Cattive abitudini

Un articolo del quotidiano La Repubblica di martedì 31 luglio riporta la traduzione di un’intervista di Pamela Paul allo scrittore americano Dave Eggers, autore de L’opera struggente di un formidabile genio. La chiacchierata tra i due, la cui versione originale è stata pubblicata giorni prima sul New York Times, ruota intorno ai gusti dello scrittore e ai libri che tiene in questo momento sul comodino. Tra una curiosità e l’altra, Pamela Paul chiede a Dave Eggers se per caso abbia delle cattivi abitudini durante la lettura, e se sì quali, proponendo un breve elenco  di opzioni a corredo del quesito: «tendi a interrompere la lettura di un libro? A saltare le pagine? A scribacchiare ai margini? Ad addormentarti mentre leggi?» Dave Eggers risponde di sì e aggiunge che si riconosce in tutti i malcostumi denunciati un istante prima, per poi descriverne altri: «la maggior parte dei miei libri si è bagnata, perché mi piace leggere mentre faccio il bagno nella vasca».

Letta tutta l’intervista, sono tornato su questa domanda un paio di volte, finché un altro punto interrogativo ha preso piede nei miei pensieri: ma saranno davvero “brutte abitudini” quelle elencate dalla giornalista? Penso ad esempio al vizio di saltare le pagine. Più che un vizio, un campanello d’allarme: come dire che che il libro è un tantino noioso. Della questione se sia giusto o meno interrompere un libro a metà, o ancora prima, ne ha già parlato Maurizio Cotrona (leggi qui). Ciò che mi preme adesso è riflettere sulla tendenza a scribacchiare ai lati. A pensarci bene, anni fa non mi sarei mai permesso di scrivere neppure un segnetto, un puntino, su  uno dei miei preziosi amici; ora invece non riesco a farne a meno, addirittura misuro l’indice di gradimento (o l’esatto contrario) dalla frequenza di scorribande di inchiostro ai margini del testo, dal numero di linee, asterischi, leggende sparse a fondo pagina. Scrivere di un libro, su un libro, è oggi per me un tentativo di aprire un dialogo, uno strano espediente per entrare in una stanza e mettere ordine (o caos) tra i mobili, rispetto a come li ho trovati. Scrivere su un libro è un modo per viverlo, assaporarlo. E questa è una delle ragioni che oggi limitano la mia tendenza a prendere volumi in prestito da altri o in biblioteca. Ciò che non è mio va trattato con maggiore rispetto. Ma ne va del dialogo, della comunicazione. E se con un libro non riesco a comunicare, o se devo sentirmi in qualche modo filtrato, inibito, cosa rimane del senso di libertà tipico della lettura?

ps: il link all’intervista, per i curiosi

7 commenti a “Cattive abitudini”

  1. giusdono ha detto:

    Superbo contributo. Lettura attiva vs lettura passiva. Magari saltare pagine, ma lasciare un segno su quelle lette. Recentemente il libro che ho più graffitato è stato “Mademoiselle O” d Thirlwell, titolo originale “Miss Herbert” (pensa che roba). Un viaggio nella letteratura di tutti i tempi. Un esercizio letterario presuntuoso, ma in buona fede.

  2. loredana ha detto:

    caro Federico, il tuo articolo mi fa ripensare, riflettere, al rapporto con la carta. le pagine bianche su cui ho cercato di fermare l’inarrestabile presente, le pagine della vita degli altri dove ho cercato risposte, consolazione, reciprocità. gratificando l’ignaro scrittore con i miei segni di presenza, di assenso, di gioia per l’incontro di idee o epifanie inaspettate. Lo facevo con la matita, con le parole di commento, con gli asterischi, a penna persino. Sono diventata grande…so che lo scrittore non mi ascolta e purtroppo non lo faccio più. lo faccio solo quando penso ai miei studenti e voglio conservare per loro un pezzo della vita degli altri che potrebbe essere utile anche a loro.
    Ma che nostalgia mi hai risvegliato, per quei lontani anni in cui parlavo con gli autori!
    Loredana Chiappini

  3. Paolo Pegoraro ha detto:

    Sull’argomento mi limito a copia-incollare il buon vecchio, intramontabile Pennac (Come un romanzo, 1996) con i suoi sacrosanti e imprescrittibili diritti del lettore:

    1. IL DIRITTO DI NON LEGGERE
    «[…] la maggior parte dei lettori si concede quotidianamente il diritto di non leggere. […] tra un buon libro e un brutto telefilm, il secondo ha, più spesso di quanto vorremmo confessare, la meglio sul primo. […] se possiamo tranquillamente ammettere che un singolo individuo rifiuti la lettura, è intollerabile che egli sia – o si ritenga – rifiutato da essa».

    2. IL DIRITTO DI SALTARE LE PAGINE
    «Ho saltato delle pagine […] E tutti i ragazzini dovrebbero fare altrettanto. In questo modo potrebbero buttarsi prestissimo su tutte le meraviglie ritenute inaccessibili per la loro età. […] Un grave pericolo li minaccia se non decidono da soli quel che è alla loro portata saltando le pagine che vogliono: altri lo faranno al posto loro».

    3. IL DIRITTO DI NON FINIRE IL LIBRO
    «Ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine: la sensazione del già letto, una storia che non ci prende, il nostro totale dissenso rispetto alle tesi dell’autore, uno stile che ci fa venire la pelle d’oca […] Inutile enumerare le 995 altre ragioni, fra le quali si debbono tuttavia annoverare la carie dentale, le angherie del capoufficio o un terremoto del cuore che ci paralizza la mente».

    4. IL DIRITTO DI RILEGGERE
    «Rileggere quel che una prima volta ci aveva respinti, rileggere senza saltare nessun passaggio, rileggere da un’altra angolazione, rileggere per verificare […] Ma rileggiamo soprattutto in modo gratuito, per piacere della ripetizione, la gioia di un nuovo incontro».

    5. IL DIRITTO DI LEGGERE QUALSIASI COSA
    «…ci sono “buoni” e “cattivi” romanzi. Molto spesso sono i secondi che incontriamo per primi sulla nostra strada. E, parola mia, quanto toccò a me, ricordo di averli trovati “belli un casino”. Ma sono stato fortunato: nessuno mi ha preso in giro […] Qualcuno ha solo lasciato sul mio passaggio qualche “buon” romanzo guardandosi bene dal proibirmi gli altri».

    6. IL DIRITTO AL BOVARISMO
    «E’ questo, a grandi linee, il “bovarismo”, la soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni: l’immaginazione che si dilata, i nervi che vibrano, il cuore che si accende, l’adrenalina che sprizza, l’identificazione che diventa totale e il cervello che prende».

    7. IL DIRITTO DI LEGGERE OVUNQUE
    «qualunque luogo è buono per chi ami la lettura».

    8. IL DIRITTO DI SPIZZICARE
    «E’ la libertà che ci concediamo di prendere un volume a caso della nostra biblioteca, di aprirlo, dove capita e di immergercisi un istante, proprio perché solo di quell’istante disponiamo».

    9. IL DIRITTO DI LEGGERE A VOCE ALTA
    «L’uomo che legge a viva voce si espone completamente agli occhi che lo ascoltano».

    10. IL DIRITTO DI TACERE
    «L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. […] le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere».

  4. Federico Cerminara ha detto:

    Sempre benvenute le riflessioni di Pennac … ma Paolo cosa ne pensa? Che poi l’argomento non è tanto se sia giusto o meno saltare le pagine o lasciare un libro a metà (ne aveva già parlato appunto Maurizio), quanto piuttosto se sia un sacrilegio violare gli spazi bianchi ai margini dei libri a colpi di biro :-) Un caro saluto al Peg.

  5. Paolo Pegoraro ha detto:

    a farla breve: senza matita non leggo

  6. Federico Cerminara ha detto:

    :-)

  7. Pietro ha detto:

    Mi piace ” leggere ” l’espressione dei volti. Il volto umano è un libro aperto!. Quanti ” libri ” ho letto pieno
    di stupore!. Con tatto, gioia e curiosità mi sono presentato alla persona umana incontrata in un posto qualsiasi. Sperando di poter ascoltare per condividere qualcosa della sua vita… Chi conosce ama! L’altro è molto più di un libro. L’Altro mi
    interpella, mi chiama, non posso restare indifferente. L’uomo ha bisogno di relazioni umane autentiche per esprimere al meglio tutti i talenti ricevuti in dono! Per costruire la civiltà dell’Amore, ciascuno bisogna che porti il suo mattone personale!!!

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