Letture. Zoo a due di Marino Magliani e Giacomo Sartori.

Come dire, evitando banalità e luoghi comuni, i nostri stupori, le nostre angosce, le domande inespresse, le giornate grigie e il chiarore che illumina d’improvviso la comprensione di sé, e tanta parte ancora di ciò che abita i nostri giorni? Marino Magliani e Giacomo Sartori propongono l’antica (e nella nostra narrativa contemporanea un po’ desueta) forma delle storie di animali, attualizzandone l’attitudine a rappresentare lacerti della condizione umana attraverso un’assai discreta opera di antropomorfizzazione. In Zoo a due (di recente uscito presso Perdisapop), i due autori adunano un variegato bestiario in sedici racconti, due serie consecutive di Sartori, intercalati da due storie più lunghe di Magliani. Quasi i due autori si fossero intesi al riguardo, nell’intera raccolta non c’è traccia di condiscendenza verso la condizione animale. C’è piuttosto, quasi come in una sequenza di rifrazioni prismatiche, un’attenzione costante alle più diverse manifestazioni della vita degli uomini. Scrivere di animali per spiegare gli uomini, o quanto meno per interrogarsi su di loro: ne deriva la possibilità, felicemente colta dagli autori, di parlare senza intermediazioni intellettualistiche, e quindi con la maggior verità possibile, “delle cose che contano davvero, di ripristinare e di cercar di dare nuova salute mentale a parole come madre, padre, casa, cibo, amore e altre analoghe che fanno tremare le vene ai polsi degli scrittori meno autentici”, come Beppe Sebaste annota nella puntuale introduzione.

In Sartori questa immediatezza si esprime nell’attribuzione di tratti psicologici e caratteriali, o anche di particolari momenti emotivi della nostra esistenza, a creature diverse, che costituiscono altrettanti archetipi di un’umanità oltremodo varia, di cui l’autore intercetta i dettagli più caratteristici. Così la storia minima della cattura casuale di un eposilla, avvenuta insieme al cespo sul quale vive, diventa spunto per una sorridente metafora della caducità della vita, mentre il dromedario protagonista dell’omonimo racconto, constatando i progressivi cambiamenti subiti di giorno in giorno dal suo monotono servizio a turisti sempre più frettolosi, percepisce l’inclinare del tempo verso un peggio che, come sempre, pencola tra luogo comune e verità soggettiva. In Helobacterium Sartori propone una sorta di bizzarra rappresentazione figurale dell’interrogazione esistenziale più radicale. Esistere o non esistere, e l’alternativa aleggia sui confini estremi della consapevolezza di sé: “… sono poi così sicuro di esistere? Su che indizi posso basarmi? …Non sarà per caso il pensiero stesso che si inventa parole fittizie, per corroborare un’esistenza fittizia?”. Echi da operetta morale paiono poi lontanamente risuonare in Unicorno, unica intrusione nel catalogo sartoriano di un animale inesistente (o meglio occhieggiante solo dalle pagine di un libro, e dunque, proprio perché creatura della fantasia, a pieno titolo esistente anch’esso), in cui un interrogarsi ansioso circa le verità ultime rivela una nostalgia della vita vera a lui negata: “Incomprensibile è la vita, con quel suo insondabile alternarsi di luce accecante e tenebre più nere dell’inchiostro, di fervida coscienza e di totale oblio, di clamori e di silenzio abissale.” Felice ancora la giustapposizione, suscitatrice di un cortocircuito di sovrasensi, tra il monologo del canarino, che vive felicemente la sua reclusione in una gabbia, soddisfatto del baratto tra libertà e sicurezza, e la personale ribellione di una formica contro il socialismo reale praticato nel suo termitaio, attuata semplicemente con l’estroso gesto di non accodarsi alla lunga fila di compagne intente al loro lavoro quotidiano.

Anche un rendiconto appena appena approssimativo può dunque essere sufficiente per discernere in Sartori trasparenti sottintesi etici: i suoi racconti si caratterizzano per una concisione non fine a se stessa ma praticata per evidenziare conclusioni che superano il fatto minimo narrato. Un evidente lavoro di semplificazione formale, lungi da conseguire esiti di gelida precisione chirurgica, consente piuttosto di calibrare la scrittura su una corrispondenza puntuale tra la parola, mai sprecata, mai consunta dall’uso, ma da esso semmai lavorata ed arricchita, e le cose rappresentate. Ne deriva una prosa di esemplare nitore, che lascia scorgere tra le righe profondità a prima vista non facilmente individuabili (non sarà del tutto fuori luogo ricordare, a questo riguardo, l’insegnamento del Primo Levi dei racconti, ed in particolare degli apologhi morali di Storie naturali, o di Il sistema periodico). Del resto, ciò che sinteticamente può definirsi come sobrietà espressiva, indiscutibile peculiarità di questo Zoo a due, viene declinato da Sartori e Magliani secondo modalità diverse: sintesi secca, precisione geometrica il primo, ruvida densità stilistica l’altro. Per entrambi, è evidente l’intento di perseguire un’ineludibile corrispondenza tra rappresentazione e significato in essa celato. Ma in Magliani, sul rigore della tensione etica, pur certo presente, prevale negli scritti di Zoo a due l’urgenza di estrarre dalla parola immagini capaci di colmarsi di significati, e trasfigurarsi in suggestioni interiori. Con i due racconti lunghi Il cane e il mare e Il figlio del cane e le colline, Magliani compone un dittico di ampio respiro narrativo, raccontando nel primo l’epopea di Cobre, un “trasperso”, cioè un cane abbandonato dal padrone, e nel secondo la storia di suo figlio, che ripercorre a ritroso il cammino del padre. La storia di Cobre si concentra tutta nei suoi ultimi giorni, nei quali si addensa il significato della sua intera esistenza: e sono giorni raminghi, di meditazioni e di folgorazioni, di fatiche, di libertà e di angosce da troppa libertà. Dopo l’abbandono in un punto a lui sconosciuto dell’entroterra ligure, il cane inizia un lungo vagabondaggio, che è a un tempo tensione verso un impossibile ritorno, esplorazione curiosa di luoghi e situazioni differenti, ma anche inchiesta su se stesso, sul diventare altro senza perdersi definitivamente. La discesa verso il mare, a lungo osservato dalla sponda dell’autostrada che taglia l’entroterra ligure, è ricca di incontri, ma soprattutto è una ricerca di senso, indagato nel moto del mare “che non sta fermo mai”, che a volte gli appare come un muro liquido, sul quale è possibile fantasticare di archi di ponti appoggiati al molo ed inabissati nel mare al largo. L’itinerario del figlio del trasperso sarà inverso rispetto a quello del padre, e non solo in senso geografico, dal mare all’entroterra. Recupererà alcune tracce del padre, e lo farà attraversando l’accecata libertà del randagio per accostarsi ad un nuovo e definitivo padrone.

La scrittura di Magliani si infiamma di improvvise accensioni liriche, che consentono al realismo che impregna le sue pagine di sconfinare a volte in una sorta di spiritualità dolente ed interrogante a un tempo: “… arco è il cosmo, … ad arco si affacciano i monti ad altri monti, terrazze ad altre terrazze, … i giorni spingono altri giorni, le onde uccidono le onde, … solo gli uomini possono liberare altri uomini …” Altrove il senso di mistero che pervade la visione del mondo parziale ed obliqua del trasperso origina trasalimenti mistici, in cui il mare diventa un infinito entro cui annegare e sciogliere ogni residuo di individualità: “… e per cos’altro uno si convinceva a prendere il largo? La famosa costa dopo questa costa? Per questo si annegava laggiù?”.

Per Magliani raccontare è impastare visione ed emozione nella squadratura esatta della parola, in una scrittura caratterizzata da una particolare limpidezza di sguardo, che nei suoi esiti più felici dispiega una straordinaria capacità evocativa. E’ soprattutto nello svelamento di quella ligusticità che caratterizza buona parte della sua produzione che il paesaggio tende a sciogliersi gradatamente in sensazione: “Il mare, là davanti, diviso da un sentiero di luna. E prima del mare l’autostrada, alta sui ponti, maestoso cancello nel vuoto, e i tunnel, e i rami delle palme nella luna, e tutto ciò che non era la collina tagliata, così pieno di luci verdi e gialli. La baia, il Duomo in cima all’altro colle e le logge di Santa Chiara cha assomigliavano a un alveare. Cos’era mai tutto questo se stringeva gli occhi e riandava alle notti? Poco e niente, se non riappariva quel volto”.

Pare (lo riferisce Beradinelli nel suo recente Leggere è un rischio) che Caproni, ad un Antonio Debenedetti bambino, spiegasse così il valore di un libro: “Tu prendi un libro, apri alla prima pagina e leggi le prime parole. Poi vai all’ultima pagina e leggi le ultime. Se stanno bene insieme, il libro è bello, se non stanno bene, il libro è brutto”. Questo singolare criterio di giudizio estetico, estemporaneo e scherzoso quanto si vuole, ma non privo di una sua rudimentale utilità, si attaglia perfettamente alle storie di Cobre e di suo figlio, esemplari per il percorso circolare che li definisce, perché permette di apprezzarne la compattezza e la coerenza narrativa, il gusto per la storia raccontata e l’attenzione per la sua compiutezza: in definitiva, conferma per altra via la strenua fedeltà di Magliani al proprio destino di narratore.

  • Bello il disegno-copertina di Pazienza! :-)