Il fardello dell’Uomo Ragno

Se da “grandi poteri derivano grandi responsabilità” è vero anche che da piccoli poteri derivano piccole responsabilità, da medi poteri solo medie responsabilità e infine da nessun potere nessuna responsabilità? Esiste cioè una scala gerarchica che lega in maniera biunivoca potere e responsabilità?
Le considerazioni che seguono sono tese a problematizzare una connessione che a prima vista può sembrare ovvia, ma che in realtà si rivela estremamente stratificata. Infatti I due poli che compongono la relazione non sempre sono bilanciati (come la frase dello zio Ben lascerebbe intendere) ma, invece, sottendono delle conflittualità e dei rovesci che possono far emergere il dato che poteri e responsabilità spesso si intrecciano in maniere impreviste e imprevedibili.

Per sciogliere questo nodo può essere utile volgere lo sguardo a quelle figure, presenti in un grandissimo numero di storie, che rispetto al protagonista rimangono sempre uno o più passi indietro. Queste figure, molto eterogenee, spesso sprovviste di qualunque potere, seguono e aiutano nei passaggi cruciali i nostri eroi chiamati a compiere il loro destino. La misteriosa attitudine eroica che spesso sembra venire naturale ai protagonisti diventa per questi personaggi fonte di ispirazione e riesce spesso a infondere coraggio e forza negli animi di questi “umanissimi” aiutanti, e Il loro tempestivo intervento risulta spesso decisivo nel compimento della missione.

Prendiamo ad esempio la figura di Han Solo nel quarto episodio di Guerre Stellari, il cui ravvedimento dall’impenitente egoismo che lo ha sempre caratterizzato, lo porta ad un tempestivo intervento in battaglia che salva la vita a Luke Skywalker, e con questa l’esito dell’intera missione.
O ancora, la figura del mite e pacifico Hobbit de Il Signore degli Anelli Samvise Gamgee, che nei desolanti paesaggi di Mordor viene messo di fronte alla necessità di dover prendere sulle sue spalle le responsabilità di Frodo. Quando i due Hobbit, Frodo e Sam, arrivano a pochi passi dal Monte Fato, il portatore dell’anello cade a terra esausto, al punto da non poter muovere un solo passo in più verso la meta. Nessun altro può fare qualcosa a parte Sam, che si ritrova di colpo investito di immense responsabilità pur non avendo o non riconoscendosi le qualità necessarie a compiere l’impresa.

È nel momento dell’estremo bisogno, quando tutto sembra poter andare perduto, che Sam, caricando Frodo sulle sue spalle, pronuncia una frase emblematica:

“Non posso portare l’anello per voi, ma posso portare voi!”.

Ovvero Sam nel momento di massimo pericolo prende su di sé grandi responsabilità e nel farlo inventa – o scopre – anche il proprio “potere” cioè quello di portatore del portatore dell’anello.
Ma se ci sono piccoli e grandi personaggi che assumono grandi responsabilità sulle loro spalle esiste anche un rovescio della medaglia, ovvero grandi eroi, quasi invincibili, che rifiutano di prendersi responsabilità alcuna.

È il caso di Achille, l’invincibile eroe acheo, vero ago della bilancia delle sorti del conflitto narrato da Omero, che all’inizio del poema vediamo sfidare l’autorità di Agamennone e ritirarsi dalla guerra, offeso dal trattamento a lui riservato. Come ci informa Omero, già dai primissimi celebri versi del componimento, ciò che caratterizza l’eroe è l’ira che “infiniti addusse lutti agli Achei”. Questa ira, che ha determinato la sua uscita di scena dalla guerra, diventa via via sempre più decisiva per le sorti del conflitto. Si arriva infatti al libro sedicesimo in cui i Troiani minacciano ormai di dilagare nel campo greco e soprattutto di mettere a fuoco le navi e con questo atto tagliare ogni speranza ai nemici. Sarà un altro “assistente dell’eroe”, ovvero Patroclo, in lacrime, a tentare un ultimo disperato tentativo di ricondurre alla ragione e soprattutto alle proprie responsabilità il suo compagno d’armi.

“O Achille, figlio di Peleo, il più forte dei Danai,
non adirarti, tanta pena ha raggiunto gli Achei!
Tutti coloro ch’erano prima i più forti
giacciono tra le navi o colpiti o feriti:
è colpito il Tidide, Diomede gagliardo,
ferito d’asta Odisseo e il nobile Agamennone,
colpito anche Eurίpilo di freccia alla coscia;
i guaritori dai molti rimedi si danno da fare per essi,
curando le piaghe: e tu sei insensibile Achille.
Mai tale ira mi prenda quale tu la conservi,
distruttore! che bene avrà un altro da te, anche un tardo nipote,
se non difendi gli Argivi dalla rovina obbrobriosa?
Spietato, a te non fu padre Peleo cavaliere,
non madre Teti: il glauco mare t’ha partorito
o i dirupi rocciosi, tanto è duro il tuo animo.
Se vaticinio cerchi d’evitare nel cuore,
te ne ha predetto qualcuno la madre augusta da parte di Zeus,
manda me almeno, subito, fa’ che mi segua l’esercito
dei Mirmίdoni, potessi esser luce pei Danai!
Permetti ch’io vesta l’armi tue sulle spalle
e credendomi te fuggano dalla battaglia
i Teucri, respirino i figli guerrieri degli Achei
sfiniti; basta breve respiro in battaglia.
Facilmente noi, freschi, uomini stanchi di lotta
respingeremmo in città, via dalle navi e dalle tende”.

Patroclo, di fronte al rifiuto di Achille, chiede dunque di prendere lui le responsabilità dell’amico, di vestire le sue armi e con quelle incutere timore all’esercito avversario. La supplica dell’amico troverà accoglimento presso Achille solo su questo ultimo punto. Achille avviserà anche Patroclo di limitarsi a mettere in fuga l’avversario e non inseguirlo sotto le mura di Troia. Avviso che più che un monito si rivelerà una funesta consapevolezza del destino a cui stava esponendo l’amico, lasciando che questi prendesse le sue responsabilità di eroe, quando arriverà la notizia della morte di Patroclo sotto le mura della città.

Grandi responsabilità possono dunque improvvisamente gravare sulle spalle di grandi e piccoli e solo la loro coscienza, in ultima analisi, può decidere l’esito delle vicende. Ancora più problematico risulta però il conflitto laddove le scelte da compiersi e i poteri di cui si è investiti non sono chiari. La scena dei traghetti di Batman – il cavaliere oscuro esemplifica proprio questo. Le regole del sadico e mostruoso gioco sono semplici, ma danno luogo a interrogativi complessi. Ci sono due navi nel porto. Una, carica di galeotti e delle guardie che li sorvegliano, l’altra di comuni civili. Entrambe sono state riempite di esplosivi e ai capitani delle due navi viene fatto trovare un detonatore. Il detonatore però, come spiega lo stesso Joker, serve a far saltare per aria non la propria nave ma l’altra; l’equipaggio che per primo condannerà l’altro avrà salva la vita, mentre se qualcuno dovesse cercare di fuggire tuffandosi in acqua o se allo scoccare della mezzanotte nessuno dovesse premere il pulsante entrambe le navi verrebbero fatte esplodere dallo stesso Joker.

In questo caso, come si può immaginare, tutto diventa più sfumato. Cosa è eroico? Rifiutarsi di uccidere, e così condannare tutti, o uccidere per salvare sé stessi e la propria nave? Se anche è vero che le responsabilità maggiori (o colpe in questo caso) gravano sulle spalle del criminale che ha organizzato tutto ciò, questo non significa che le persone sulle navi possano non sentire il peso delle proprie scelte, e il limite dei propri poteri.
Le persone dei traghetti sono poste di fronte a scelte paradossali perché tutto è anche il suo opposto. Sono vittime e carnefici allo stesso tempo, il loro potere è grande così come nullo, le responsabilità sono allo stesso tempo tante e nessuna. L’ingranaggio è congegnato in maniera perfetta e non lascia scampo a nessuno. La soluzione (impossibile) a questo enigma (im)morale posto dal Joker viene trovata per vie diverse su entrambe le navi: rinunciare alle proprie responsabilità e rimetterle tutte nelle mani del carnefice. Se nella nave dei galeotti il detonatore viene semplicemente buttato fuori bordo da un minaccioso criminale che rifiuta di sottostare al ricatto, sull’altra nave si svolge invece una democratica votazione in cui si arriva a concludere che la scelta più razionale e “giusta” è quella di premere il pulsante e salvare se stessi dalla morte. Solo che all’atto pratico nessuno ha il coraggio (forse proprio perché le motivazioni sono dettate dalla paura) di premere quel bottone. Anche il più convinto, certo, almeno razionalmente, della giustezza della propria posizione, intenzionato a far saltare in aria l’altra nave, dopo attimi di esitazione non riesce a reggere il peso del gesto e si ritira di buon grado, confondendosi nella folla da cui per un attimo era emerso. I pezzi dell’ingranaggio del Joker insomma si inceppano, o meglio si rifiutano di essere tali. Il gioco del Joker si rompe nel punto in cui sembrava essere più forte: la folle razionalità del ricatto.

La mezzanotte scatta e nessuno ha premuto il pulsante. Fatto che lascia sconcertato il Joker, che aveva previsto tutto meno quello che non avrebbe potuto. Alla sua lucida follia omicida di anti eroe, le navi di Gotham hanno dato una confusa, folle risposta di eroica non-violenza. Anzi super eroica, assumendosi poteri e responsabilità ben oltre le proprie possibilità. Confidando forse nel fatto che nel momento di estremo pericolo, in tutte le storie d’eroi, l’aiutante risponderà presente e li salverà all’ultimo secondo.