Addio a «Letture» – Cosa ci si aspetta da una rivista letteraria? (1)

«Sembra una beffa del destino: proprio il numero dedicato alle riviste letterarie italiane è l’ultimo della nostra rivista. Sì, perché da oggi la pubblicazione di Letture viene sospesa». Così Antonio Rizzolo, direttore responsabile della testata, nell’editoriale del numero di maggio: l’ultimo, in tutti i sensi.

Riproporrò nei prossimi giorni alcune voci interpellate in questo numero per rispondere alla domanda: «Cosa ci si aspetta da una rivista letteraria?».

E comincerei proprio da  Antonio Spadaro, in forza del legame “d’inchiostro” che lega i gesuiti a Letture.

Come “lettore professionista” – non trovo parole migliori per descrivere il ruolo del critico letterario – cosa ti aspetti da una rivista letteraria?
«Nonostante ci proiettiamo verso il futuro, varrebbe la pena di guardarsi alle spalle per identificare gli elementi – validi anche per oggi – della ricchezza di esperienza e di tradizione che abbiamo avuto in Italia. Converrebbe valorizzare attentamente quello che ha fondato il successo di quelle riviste, le quali – e questa secondo me è la cosa più importante – sono state un luogo vivo e vivace di scambi, d’incontro e di scontro culturale, di valori, d’idee… mettevano insieme l’aspetto progettuale con quella che potremmo chiamare la “moralità” dello scrivere. “Rivista” deriva infatti il suo nome dal verbo rivedere, e cioè confrontare, descrivere, approfondire quindi si dovrebbe superare l’aspetto di informazione rapida e sommaria, cui supplisce più che mai il web, per dare spazio al proprio della rivista, che è l’osservazione critica. La rivista culturale vale in quanto spazio di riflessione e di ricerca, non come contenitore di materiali; non basta mettere a disposizione una piazza dove la gente si accosta e scambia un’opinione, perché la piazza c’è già ed è il mondo. Può sembrare un controsenso, ma aggiungo che la rivista non è neppure il luogo dei contributi di qualità, nel senso che la qualità astratta dei materiali non vale come criterio di scelta né per i testi creativi né per i contributi critici. Ciò che mi aspetto di trovare in una rivista è un progetto, ovvero la capacità di articolare una visione della letteratura. Dovrebbe essere un punto di vista dal quale si possono cominciare a tracciare delle mappe, perché il giudizio critico è innanzi tutto la costruzione di una mappa: non tanto dire “questo è buono, questo no”, ma capire che cosa si muove e verso dove. Quindi il primo criterio per valutare una rivista culturale, oggi, non è tanto il contenuto della posizione che prende, ma sapere se prende una posizione, e cioè se è riconoscibile nel panorama editoriale. Solo così si è in grado di attivare la coscienza».

Hai presente qualche modello specifico di mediazione tra rivista letteraria “alta” e giornalismo culturale?
«Sicuramente mi è simpatico, non tanto per i contenuti quanto per la modalità in cui si pone, l’esperimento Valencia826 di Dave Eggers (www.826valencia.org). Perché è un vero e proprio sistema. Nella sede di San Francisco, ad esempio, dispongono di una scuola di scrittura e nello stesso tempo producono sia materiali critici che narrativi originali e presentati molto bene. Il tipo di approccio, l’interazione con il blog, la dimensione di volontariato… insomma, alla fine la loro rivista diventa l’espressione di una realtà viva di persone. Vedo la rivista come qualcosa che non è scollegata da un sistema più ampio di relazioni e d’interazione con il pubblico».