DNA, New York e altri particolari

Spesso gli articoli sui quotidiani passano inosservati. Nel senso che li leggiamo, ne estrapoliamo l’informazione e poi li dimentichiamo. A volte, però, accade che diventino uno spunto di riflessione. Che ci forniscano una specie di mondo parallelo in cui far vivere idee e pensieri che diversamente non avrebbero trovato un loro habitat. Spero che qualcuno abbia letto su la “Repubblica” di domenica 5 luglio le due pagine dedicate a New York. Già l’argomento è di per sé uno “specchietto per le allodole”, ma il contenuto delle colonne è stato per me una sorta di rivelazione. Insomma, ho scoperto l’acqua calda. E ne sono stata felice.

Il giornalista, Siegmund Ginzberg, anticipa l’omaggio che il MART di Rovereto sta per fare alla città di New York: una mostra fotografica per la metropoli definita la più fotogenica del mondo (150 scatti di proprietà del MoMA) accompagnata da un catalogo che in italiano ha titolo “Immaginare New Yok” (di Hermanson Meister Sarah, Five Continents Editions, 152 pp., 35 euro).
Ma cosa mi ha colpito in questo articolo così tanto da volerlo sottoporre anche all’attenzione di altri?Il fatto che una mostra ed un bel libro di fotografie su una città milioni di volte raccontata, descritta e immortalata sono ancora e davvero necessari. E che quella città, tutte le città non sono solo un agglomerato di edifici, un intrico di strade e migliaia di vite che li abitano e le percorrono. Quella città, tutte le città sono un pezzetto di noi. E hanno un pezzetto di noi.
New York non è una città definibile. È un posto in continua trasformazione, in pieno movimento, senza orari, senza età. Per di più, la conosciamo tutti benissimo. Ci è famigliare.
Ecco è questo l’aggettivo a cui ho dato vita: famigliare. Perché ogni volta che guardiamo un’istantanea di New York o vediamo un film dove compare anche solo uno scorcio di grattacielo, ebbene noi sappiamo perfettamente che quella è New York. E che noi siamo lì. A nostro agio, per nulla confusi dal traffico dei taxi gialli o dai led delle insegne.
Tutto nelle immagini di New York ci rimanda a qualcosa di nostro. Ad un ricordo della nostra infanzia. Alle fotografie mentali che sono dentro di noi, nei nostri sogni. Dice Ginzberg “[…] frammenti di emozioni che si sono impigliati nelle mie sinapsi, misteriosamente quanto i frammenti di dna che non sappiamo da dove abbiamo ereditato […]
Forse questa sensazione di una New York che scorre un po’ nelle vene di tutti vale anche per altre città. Per Roma, magari. Per Palermo. Per Riccione…
È come se avessimo già visto quella vetrina, quell’incrocio; quella vetrina ci riporta indietro ad un’altra vetrina e il ricordo si fonde con il presente.
C’è una strada di campagna fra Fregene e Fiumicino che percorro sempre nelle calde giornate d’estate. È scomoda, mi allontana dal mondo civile ed è un tratto sottoposto a velocità controllata. Ma la faccio sempre. Perché? Perché mi ricorda un’altra campagna dove trascorrevo la mia infanzia, con gli stessi campi di grano ondeggiante e dorato, qualche albero basso e cielo all’infinito.
Possiedo questo posto attuale. E riprendo possesso di un passato che, in qualche modo, esiste ancora.
Così possediamo Roma, Palermo, Riccione… E New York. I suoi passaggi pedonali. I carretti degli hot dog. Central Park.
Eppure io non sono mai stata a New York.