An ordinary miracle

Living in every city
among somebody else’s clothes

Are these the days of our lives?

An ordinary miracles is all we really need
an ordinary miracle you and me

Ma chi ti credi di essere? È quello che viene da chiedere quando un personaggio di “successo” non concede interviste né fotografie, non appare in pubblico e vive isolato chissà-dove. Sei una star, dovresti brillare, «bello mio, sei in tv!», come risponde un fan al noto presentatore che non vuol essere importunato in strada (The weather man). Se vuoi essere lasciato in pace non fare televisione, non fare l’artista, non suonare, non cantare, non scrivere libri. Non fare nulla di notevole, altrimenti diranno di te quello che dicono dello scrittore che fugge la folla: «Quando scrive tenta di dirci qualcosa sulla vita. Non può andare a nascondersi. Scrivendo, ha già rinunciato al diritto alla privacy» (La follia delle muse).
Sarà vero? Sul serio non si può aspirare a un’esistenza solitaria, privata, pur essendo personaggi pubblici? Eppure Greta Garbo era detta divina anche per la sua nota inavvicinabilità, J. K. Salinger nessuno l’ha più visto da quando è Salinger; rifuggivano da interviste e svendite di sé Lucio Battisti, Glenn Gould e Frank Zappa. Timidi e schivi o snob e altezzosi, caratteri diversi hanno percorso strade simili: rimanere invisibili nell’era della visibilità totale.
Questa la scelta anche dei Blue Nile, trio scozzese la cui fama aumenta ad ogni album che non esce. Il primo, A walk across the rooftops, è del 1984: un successo di cui non si accorgono; chiusi in studio, senza promuovere l’album, lavorano già di cesello al futuro. Servono cinque anni per il successivo e per la prima apparizione in pubblico: pensavano che non sarebbe venuto nessuno e invece è un trionfo. Il terzo, Peace at last, esce dopo sette anni e ne passano altri otto prima dell’ultimo, High, per un totale di 33 canzoni scritte e registrate in 22 anni di carriera. Scritte e abbandonate saranno state centinaia, dice Paul Buchanan, autore e voce del gruppo.
Troppo poca visibilità? Secondo una logica strettamente commerciale sì. Ci vuole buona memoria per ricordarsi di loro, o passione, o fiducia nell’arte che lavora in sotterraneo con ritmi e tempi suoi, non governabili da contratto. «Ho scritto tante brutte canzoni», dice Buchanan, «ma proprio perchè abbiamo un così severo controllo sulla qualità, nessuna di queste ha mai visto la luce. Non puoi prevedere quando arriverà una buona canzone: viene e basta». An ordinary miracle, un miracolo nel quotidiano, come conclude in The days of our lives, ascoltata durante il primo incontro di BombaMusica.
Paul Buchanan ha cantato a Novembre a Dublino. Timido, schivo, si schermiva alle battute di chi gli gridava affettuosamente «Cantaci quella del prossimo album!», mentre lui ascoltava stupito il pubblico che lo seguiva in coro. «È una prova riuscire a mantenere la credibilità quando ti esponi, per questo non canto in pubblico molto spesso. La mia voce non è un giocattolo e non voglio metterla a servizio di qualcosa che non sia assolutamente vero».
Sarà questa rigorosa fedeltà al proprio, quotidiano talento, a renderci felici?

Happiness, happiness
I wanted more, but live with less
Live again
Happiness

  • Paolo Pegoraro

    Basterebbe che la tendenza s’invertisse:

    1) gli autori non occorre che schivino la visibilità, mi accontenterei che non la cercassero spasmodicamente;
    2) i critici e i giornalisti, loro sì, dovrebbero cercare e scavare in ogni angolo del globo, fino a rompersi le unghie, come esploratori posti a salvaguardia di una razza protetta.

    Quindi grazie per averci fatto conoscere i Blue Nile, grazie di aver fatto un’operazione critica.

  • In “The weather man” il protagonista misura il proprio talento. Vive l’inconsistenza dell’ essere famoso, quel mantello di superficialità che lo rende un personaggio noto, eppure vuoto. Si confronta col padre scrittore di successo, si rende conto di non aver messo a fuoco se stesso, i propri affetti, le delusioni e di aver sempre cercato nel consenso degli altri la felicità. Poi inizia a tirare con l’arco, migliorando, tendendo un filo e scoccando una freccia acquisisce consapevolezza. Ed è come se si tendesse il filo della propria esistenza, nella certezza di possedere il talento di mettere a proprio agio lo spettatore, un talento piccolo, nessun virtuosismo, ma la possibilità di rassicurare gli altri. Forse il successo è solo una condanna per alcuni artisti. Forse gli autori schivi sono i migliori. Forse una persona che legge le previsioni del tempo non dovrebbe essere ricca e famosa. Ma il bello di una canzone, di un libro, resteranno se devono restare, racchiusi in una canzone o in un libro. grazie per avermi fatto conoscere i Blue Nile.