Come si sceglie un golf, un fidanzato, una squadra di calcio?

Come si sceglie un golf, un fidanzato, una squadra di calcio? Quali sono le motivazioni e le conseguenze delle nostre scelte? E soprattutto, come si fa la scelta giusta? Domande a cui è difficile dare risposte non banali, dal momento che scegliere, come respirare è un’azione indispensabile e continua.
In linea generale, per compiere una scelta dovremmo prima sapere chi siamo: capire da che storia veniamo (chi cioè ha scelto per noi) e riconoscere poi noi stessi come soggetti di desiderio, percepire cioè una carenza, qualcosa che ci manca e verso cui desideriamo muoverci.
Ma le cose si complicano e si fanno più difficili, quando, dopo essersi relazionati «all’io che sono», ci si muove in direzione «dell’io che vorrei essere». Ogni scelta, infatti, anche la più banale, prevede uno scarto, un salto, un cambiamento e non è detto che ciò che avverrà  possa essere previsto, calcolato. La vita è più forte dei nostri più meticolosi piani di battaglia, in ogni nostra avventura entrano a far parte elementi incontrollabili capaci di cambiare le carte in tavola, di ribaltare situazioni impossibili: la nostra vita ci trascende, la nostra è un’immanenza trascendente.
Sta a noi essere disposti a saltare, affidandoci all’esperienza e attraversandola, compromettendoci radicalmente, lasciando da parte il tentativo di controllare la realtà. Le vite in cui tutto è programmato sono illusorie e finiscono per essere sterili e appassire. Scegliere deve quindi significare la possibilità di metterci in gioco, di essere curiosi di vedere «come va a finire», abbandonandoci con fiducia all’esperienza.
Scegliere inoltre non significa seguire delle regole: la norma, dimentica della fonte, col tempo isterilisce. La fonte è la relazione con se stesso o con l’altro e da qui si agisce di conseguenza. Solo in questo modo l’ «…e vissero felici e contenti» può non essere il trito finale di una storia, ma l’inizio di un amore che non è eterno a priori, ma sta a noi renderlo tale.
La scelta trascina l’uomo nella realtà, ve lo compromette, lo sottrae alle dolci spire del non-essere, agli alibi del non-senso. Il dubbio assurto a metodo ha permesso all’uomo moderno di crogiolarsi nell’inazione, nell’esibizione della propria inettitudine, nella contemplazione inerte e compiaciuta delle possibilità parallele. Si è fatto alibi per non agire, per censurare lo scotto del fallimento, del dolore, perché a questo dolore la ragione, pur nel suo trionfo, non è riuscita a dare un senso. Questa anziché illuminare l’uomo nella sua completezza ha finito per abbagliare tutto ciò che non fosse altro che lei. E così l’individuo che sceglie «ragionevolmente» è l’individuo cerebralizzato, un uomo castrato della propria vita emotiva e spirituale: è un uomo che incontra il nulla, anziché il paradosso dell’incompiuto, del limitato, dell’imperfetto, diamante da salvare e di cui godere nelle scelte in cui la compromissione è totale.