo monolocale per andare a vivere con una donna. Da quel momento ci sarebbero state delle regole per telefonarci – soltanto sul suo cellulare – e per incontrarci – mai di sera né nel fine settimana. Dalla sensazione di disfatta che mi ha travolta ho capito che era comparso un elemento nuovo. L’esistenza di quell’altra donna ha invaso la mia. A partire da quel momento ho pensato soltanto attraverso di lei.
W. è l’ex fidanzato di Ernaux e nella parte che anticipa questo estratto, l’autrice confida di essere stata lei a lasciarlo dopo una relazione di sei anni. Nel momento in cui W. le annuncia che andrà a vivere con un’altra donna, il loro rapporto ha la necessità di trovare un nuovo equilibrio. Se prima, però, le regole della loro relazione erano stilate da entrambi – si suppone – ora è lui, game designer e giocatore, a delinearne di nuove. Questo cambiamento introduce la protagonista in una nuova dimensione: un’ossessione per l’Altra, diventata giocatrice in una partita dove prima lo era stata lei. W. non le confessa mai il nome di lei, dandole però altre informazioni come l’indirizzo del loro palazzo, il lavoro che fa ed altri dettagli che Ernaux avidamente registra per poi tentare di trovarla su internet.
Desiderare di sapere è la forma stessa della vita e dell’intelligenza. […] Si può vedere in questa ricerca e in questo frenetico assemblaggio di segni un esercizio distorto dell’intelligenza. Io ci leggo piuttosto la sua funzione poetica, la stessa all’opera nella letteratura, nella religione e nella paranoia. Del resto, scrivo la gelosia così come la vivevo, inseguendo e accumulando i desideri, le sensazioni e i gesti che sono stati i miei di quel periodo. È l’unico modo che ho per dare materialità a questa ossessione. E temo sempre di lasciarmi sfuggire qualcosa di essenziale. La scrittura, insomma, come una gelosia del reale.
Ernaux trasforma un gioco a due alle cui regole non vuole accettare di stare in una partita solitaria, un’escape room inversa dove a tenerla in vita non è il desiderio di uscire dalla stanza, ma di entrare in un’intimità domestica che le è preclusa. L’Altra è il filtro con cui guardare quello che accade, l’unico motore che le permette instancabilmente di agognare al premio.
“Come ogni volta che credevo di essere vicina alla meta, dopo aver chiesto a F. di raccogliere informazioni mi sono sentita stanca, svuotata, quasi indifferente all’attesa, persino alla risposta.”
F., un’amica del figlio, durante una telefonata le dice di frequentare un corso di storia a Paris III, le stesse facoltà e università dove lavora l’Altra. Una coincidenza che per la protagonista diventa un’occasione da non lasciarsi scappare, ma allo stesso tempo cominciano i primi segni di cedimento di quell’impalcatura immaginaria.
L’eccitazione febbrile della giocatrice, alimentata per sfuggire all’insoddisfazione del reale, inizia lentamente a svanire. Come un incantesimo che si spezza, Ernaux si accorge di quanto la – possibile – vittoria sia effimera e che può non coincidere con l’esito della – possibile – vincita.
“A volte intuivo che se all’improvviso mi avesse detto «la lascio e torno con te», dopo un minuto di felicità assoluta, di abbagliamento quasi insostenibile, avrei provato una spossatezza, una flaccidità mentale analoga a quella del corpo dopo l’orgasmo, e mi sarei chiesta perché avessi voluto ottenere proprio questo. […] Scrivere è stato un modo di salvare ciò che ormai non è più la mia realtà – una sensazione che mi prendeva tutta, dalla testa ai piedi, quando ero in strada – ma è diventato «l’occupazione», un tempo circoscritto e concluso.”
La scrittura diventa quindi l’unico testimone di questo dissidio interiore, del continuo passaggio tra finzione e realtà, riuscendo a circoscrivere gli eventi proprio come quando, alla fine della partita, tutto il set di gioco viene rimesso nella scatola.
L’esperienza raccontata da Ernaux ci mostra come lasciarsi trascinare in un gioco costruito da noi stessi rischia di essere una trappola dove le strette regole che ci autoimponiamo diventano le sbarre di una gabbia di ferro.