Quando qualcuno ci vede

Molto tempo fa un’amica mi ha raccontato la sua personale valle di Baca. Letteralmente il luogo del pianto. Un luogo in cui ritrovare forza e direzione. Un luogo da trasformare in fonti e da ricoprire della benefica pioggia d’autunno, come menziona il Salmo 84.

Presa dallo sconforto chiese aiuto. Di fronte al suo “aiuto” iniziò a parlare senza sosta. Il suo sguardo vagava per tutta la stanza alla ricerca di un pubblico, di un ascoltatore. Poi, esausta, si lasciò andare al pianto.

Aveva messo il mascara sbagliato. Rigagnoli neri le colarono lungo le guance.

All’improvviso l’aiuto nella stanza esordì così: – Ti va un panino con il burro d’arachidi, ho fame e penso anche tu.

Lei esterrefatta più che arrabbiata, lo guardò e chiese: – Ma mi hai ascoltato?

E lui rispose: – Ho fatto molto di più, ti ho VISTA.

Che cosa ci accade quando qualcuno ci vede? Quando lo sguardo smette di vagare e si posa realmente su chi abbiamo di fronte senza alibi? Ne iniziamo a cogliere il reale bisogno. Nasciamo senza parole e con due occhi capaci ci entriamo.

Ed eccomi giunta a Fleabag con una certa cautela. Non mi sembra quasi una serie tv, è puro teatro. Fa del ‘vedere ed essere visti’ la sua cifra più importante. E mette realmente a disagio, perché si è troppo vicini a ciò che succede.

Gli occhi di questa trentenne rotta in più punti sono sovente su di noi. Lei è sgradevole per la sua famiglia, disinvolta per i suoi amanti, traditrice di amicizie profonde, collocata sempre in un momento sbagliato. E per noi? Siamo dalla sua parte, perché? Perché al contrario di chi è con lei, la vediamo. O ci proviamo.

Lei ci consente di partecipare alla scena, sospendendo più volte il flusso narrativo e creando con noi dei dialoghi grotteschi. Quegli occhi ci permettono di vedere qualcosa. Vorremmo quasi intervenire quando concede il suo corpo provando un disgusto distratto. E sì, sul quel disgusto si attarda per mettere in luce la cecità che la circonda.

Vedendo il primo episodio, si pensa continuamente, perché non la vedono? Non gli amanti, non la sorella, non il padre, neppure il bancario. Neppure lei però si fa vedere da loro. Posa lo sguardo sempre altrove, prima su di noi, poi sulla sua condizione. “Non ho alcun bisogno di chiedere, io sono sola”. Questo sguardo continuamente dissacrante, arreso a subire l’altro, puntato come un faro sulla sua sconvenienza interiore ed esteriore, sfinisce e crea tensione.

Cosa vuole, che accorriamo in suo aiuto? La sua risposta mi sembra piuttosto palese. “No, voglio solo che tu mi veda”.

Per quasi tutta la prima stagione in lei ho rivisto Wyndham Lewis. Un artista continuamente fuori posto, arrabbiato e irrefrenabile. In guerra aperta con tutto, capace di creare continui “vortici”. I ritratti di Lewis ci guardano esattamente con lo stesso sguardo dissacrante. Gli occhi si fermano su di noi per un tempo indefinito. Osservano con tutta la gamma delle loro emozioni. Volti nervosi, inquisitori, dai toni accesi, ci restituiscono lo sguardo continuamente.

Fleabag compie un’inarrestabile discesa nella sua tristezza, trascinando pure il pubblico. Non ci dà tregua con questi continui cambi di scena, con queste dannate interruzioni temporali dal suo tempo al nostro tempo. Ma questo spazio metafisico che si è creato, è oppure non è? E questo tempo percepito, fatto di sguardi che accadono, cos’è esattamente? Un durante? Persino scomodando Hegel queste domande restano aperte. Però voi potete provare a darvi delle risposte, per il vostro bene meno hegeliane possibili.

Alla fine della prima stagione il mascara cola sulle guance. Tutto è andato storto nei rapporti con la famiglia, con gli amori. Colano a picco lei e le sue finanze.

“Dopo quello che hai fatto a Boo? Devi vedere le cose dal mio punto di vista.” Le dice Claire. E lei nella scena si arresta. Si volta e guarda noi, poi guarda il ricordo di Boo, poi guarda Claire e fugge. Quegli occhi pieni di vergogna, rivolti dalla nostra parte, trovano rifugio nel posto in cui ha perso qualcosa e qualcuno.

Anche lei con il mascara sbagliato inizia un monologo in cerca di pubblico.

“Io mi offro e tu mi prendi, io resto invisibile, ma se questo gioco finisce io muoio. Perché nessuno lo vede?”

E allora il nostro bancario cieco ci sorprende.

“People make mistakes”.

E lei sorridendo tiepida e sempre con gli occhi, capisce che la discesa si può arrestare.

“People make mistakes, That’s why they put rubbers on the ends of pencils”.

La seconda stagione di Fleabag è quella della risalita. Non della guarigione, ma della risalita. Non smette di volgere lo sguardo(camera) su di noi, ma è diverso. Gli occhi dal sarcasmo amaro passano all’ironia divertita. Dalla solitudine alla “giornate delle chiacchiere”. Occhi che continuano a chiedere la nostra partecipazione, ma pure quella del suo mondo. Piano piano tutta la visione si ricompone. Ora non la vediamo solo noi, la vedono tutti.

La donna dal cuore vuoto inizia la sua digressione sull’amore. Gli occhi sorridono imbarazzati davanti a qualcosa che sta accadendo. Gli accadimenti si fanno davvero divertenti.

Quando l’amore poi diventa concreto, si verifica qualcosa d’inaspettato: lei non ci vuole più. Non è il momento dei nostri sguardi, ma solo del suo. L’esposizione diventa intima. Dunque, forse è vero questo: “I Think you know how to love better than any of us. That’s why you find all so painful”.

Ora a vedersi è lei. È alla fine della risalita, più è andata in alto, più è scesa in se stessa.

“L’amore è una cosa orribile, è penosa, spaventosa, quindi non è strano non volerlo vivere da soli. Dobbiamo trovare il posto giusto in cui metterlo. Ci vuole forza per capire cosa sia giusto, l’amore non è fatto per chi è debole”

È vero, quando trovi la persona da amare senti speranza. Ma qui si guarda più in alto e non è più solo una questione di persona giusta, ma di fare la cosa giusta. C’è un sacco di ironia nella seconda stagione, di tenerezza, di saluti, di abbandoni bizzarri. Il mascara è diventato waterproof mentre ci guarda e ci saluta. Si congeda con gli occhi, con tutto il viso e scuotendo la testa. Devi dire tanti no per proteggere tutti i tuoi sì. Accettiamolo.

Aspetto una terza stagione di Fleabag che parli di guarigione, o semplicemente di sguardi abituati alla luce e ricambiati. Cosa ci accade quando qualcuno ci vede e continua a farlo anche quando noi non vediamo più?

Accade che tutti i nostri bisogni riposano nella fiducia di un aiuto, non di una soluzione definitiva, un aiuto. Un piccolo aiuto buono come un panino al burro d’arachidi.

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