Un romanzo di “common people”

Vito Bruno

Vito Bruno

«Questo libro è un dono. Un giorno mia moglie mi disse: “Guarda che sta arrivando la cicogna”. Era Giovannino. Due giorni dopo mi sono messo a scrivere e ho finito il romanzo in cinque mesi, senza avere un ripensamento». Mentre Vito Bruno ci racconta il suo ultimo romanzo (Il ragazzo che credeva in Dio, Fazi) il piccolo Giovanni – sedici mesi di pura vitalità – sale e scende dalle nostre braccia come da uno scivolo, rendendo l’intervista piacevolmente movimentata. Una storia piuttosto movimentata ce l’ha alle spalle anche Vito Bruno: nato in un paese vicino a Taranto nel 1957, emigrato in Svizzera con la famiglia, tornato poi ad Alberobello (Ba) per sposarsi con Elena, si è infine stabilito a Roma. Ma Taranto gli è rimasta nel cuore. Ed è lì che si ambienta la vicenda di Carmine Bianco, 49 anni, di “professione” sacerdote. Un prete amatissimo dai suoi parrocchiani, ma giunto ormai a un esaurimento emotivo. L’entusiasmo è venuto meno. E quando il dolore di chi gli sta attorno preme ed esige risposte, Carmine scopre di non avere più parole… Cos’è successo? È arrivato il momento di arrendersi? o quello di combattere?

Vito, perché questa storia?

«Anche se l’ho scritto velocemente, l’idea di questo romanzo si stava stratificando in me da tempo. Da un lato volevo recuperare un momento di “grazia” della mia adolescenza, un momento in cui ogni cosa sembrava avere una luce propria, che coincise con una bella primavera e con la mia prima esperienza “intellettuale”: la preparazione di un disco-forum in parrocchia su La buona novella di De Andrè. Un momento di pienezza unico, che non ho più provato con la stessa intensità. Carmine – il protagonista – decide di diventare sacerdote in un momento come questo. Dall’altro lato volevo parlare anche dello smarrimento. Mi ha colpito molto leggere il diario di madre Teresa di Calcutta, dove racconta la notte oscura dell’anima. Anche una persona dalla fede straordinaria come lei poteva trovare “il cielo vuoto”? Come si affronta la vita, mi sono chiesto, quando il “momento di grazia” finisce?».

Carmine è un parroco. Personaggio insolito, non trovi?

Copertina de

Copertina de “Il ragazzo che credeva in dio”

«Il prete è un personaggio che ha fatto parte della mia formazione culturale, eppure, leggendo la narrativa che oggi si produce in Italia, non se ne parla più. Come vivessimo già in una società post-cattolica. Il prete è una persona che azzarda e scommette tutta la sua vita sull’assoluto. Eppure ha la caratteristica di essere completamente calato nella realtà e nella vita delle persone. Un altro elemento che mi colpisce, nella narrativa contemporanea che leggo, è che molti scrittori studiano gli altri esseri umani come l’entomologo studia gli insetti: dall’esterno, come se loro appartenessero a una specie diversa. Mentre lo scrittore si dovrebbe accorgere che l’unica vera ricchezza che possiede è proprio il suo rapporto con gli altri. A queste idee ho cercato di dare corpo, sangue e carne… e così è nato quel personaggio corale che è Carmine».

Colpisce la veracità dei tuoi personaggi. Di tutti, non solo di quelli positivi.

«Questo è un romanzo di common people, di gente normale. C’è dentro mio padre, che lavorava all’ItalSider ed è morto di cancro ai polmoni. Sono tutte persone che ho frequentato. Un’altra cosa che ho notato, nella letteratura di oggi, è la ricerca di casi estremi… che però non coincidono con l’umanità che conosco. Forse perché la mia vita è stata abbastanza normale. Perfino scrivendo del “cattivo” non mi sentivo di farne un malvagio a tutto tondo… mi sembrava una persona che, in qualche modo, conservava comunque alcuni tratti di umanità».

C’è una domanda, posta nelle prime pagine, che diventa il centro della storia: qual è il senso del dolore? Alla fine del libro, mi pare che le risposte siano solo due: o la bestemmia o la croce.

«Certo, sono d’accordissimo. Sono stato molto combattuto nella rappresentazione del momento della ribellione, ma non sarebbe stato onesto eliminare quel grido estremo urlato al Cielo, che è davvero una protesta metafisica da parte di chi vede tutto perduto. L’alternativa è – come dice Carmine ad Alena – cercare di scoprire se anche il dolore dentro di sé ha un segreto da svelare. Perché se subisci il dolore, ne vieni posseduto e ti perdi. Se invece hai una possibilità di possedere la tua esperienza, forse riesci in qualche modo a venirne fuori… o comunque non ti rimarrà tra le mani soltanto qualcosa di negativo».

(pubblicato su Famiglia Cristiana 2009/06)

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