Una zucca a lungo attesa
L’attesa – dal latino ad tèndere – letteralmente significa tendere verso/volgersi a… l’attesa ruota intorno a un oggetto o fine e rappresenta quel lasso di tempo in cui quell’oggetto o fine ancora non si è configurato, positivo o negativo che sia (ma questo ora ci interessa meno).
Cosa avviene, però, in quel lasso di tempo? Siamo partiti da una domanda: l’attesa è un momento che subiamo o che possiamo sfruttare?

C’è un titolo che non potevamo ignorare: Storie di un’attesa. In questa graphic novel, Sergio Algozzino ci racconta tre storie ambientate nella sua Palermo, distanti negli anni ma che a modo loro si intrecciano e in cui il tempo è assoluto signore. Dei suoi tre personaggi “in attesa” ne scegliamo due. Il primo è un ragazzo di quindici anni che aspetta una sua amica sotto casa. È il loro primo appuntamento, lei è in ritardo e non esistono ancora i cellulari! Il giovane inizia a contare i minuti, il tempo si dilata, ma quando il ritardo si fa evidente si scopre incapace di fare altro se non “attendere”: se si spostasse lei potrebbe non vederlo al suo arrivo, se andasse a sbirciare a quelle bancarelle, così curiose ed invitanti, potrebbero non trovarsi. L’unico espediente per passare il tempo è guardarsi intorno, osservare le persone che passano, i balconi dei palazzi, persino le proprie gambe, senza allontanarsi mai…
Il secondo è un Conte, uomo d’altri tempi, grande credente, che decide di intraprendere un viaggio in Terrasanta per vivere la sua fede in modo vero, fuori dalle convenzioni sociali, fuori dai riti che ormai sono divenuti solo abitudini. Per un viaggio simile bisogna consultare le mappe migliori, utilizzare gli strumenti di navigazione più avanzati, imparare arti sinora sconosciute. Per un viaggio simile tutto deve essere perfetto e per la perfezione ci vogliono anni…
Bene, sembrerebbe facile rispondere alla nostra domanda iniziale. Proviamo, però, ad interrompere per il momento la lettura di Algozzino, lasciamo i suoi racconti un po’ in sospeso nella nostra mente ed andiamo altrove.
Lasciamo Palermo, voliamo in America e nascondiamoci in un campo di zucche (e portiamoci anche una radio!). È la notte di Halloween e accanto a noi c’è Linus. Sta aspettando il Grande Cocomero, una misteriosa e benevola entità che porta regali ai bambini (in originale The Great Pumpkin).
Nessuno degli altri Peanuts crede al Grande Cocomero come ci crede Linus. Anzi, nessuno degli altri Peanuts crede al Grande Cocomero e basta.
Linus però ha una fede incrollabile in lui ed anche se ogni Halloween il Grande Cocomero non si presenterà, Linus la volta dopo tornerà ancora là in quel campo ad aspettare il suo arrivo. Con questo “personaggio” mai mostrato, Charles Schulz voleva parlare di una fede (o di un atteggiamento verso la vita) che prescinde da soddisfazioni e delusioni, o da quanto tempo essa possa richiedere. Anzi, la dinamica dell’attesa ripagata è completamente assente, sostituita invece da quella della delusione e della perseveranza.
Mentre aspettiamo il Grande Cocomero – che tanto non arriverà – accendiamo la radio. Stanno passando Pescatore di Pierangelo Bertoli e Fiorella Mannoia, una canzone che ci canta un’attesa d’amore.
Dimmi, dimmi, mio Signore
Dimmi che tornerà
L’uomo mio difendi dal mare
Dai pericoli che troverà
Troppo giovane son io
Ed il nero è un triste colore
La mia pelle bianca e profumata
Ha bisogno di carezze ancora
Ha bisogno di carezze ora
L’attendere della donna è immediato, solenne nella sua invocazione a Dio. Eppure, già in questa preghiera l’attesa inizia a mutare: l’urgenza dell’ultima parola “ora” diventa un hic et nunc concettualmente antitetico all’attendere e nel giro di due strofe i sentimenti si rovesciano, una passione inaspettata (e fugace) prende il sopravvento e la preghiera iniziale diviene quasi un’imprecazione:
Rosa rossa pegno d’amore
Rosa rossa malaspina
Nel silenzio della notte ora
La mia bocca gli è vicina
No, per Dio, non farlo tornare
Dillo tu al mare
È troppo forte questa catena
Io non la voglio spezzare
Io non la voglio spezzare
Sarà la penultima strofa a riportare la pace nel cuore della donna, ma non ci sarà cantato il ritorno del pescatore, lasciato intendere solo da un “E ti aspetta per ricominciare”. Si prefigura una nuova partenza!
Dunque, quella di Linus è un’attesa “voluta”, cercata, convinta e forse infinita, quella in Pescatore è “dovuta”, sofferta, ciclica e soprattutto mutevole. Ora sembra più difficile dare una risposta netta alla nostra domanda, tanto più se terminiamo la lettura delle storie di Sergio Algozzino. Con il giovane innamorato il tempo è benevolo: dopo due ore senza vederla chiamerà la ragazza da una cabina telefonica per scoprire che lei si era semplicemente dimenticata del loro appuntamento e tutto diventerà il ricordo indimenticabile, “epico”, di un amore possibile solo a quindici anni. Più intellettuale il destino dell’ormai anziano Conte che mai è partito e mai partirà per la Terrasanta, consapevole che “Se partissi vanificherei tutto. Non mi impegnerei più. Non avrei più nulla da offrire al mio Dio.”
Algozzino ribalta le prime impressioni: se anche una lunga attesa può essere subita, nulla vieta di scovarvi un senso e di riuscire a trasformarla in un dono – del tempo e nel tempo – ed ugualmente un’attesa programmata, preparatoria, studiata nei minimi particolari può diventare, alla fine, più formativa del suo stesso obiettivo, ma anche uno stallo.
C’è un’ultima storia. Nel quattordicesimo capitolo de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry crea la figura del Lampionaio: egli abita su un pianeta piccolissimo e ha un incarico, accendere un lampione alla sera e spegnerlo al mattino. Al suo arrivo il Piccolo Principe trova una situazione molto particolare:
“Buon giorno. Perché spegni il tuo lampione?”
“È la consegna” rispose il lampionaio. “Buon giorno”.
“Che cos’è la consegna?”
“È di spegnere il mio lampione. Buona sera”.
E lo riaccese.
“E adesso perché lo riaccendi?”
“È la consegna”.
“Non capisco”, disse il piccolo principe.
“Non c’è nulla da capire”, disse l’uomo, “La consegna è la consegna. Buon giorno”.
E spense il lampione.
Poi si asciugò la fronte con un fazzoletto a quadri rossi.
“Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire…
“E dopo di allora è cambiata la consegna?”
“La consegna non è cambiata”, disse il lampionaio, ” È proprio questo il dramma. Il pianeta di anno in anno ha girato sempre più in fretta e la consegna non è stata cambiata!”
“Ebbene?” disse il piccolo principe.
“Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!”
“È divertente! I giorni da te durano un minuto!”
“Non è per nulla divertente”, disse l’uomo. “Lo sai che stiamo parlando da un mese?”
“Da un mese?”
“Si. Trenta minuti: trenta giorni! Buona sera”.
E riaccese il suo lampione.
Abbiamo attraversato tante attese, forzate, passionali, piene di speranza, di fatica, brevi, infinite… ora, sul pianeta del Lampionaio ogni attesa si azzera, il tempo scorre così veloce da diventare un momento-zero, metafora e profezia di un mondo che poi è diventato il nostro: sempre più veloce ed inafferrabile persino agli occhi di un esperto aviatore.
Fuori di metafora, invece, per il Lampionaio si crea un vuoto, un antitempo che va colmato – ne sente la necessità fisica ma soprattutto spirituale – e così questo vuoto, meglio ancora, questa attesa mancata paradossalmente si fa oggetto di quell’ad tèndere, in altre parole diventa oggetto di se stessa. È in questa tensione che convivono, allora, un tempo oggettivo e un tempo soggettivo ed è quest’ultimo – il nostro! – a diventare la chiave di percezione del primo.