La Bella e la Bestia, favola e carità

Ecco un altro film che si rivela davvero efficace, all’interno di un corso di religione cattolica nelle classi medie superiori (ma suppongo anche in quelle inferiori), in particolare per introdurre gli studenti ad un tema che è il tema del cristianesimo: la carità. Come ha ben evidenziato la prima enciclica di Benedetto XVI, la carità non è un argomento ma è l’essenza, il cuore stesso del messaggio cristiano perché Deus Caritas est. Non si può quindi eludere, nei cinque anni di corso, un continuo ritornare su questa dimensione, davvero essenziale, della religione cattolica.

Un prezioso ausilio per impostare e sviluppare il discorso cristiano sulla carità è la pellicola realizzata dalla Disney nel 1991, sotto forma di cartone animato (dopo la prima versione di Jean Cocteau del 1946 con Jean Marais) che riprende l’antica e famosa favola francese.

Ausilio prezioso per una serie di motivi: il film rappresenta una delle ultime migliori pellicole della Disney, per bellezza dei disegni e delle musiche (2 premi Oscar per colonna sonora e canzone) e, soprattutto, la maggior parte degli studenti conoscono bene il film per averlo visto, magari qualche anno prima, in VHS o DVD (inoltre è molto facile procurarsene una copia in uno dei suddetti supporti). Del resto è uno di quei film (un altro è Men in black, già presentato in questa rubrica, vedi n. 2/2005) che, proprio perché è perfettamente noto agli studenti, non necessita di una nuova visione in classe, ma può essere illustrato e spiegato puntando solo sulla memoria della classe; in questo film non c’è infatti una sequenza particolare, una scena-chiave (come nel caso di Galline in fuga, vedi n. 1/2006) ma il tema della carità, che qui è ciò che si vuole illuminare e sviluppare, emerge prepotentemente da tutto il racconto e il senso della storia. La carità è, in qualche modo, la cosiddetta “morale della favola”; come già detto, infatti, qui ci troviamo di fronte ad una favola classica, con tanto di morale.

Innanzitutto, la favola…
I giovani studenti delle classi medie superiori, al contrario dei loro genitori e dei loro nonni, hanno per lo più perso il contatto con il mondo delle favole e con l’oralità del racconto, peculiarità fondamentale di quel mondo. Se conoscono alcune favole non è perché qualcuno, in famiglia, gliel’ha raccontate ma proprio grazie alla continua riproposizione in versione animata della Disney. Non è molto (si perde davvero tanto senza la dimensione orale-relazionale della narrazione), anche perché la “commercializzazione” operata dalla Disney di questi testi è senz’altro “pesante”, ma comunque è qualcosa. Su questa piccola base si può costruire un discorso, una riflessione. Importante è riuscire a trasmettere l’aspetto più bello del mondo delle favole: la meraviglia. Su questo tema hanno scritto pagine mirabili due scrittori inglesi, entrambi molto apprezzati, tra l’altro, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: Gilbert Keith Chesterton e Clive Staple Lewis. Più modestamente anch’io mi faccio aiutare dalle intuizioni di questi due grandi scrittori per stimolare la riflessione degli studenti.

In particolare Chesterton, nel suo capolavoro, Ortodossia, afferma molto acutamente: «…tutti amano le novelle meravigliose perché esse toccano la corda di un antico istinto del meraviglioso, ciò è provato dal fatto che nella primissima infanzia non abbiamo nemmeno bisogno delle novelle delle fate, ci bastano le novelle. La vita per se stessa ci pare interessante. Un bambino di sette anni si entusiasma a sentir dire che Tommy aprì una porta e vide un dragone; un bimbo di tre anni si entusiasma solo a sentir dire che Tommy aprì una porta. I ragazzi amano le novelle romanzesche; i bambini amano quelle realistiche perché le trovano romanzesche. Infatti soltanto a un bambino, io credo, si potrebbe leggere un romanzo realistico moderno senza annoiarlo. […] Una novella delle fate non è più o meno bella perché possano esserci più dragoni che principesse; è bella perché è una novella. La misura di ogni felicità è la riconoscenza. Tutte le mie convinzioni sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino. L’indovinello dice: che disse il primo ranocchio? La risposta è questa: “Signore come mi fai saltare bene”. In succinto c’è tutto quello che sto dicendo io. Dio fa saltare il ranocchio e il ranocchio è contento di saltellare».

Forse sta qui il segreto del famoso ammonimento di Cristo: “se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. I bambini si meravigliano e vivono tutto con stupore e gratitudine. Che cos’è questo atteggiamento se non la fonte da cui nasce quel capolavoro della poesia e della spiritualità che è Il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi?
Il cristiano, la cui fede è basata sull’annuncio della Buona Novella, non può non amare la dimensione delle novelle meravigliose, del racconto e della (sana) fantasia. È una dimensione, quella del racconto, primigenia nell’uomo, in cui l’uomo ritrova se stesso amando egli sempre raccontare e ascoltare storie (per questo aspetto mi permetto di rinviare al mio precedente articolo sul film Big Fish in RSC n. 3/2005). Mi sembra quindi già importante, attraverso la lettura o la visione di testi come questo de La Bella e la Bestia, far riassaporare il gusto del racconto meraviglioso ai ragazzi, un gusto che spesso viene erroneamente associato alla dimensione dell’infanzia (e quindi poi abbandonato). È invece una dimensione fondamentale quella della meraviglia, al punto che lo stesso Chesterton affermava: «Il mondo non finirà perché finiranno le meraviglie, ma perché finirà la meraviglia».
… e la sua morale.
Un altro aspetto molto importante delle favole è quello del significato morale. Ogni favola che si rispetti ha la sua bella morale. Nel citato saggio Ortodossia c’è un capitolo, il quarto, che l’autore intitola esplicitamente La morale delle favole e ad un certo punto vi leggiamo: «Le cose in cui ho sempre creduto di più sono le novelle delle fate: che a me sembrano essere cose interamente ragionevoli. Il paese delle fate non è altro che il soleggiato paese del senso comune. Abbiamo la lezione di Cenerentola; che poi è la stessa del Magnificat: “exaltavit humiles”. Abbiamo la famosa lezione della Bella e la Bestia: una cosa deve essere amata prima di essere amabile”.

Perfetta definizione della morale de La Bella e la Bestia. Ricordiamo tutti la trama della favola:
Bella si sacrifica per il padre, caduto prigioniero nel castello della Bestia e, sostituendosi a lui, comincia a convivere con il mostruoso padrone dell’antico maniero maledetto da un odioso sortilegio. La presenza di Bella esercita un effetto sul suo ospite che pian piano, si addolcisce e rivela, sotto e oltre le orribili sembianze, un’intelligenza e soprattutto un cuore umano. Purtroppo le apparenze spesso creano le condizioni favorevoli per la crescita e la diffusione della diffidenza, del pregiudizio e della discriminazione e quindi nel finale della storia gli abitanti del villaggio si uniscono per cacciare la Bestia e finiscono per ucciderlo. Un bacio d’amore di Bella farà rinascere la Bestia che rivelerà il suo vero aspetto (ovviamente bello e aitante).
I temi e le suggestioni che emergono da questa storia sono molteplici: l’amore vicario di Bella nei confronti del padre; la capacità dell’amore di andare oltre i pregiudizi; il conflitto tra relazioni vere e profonde da una parte, e dall’altra la paura che porta alla diffidenza e alla discriminazione; l’amore che supera la violenza e la morte.
Ognuno di questi meriterebbero una discussione a se stante, ma in questa sede è forse opportuno soffermarsi sul tema principale, così come ben evidenziato dalla frase di Chesterton, il tema della carità: «…una cosa deve essere amata prima di essere amabile».

Viene in mente la frase del vangelo di Giovanni: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). L’amore cristiano, o agape, è riconoscere l’amore “primario” di Dio per l’uomo e ricambiare a quel dono d’amore. Come ha affermato Benedetto XVI nella sua prima enciclica: «Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo “prima” di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi» (n. 17).
È questa la dinamica della carità, ben rappresentata dalla favola della Bella e la Bestia e ben spiegata dal già citato C.S.Lewis, altro grande scrittore inglese (oggi molto noto grazie alla trasposizione cinematografica, sempre marca Disney, del suo best-seller Le Cronache di Narnia), “allievo spirituale” di Chesterton, che nel suo saggio Il cristianesimo così com’è afferma che «Il cristiano pensa che ogni azione buona da lui compiuta scaturisca dalla vita di Cristo che è in lui; non pensa che Dio ci ami perché siamo buoni, ma che Dio ci rende buoni perché ci ama, proprio come il tetto di una serra non attira il sole perché è luminoso, ma è luminoso perché il solo ci sbatte sopra» e in un altro saggio, I 4 amori, distingue l’amore-naturale da quello soprannaturale e osserva che: «…l’“amore dono” naturale è diretto sempre verso oggetti che l’innamorato considera intrinsecamente amabili… Ma il divino “amore dono” che è nell’uomo gli permette di amare ciò che, per sua natura, non è amabile: i lebbrosi, i criminali, i nemici, gli imbecilli, i burberi, chi si atteggia a uomo superiore, chi si fa beffe del prossimo”.
È la situazione della favola: la Bestia è tutto fuorché “amabile”, assomiglia piuttosto molto ad un lebbroso, un criminale, un nemico. «Amate i vostri nemici»: l’esortazione di Cristo, risuona con tutta la sua saggezza paradossale. È questo il senso ultimo della vicenda narrata dal film. Bella è ospite-prigioniera di un “nemico”, di un mostro che stava per uccidere il padre. Ma ecco che spunta l’amore, l’amore-dono divino, la carità. Un amore che cambia il cuore dell’uomo, lo converte.
Amore, conversione e paura
Al naturale sentimento di paura che l’assale, Bella risponde con l’amore soprannaturale e così facendo apre una breccia nella dura (e mostruosa) corazza che ricopre il cuore della Bestia, induritosi in tanti anni di emarginazione e discriminazione subite da tutto le persone che lo hanno avvicinato. L’amore di Bella pian piano compie il miracolo e rende amabile la Bestia. Questo processo nel film è bene evidenziato quando il regista fa vedere i tentativi della Bestia di rendersi piacevole agli occhi di Bella. È la scena del “corteggiamento” di Bella da parte della Bestia, che il regista condisce con scene piene di humour, come quando si vede la Bestia che davanti allo specchio adorna la sua folta criniera con fiocchetti azzurri e rosa e altre amenità. Ma oltre il sorriso c’è in controluce una profonda verità: amore produce amore, ricevere l’amore porta a donarlo, a restituirlo. Come dice il Papa, ecco che “spunta” l’amore in noi, una volta che ci rendiamo conto dell’amore di Dio che si riversa, di continuo, sulla nostra persona, sulla nostra esistenza. Non è un processo semplice, e l’esito non è facile né scontato, come viene bene rappresentato dal finale tragico della storia. La stessa dialettica della carità non mette l’uomo al sicuro dalle “ferite” della vita. Come osserva sempre C.S. Lewis nel suo saggio, la carità è qualcosa di così grande che mette in crisi l’uomo: «Noi desideriamo essere amati per la nostra intelligenza, bellezza, generosità, belle maniere, utilità. Non appena ci accorgiamo, invece, che qualcuno di sta offrendo il più alto di tutti gli affetti – la carità – siamo colti da un autentico malore… In una situazione simile, ricevere è più duro e forse più santo che non donare… Chiunque abbia dei buoni genitori, una buona moglie o marito, o dei bravi figli, potrà essere sicuro che, in determinate circostanze – magari anche per sempre, per quanto riguarda un suo particolare atteggiamento o abitudine – egli è oggetto di carità, e non amato perché amabile, ma perché colui che è l’amore stesso è nel cuore di chi lo ama».
La carità è pura gratuità, è amore senza un motivo, senza un perché. Ed è proprio per questo che solo la carità permette un cambiamento nell’uomo e nella sua storia, che mette in moto un processo di conversione. La Bestia, ancora prima della magica trasformazione finale, è già trasformato, meglio dire “trasfigurato” dall’amore di Bella. Egli è più gentile e umano, prima ancora di diventare umano anche nelle fattezze fisiche. Come a dire, già prima del Paradiso, l’uomo già sulla terra si trova in un cammino di lenta e continua conversione e trasfigurazione.
Un cammino che può procedere solo “a colpi d’amore”. Bella è colei che “colpisce” la Bestia al cuore, in profondità, e avvia il suo processo di purificazione e santificazione. Tutto questo è più chiaro se si confronta il comportamento di Bella con quello degli altri abitanti del villaggio. Questi non amano “per primi” come fa Bella e non si possono rendere quindi conto della trasformazione della Bestia. Non vedendo la “bellezza” nascosta nella bestia essi rispondono alla mostruosità fisica della Bestia con la loro mostruosità spirituale e con la loro chiusura interiore. Si chiudono a causa della paura e vorrebbero chiudere fuori dal proprio piccolo cuore la Bestia, eliminandola del tutto. Interpellati dall’altro, dal diverso (e quanto è “diverso” la Bestia!), rispondono cedendo alla paura e al sospetto, generando pregiudizi e violenza. Essi cedono al primo e al più forte sentimento che la vista della Bestia provoca, la paura.

Amore oltre il sentimento
La favola della Bella e la Bestia è un testo infine che permette una riflessione su due aspetti legati al concetto di amore che qui esprimerò in termini estremamente sintetici:

1) l’opposto dell’amore non è l’odio ma la paura; 2) l’amore non è un sentimento.

Sul primo punto, la vicenda di Bella è esemplare: la giovane ragazza, all’inizio della vicenda, nelle segrete del tenebroso castello di proprietà dell’orribile Bestia, si trova nella situazione in cui lo scontro con la (comprensibile) paura è estremo. Solo un atto di volontà, che si concretizza in un atto di fiducia, apertura, speranza, può farla uscire dalla paralisi della paura. È l’atto che non viene compiuto dagli abitanti del villaggio, che si lasciano trasportare dal sentimento della paura che finisce, inevitabilmente, per sfociare nell’odio violento. Quando affronto questo discorso con i ragazzi vedo che “faccio colpo”. Anche se essi alla mia domanda «Qual è l’opposto dell’amore? » rispondono, istintivamente, «l’odio!», poi si rendono subito conto che atteggiamenti come l’indifferenza e la diffidenza sono segnali di una chiusura peggiore. Da qui spesso nasce una riflessione (che si allarga anche nella dimensione sociale) sul tema della paura e l’ignoranza come fonti su cui crescono i cattivi frutti del sospetto e del pregiudizio. Anche qui seguire il filo della storia raccontata nel film può essere di grande aiuto.

Infine, in alcuni casi, si può arrivare ad affrontare un tema davvero difficile; mi riferisco al secondo punto: l’amore non è (solo) un sentimento, ma, appunto, come appena detto, un atto di volontà, di fiducia, di affidamento concreto, impegnativo, stabile.

Ritroviamo tale affermazione, apparentemente paradossale, anche nella enciclica del Papa Deus Caritas est. In particolare, dice Benedetto XVI che la fede cristiana non nasce da una grande idea o da una filosofia, ma dall’incontro con Gesù e «nello sviluppo di questo incontro si rivela con chiarezza che l’amore non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore» (n. 17).

Questo è, ovviamente, un durus sermo, un discorso duro per le orecchie dei nostri studenti adolescenti, un’età in cui la sfera sentimentale e affettiva sembra essere quella assolutamente prevalente. Inoltre il mondo in cui sono immersi (la società contemporanea, dominata dai mass-media e dal loro linguaggio per immagini, spesso superficiale e semplificatore) è un mondo che esalta e assolutizza la sfera puramente interiore e sentimentale, creando spesso non pochi problemi a livello relazionale. Anche per questo è un discorso che vale la pena fare, lasciandoci guidare anche dalle immagini della favola nonché dalle preziose parole del Santo Padre: le prime e le seconde si muovono efficacemente in parallelo.

«L’incontro con le manifestazioni visibili dell’amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall’esperienza dell’essere amati» scrive Benedetto XVI ed è facile riscontrare questi concetti con le immagini della Bestia, «sorpreso dalla gioia» (è il titolo della splendida autobiografia di C.S. Lewis), colto in contropiede dall’esperienza di essere amata per la prima volta nella vita. «Ma tale incontro» avverte il Papa, «chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle – volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell’amore: il diventare l’uno simile all’altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia. Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco» (ancora il n. 17).

È la situazione descritta nella Bella e la Bestia: Bella finisce per amare una persona che non conosce e tantomeno gradisce, una persona per nulla “gradevole”. In fondo ogni storia d’amore umana nasce dall’incontro tra due persone che fino a quel momento non si conoscono (quando non capita che i due già si sono conosciuti e, come si suol dire, “cordialmente detestati” – ogni volta che faccio questa battuta c’è sempre qualche studente che mi racconta di essere ora fidanzato con una persona che fino a qualche tempo prima trovava insopportabile).

Ma come può accadere questo miracolo dell’amore? Ci suggerisce il Papa che : «Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo». È quello che fa Bella con la Bestia, lo guarda con gli occhi del cuore. Continua l’enciclica: «Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente “pio” e compiere i miei “doveri religiosi” allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto “corretto”, ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi – pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta – hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un “ comandamento” dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è “divino” perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1Cor 15, 28)» (n. 18).
Ho lasciato, volentieri, ampio spazio alle parole del Papa perché, in modo semplice e profondo, sintetizzano molto efficacemente il senso di tutto il discorso che scaturisce dalla visione di un film come La Bella e la Bestia, altrettanto semplice e profondo. L’amore è sempre “primo”, precede ogni altra attività o conoscenza umana; solo se si dona e si riceve l’amore si può amare a propria volta e diventare amabili, come la famosa e antica favola francese felicemente dimostra.