La quiete nella tempesta

Miranda - The tempest, by John William Waterhouse

Eravamo rimasti al termine dell’ultima Officina con l’Angelus Novus di Paul Klee e Walter Benjamin che rifletteva su quel quadro sottolineando come quell’angelo vorrebbe indugiare sul passato, «vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ecco appunto, la tempesta. Sembrerebbe che la vita, l’esistenza propriamente umana, non ne sia mai esente. La vita è tempestosa, se è vita umana. Al punto che lo scrittore francese Julien Green affermava paradossalmente «finché sono inquieto posso stare tranquillo». Resta il fatto che la tempesta è qualcosa di terribile, che fa veramente e giustamente paura. Quando arriva, spesso all’improvviso, distrugge e devasta tutto, lasciando morte e rovine dietro di sé. Per questo l’uomo cerca di resistere alla tempesta, cerca riparo, un luogo al sicuro, scoprendo spesso che luoghi sicuri non esistono. All’inquietante presentarsi della tempesta, l’uomo cerca di rispondere imponendo l’ordine, la misura, la prevedibilità. Con il paradosso intuito da Simone Weil che la confusione che nasce dall’ordine è peggiore dalla confusione che nasce dal disordine. Il due più due fa quattro può essere più violento del tempestoso due più due fa cinque.

La quiete e la tempesta quindi, i due poli della vita umana. In genere la quiete precede la tempesta, oppure la segue. Però può esserci anche la quiete nella tempesta. Pare che nell’occhio del ciclone la situazione, vorticosa tutt’attorno, sia invece contrassegnata da una calma assoluta. Mi viene in mente il popolo di Israele che attraversa, placidamente, il Mar Rosso (nel frattempo, mentre scrivevo questo editoriale, sono andato e tornato dalla messa e il passo finale del Vangelo di Luca mi ha ricordato la stessa suggestione: «All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino»). La tempesta può essere attraversata, non solo subita; mentre evitarla sembra proprio l’ipotesi più irreale e astratta.

Questa possibilità della quiete nella tempesta mi ricorda la scena iniziale del film La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

Jep Gambardella è il mondano più mondano di tutti, il suo obiettivo non è organizzare le feste ma farle fallire. La scena è potente: intorno a Jep vibra una tempesta dalle venature orgiastiche, come in un quadro di Bosch un confuso pullulare di uomini e donne urlanti, un brulichio di corpi avvinghiati mentre lui sta lì, in mezzo, flemmatico e non fa altro che sorridere beffardo. Questo è un modo di vivere la quiete nella tempesta ma forse la sua non è vera vita: Jep pensa o si illude di controllare la tempesta, lui la vuole creare, fare e disfare. La sua vita è una serie di esperimenti non di esperienze.

C’è un’altra modalità di vivere dentro una tempesta ed è quella che avviene nella musica jazz. In un articolo di circa dieci anni fa Antonio Spadaro sottolineava la dimensione “geniale” dell’esperienza legata all’improvvisazione tipica della musica jazz.

Espressione caratteristica [del jazz] sono le cosiddette jam session, cioè riunioni di musicisti che si ritrovano per una performance senza aver nulla di preordinato, improvvisando su griglie di accordi e temi conosciuti. Queste sono situazioni “geniali”, dove la sfida consiste proprio nel dare una forma non preordinata a partire da un caos di suoni. Nella sua autobiografia dal titolo Come il jazz può cambiarti la vita, il grande compositore Wynton Marsalis scrive dei suoi primi ascolti musicali del jazz di John Coltrane: “Era difficile da seguire. Un singolo assolo conteneva abbastanza musica per una quarantina delle canzoni che passavano per radio e che comprendevo benissimo. Ma continuavo a stargli dietro, come un bambino che ascolta una conversazione tra adulti. Poi, un giorno, l’ho compreso veramente, con il cuore, non con la mente. È successo all’improvviso. Quello che stava suonando aveva perfettamente senso, anzi, un extra-senso. Quei musicisti stavano raccontando delle storie. E quelle storie agrodolci si dispiegavano in maniera imprevedibile. Ma riuscivano a cavalcare lo stupore nello stesso modo in cui chi sale in groppa a un toro mantiene l’equilibrio e la postura”.

La persona geniale, concludeva Antonio Spadaro, «fa un’esperienza sorgiva e l’unica sua possibilità è “cavalcare lo stupore”, cioè stare in equilibrio instabile sopra un’esperienza sorgiva che in realtà resta indomabile».