Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire

L’editoriale di questo settembre è quello che in gergo si potrebbe chiamare un “copia e incolla”. O anche un piccolo scippo, ma concordato.

Abbiamo infatti chiesto ad Andrea Monda, presidente di BombaCarta e direttore dell’Osservatore Romano di farci un prestito: lasciarci “usare” l’editoriale che lui stesso ha firmato e che è apparso sul suo quotidiano lo scorso 2 settembre con l’esatto titolo “Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire”.

Il perché è presto detto: lo stile è molto BC e ci immerge completamente nell’atmosfera amata e un po’ odiata del ritorno dalle vacanze e della ripresa delle nostre attività, con uno sguardo ammiccante ma non troppo ai buoni propositi che il riposo ci ha aiutato ad elaborare. Ci spinge a osservare, guardare, a non fermarci. A proseguire i nostri viaggi estivi, a traghettarci verso altre e nuove mete. Buona lettura!

Domenica 1 settembre, la data di ieri, è una data che contiene in sé una grande forza, perché esprime tutta l’energia della ripresa, della ripartenza, del ricominciare. È il primo giorno del mese, un mese particolare, settembre, che segna la ripresa, il vero “capodanno”, non solo per l’inizio dell’anno scolastico. E a proposito di scuola, ricordo che, quando andavo alle elementari, almeno per due volte nel corso dei cinque anni, cominciammo la scuola con lo studio della poesia I pastori di Gabriele D’Annunzio con il suo famoso incipit: «Settembre, andiamo, è tempo di migrare». Mi chiedo se ancora oggi venga insegnata questa poesia, data la forza d’impatto che oggi ha assunto quel verbo lì rivolto ai pastori abruzzesi, “migrare”.

Un altro poeta, per molti versi agli antipodi di D’Annunzio, Cesare Pavese, ci ricorda qual è la più grande felicità per l’uomo con queste parole: «L’unica gioia al mondo / è cominciare/ È bello vivere / perché vivere / è cominciare, / sempre ad ogni istante».

Questo è il fascino di settembre, il fascino dell’inizio, del ricominciare. È una gioia che, ha ragione Pavese, ogni uomo può vivere “ad ogni istante”. Questa è la natura anche di un’esperienza particolare come la politica che secondo don Luigi Sturzo — autore, cent’anni fa, del sempre attuale «Appello ai liberi e forti» — consiste nel “ricominciare da capo, ogni giorno”. Mi vengono in mente altre due esperienze che portano con sé la possibilità di questa gioia, due esperienze quotidiane, in particolare la prima: il risveglio mattutino e il perdono, dato o ricevuto. Ogni volta che ci svegliamo, che ci alziamo dal letto, viviamo l’esperienza di cui parla Pavese: “è bello vivere, perché vivere è cominciare”. Svegliarsi significa aprirsi, con speranza, al nuovo giorno che viene e tutto è naturale, quasi inconsapevole, al punto da sembrare automatico, meccanico e quindi (è questo il rischio), scontato. Per fortuna ci sono le parole dei poeti che risvegliano la meraviglia per le piccole cose, quelle normali, quotidiane.

C’è un altro grande poeta italiano, Camillo Sbarbaro, che ci ricorda che in fondo la nostra felicità è “fatta di nulla”: «Una felicità fatta di nulla / mi colma – e non è forse che l’arietta /di questa mattinata di settembre / Come convalescente ch’esce al sole / la prima volta, tutto quel che vede / gli par di non averlo visto mai, / ad ogni passo scopre nuovo mondo / e di dolcezza quasi piangerebbe», e non a caso parla di settembre.

E infine c’è il perdono. Se il risveglio è un nuovo inizio per lo più a livello fisico, il perdono è un inizio che investe la persona nella sua totalità. Un gesto di misericordia è quell’atto che permette il ricominciamento, lo sblocco che fa ripartire la vita, un miracolo che permette la rinascita. «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita!», esclama il padre nel finale della parabola del figliol prodigo. La gioia che nasce dalla misericordia, è questo il cuore dell’attuale pontificato. Quante volte Papa Francesco ha raccontato la gioia del rialzarsi e riprendere il cammino, un’azione che si riesce a fare sempre grazie all’aiuto di un altro che mostra il volto misericordioso dell’Altro.

La festa nell’ottica evangelica diventa quasi un “obbligo”, e allora assume una sfumatura ancora più forte questa data di ieri, del 1 settembre, proprio perché domenica, il primo giorno dopo il sabato. La domenica non è il week-end, il “fine settimana” ma invece è l’inizio, è il primo giorno della settimana, il primo, la ripartenza, quel ripassare dall’origine che imprime nuova energia e speranza al cammino quotidiano dei figli degli uomini.

Andrea Monda