BombaBibbia Report (12/2010)

L’ultimo Laboratorio di BombaBibbia è andato male. Cioè, è andato bene, ma abbiamo parlato del male. E ne abbiamo parlato per bene. Nel senso che ne abbiamo parlato a lungo: praticamente tutti i brani portati ne parlavano, e si sono inanellati l’uno nell’altro con una consequenzialità incredibile, neanche fossero tratti dallo stesso libro. Allo start c’era il Vangelo di Luca 14,12-24: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti…». Immaginiamo tutta la laboriosa preparazione dei cibi e della sala, il viavai di persone, l’eccitazione e anche la trepidazione dell’anfitrione. Solo che pochi minuti prima dell’inizio gli ospiti cominciano ad accampare scuse assurde. Come se l’invito non gli fosse stato fatto da parecchio e non avessero avuto tutto il tempo per disdire la partecipazione per tempo. Il padrone di casa, comprensibilmente irritato, esplode in un interiore: “Questa festa s’ha da fare!”. E sostituisce gli invitati con emeriti sconosciuti. Emeriti miserabili sconosciuti. In abbondanza. Perché la festa non è festa se la casa non è piena, che poi ci si ritrova pure con un sacco di avanzi. E gli invitati? Si sono autoesclusi. Nessuno li ha cacciati via, se non loro stessi: hanno preferito altro, qualcos’altro gli è piaciuto di più.

Che la propria volontà o meglio, la volontà che segue il proprio piacere, sia un discrimine radicale ce lo conferma subito dopo Siracide 15,11-20: «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; / a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà». Davanti al baratro dell’autodeterminazione umana, la divinità fa un passo indietro e reclama la propria innocenza: «Egli da principio creò l’uomo / e lo lasciò in balìa del suo proprio volere». I due versetti creano un’equivalenza tra volere e piacere, una navigazione pericolosa («in balìa»!) perché l’uomo fa ciò che gli piace, ma a quanto pare… non sa cosa gli piace! Il v.13 sembra suggerire che non esistono parametri di sicurezza come il bene e il male, quanto correnti oscure da seguire a tentoni: il proprio piacere o il piacere di Dio

A proposito di bene e male, cade a fagiolo il testo successivo… forse il testo più citato nella storia della letteratura, quell’evergreen che è Genesi 2,15-17; 3,1-13: il racconto della Caduta. Ci sono così tante cose da dire che faccio prima a non dirle. Se non una. Nel testo del Siracide Dio lamentava: «Non dire: “Mi son ribellato per colpa del Signore” […] Non dire: “Egli mi ha sviato”». Beh, è proprio quello che fa l’umanità tout-court nella persona dei suoi due rappresentanti, Adamo ed Eva, campioni del rimpallo che neanche in serie A… Insomma, Dio conosce i suoi (in ogni senso) uomini e, a quanto pare, quella volta c’è rimasto pure un po’ male.

Ma anche gli uomini ci restano un po’ male, a volte. Vero, Giobbe? Il pover’uomo, più che in balia del proprio volere, è in balia di una scommessa tra satana e Dio. Il sipario si apre su Giobbe 2,7-10: ed eccolo qua, il nostro eroe, seduto sulla cenere, coperto di pustole, con una degna discendente di Eva che gli intima: «Maledici Dio e poi muori!». Grande è la pazienza di Giobbe. Soprattutto con la moglie. E anche con i traduttori della CEI: se la nuova versione recita infatti il suddetto «Maledici!», la precedente versione edulcorava in un improbabile: «Benedici Dio e poi muori!». La risposta del santo Giobbe alla moglie lascia tutti ammirati: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?». Ammirati o inquietati? Eh, già. Perché il santo Giobbe ha schiantato il suo primo colpo di cannone verso il Cielo. Perché ha appena detto – pacato e bonario – che il male viene da Dio. In effetti, chi ci aveva messo quel serpente del giardino dell’Eden? Io no. A un confronto finale di traduzioni ci troviamo d’accordo sulla più conciliante versione: «…perché non dovremo accettare il malessere?». Il dubbio però resta…

Chiudiamo infine in bellezza con il Salmo 50,3-13: dopo l’uomo che accusa Dio  (Siracide), quello che si autogiustifica (Genesi), quello che non si giustifica (Giobbe), ecco l’uomo che si accusa: Davide. «Riconosco la mia colpa […] quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto»: ecco il santo re Davide! Solo che, se consideriamo la storia e il ruolo chiave che vi ebbe il profeta Natan (2Sam 12,1-7), forse ci ricorderemo che anche il “santo re” aveva le idee piuttosto confuse quando si trattò di riconoscere le proprie azioni. Perché l’uomo fa le cose senza accorgersene. Dice di volere il bene (sempre!) e non il male (mai!), ma alla prova dei fatti quello che cerca è il proprio benessere, il proprio piacere: il proprio, insomma. E se con la ragione capisce benissimo cosa deve fare e cosa no, quando poi si deve passare all’azione la ragione esce a farsi una sigaretta. E quando rientra, è giusto per raccogliere i cocci. O forse non è che non se ne accorge, è che non vuole riconoscerlo. O forse la ragione… ecco, non è che esce a farsi una sigaretta: ce la mandiamo noi. “Ma su, vai cara, rilassati un momento! Sempre così tesa, sempre stressatissima, ad avere il controllo di tutto! Peggio di tua madre. Placati. Distenditi un momento. Lascia che prenda io il controllo per cinque minuti… passami il timone, anche solo per cinque minuti…”. Ehi, un momento! Chi è che ha parlato?!