Il Magnificat di Tolkien

Nessun classico del Novecento può vantare tanti appassionati lettori quanti Il Signore degli Anelli. Ma a cosa si deve il successo di questo corposo romanzo, che ci si ostina a confinare nel genere “fantasy”? Potrà sembrare un paradosso, eppure una delle ragioni principali è il suo realismo. Perché chi scrive racconti fantastici, metteva in guardia Flannery O’Connor, deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica – perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto più convincente dovrà essere l’ambientazione». E Tolkien è stato di una meticolosità imbattibile: ci fornisce il calendario di viaggio dei protagonisti, appendici storico-sociali, alberi genealogici, tavole linguistiche, regole per la pronuncia, note di costume, una mappa dettagliata… Il puntiglio del filologo applicato alla multiformità dell’immaginazione. Tolkien non ne ha mai fatto mistero. Scrivere romanzi non era uno sfogo individuale, ma la diretta conseguenza dei suoi studi, al punto che alla base del suo capolavoro «c’è l’invenzione dei linguaggi. Le “storie” furono create per fornire un mondo […] avrei preferito scrivere in elfico». Eppure tanta precisione non preclude il mistero. Al contrario. Gli basta la citazione improvvisa di un nome sconosciuto, fatta quasi en passant, per evocare nel lettore il senso d’infinite storie non raccontate ma presenti, che occhieggiano da dietro le quinte. Ecco un altro forte tratto di realismo: è quella “suggestione del non detto” – lo notò Erich Auerbach nel suo Mimesis – affluita nella letteratura occidentale attraverso la narrativa biblica.

Approfondimenti critici, e non solo, si trovano nel bel saggio L’anello e la croce. Significato teologico de Il Signore degli Anelli (Rubbettino, pp. 252, € 12) di Andrea Monda, lettura scorrevolissima quanto puntuale che, a dispetto del sottotitolo dichiaratamente “di parte”, rende un servizio critico – sia come introduzione all’opera di Tolkien, sia come valutazione complessiva del suo capolavoro – davvero notevole. Tra i pregi di questa ricerca, il principale è, a nostro avviso, quello di aver rimesso al centro dell’attenzione l’epistolario tolkienano, tradotto anche in italiano (La realtà in trasparenza, Rusconi 1990) eppure stranamente poco considerato dagli esperti, come constatato dalla stessa Priscilla Tolkien, terzogenita dell’autore.
Il punto di partenza è la lettera del 2 dicembre 1953 dove Tolkien scrive di essersi reso conto a posteriori, non in fase di stesura ma durante la correzione, che Il Signore degli Anelli è un’«opera fondamentalmente religiosa e cattolica». Come e dove si espliciti la cattolicità di questa saga è questione che ha già interessato anche alcuni studiosi italiani – da Guido Sommavilla a Guglielmo Spirito, da Franco Manni a Ferdinando Castelli, da Saverio Simonelli a Paolo Gulisano –, eppure Monda riesce a cogliere un accento particolarmente felice. E cioè quell’avverbio, «fondamentalmente». Perché la cattolicità dell’opera non è definita da elementi secondari o decorativi (Tolkien afferma anzi di aver espunto volontariamente qualsiasi accenno a culti e religioni), ma coincide con la novità principale de Il Signore degli Anelli: l’invenzione degli hobbit.

Che bisogno c’era di affiancare esseri leggendari di nobile tradizione, come nani ed elfi, con queste creature indolenti e provinciali, partorite dalla singolare fantasia di Tolkien in un caldo pomeriggio d’estate? Se al centro de Il Silmarillion c’erano i fascinosi e malinconici elfi, perché Tolkien si propose di differenziare Il Signore degli Anelli facendone un romanzo «hobbit-centrico»? E soprattutto: chi sono gli hobbit? Tolkien sgombra subito il campo da confusioni: niente a che vedere con gnomi o folletti, gli hobbit sono uomini come noi – la storia, infatti, «si svolge su questo pianeta in una certa epoca del Vecchio Continente» – privi di particolari poteri. Non solo non hanno nulla in più rispetto agli uomini, ma hanno addirittura qualcosa in meno. Non sono né creativi né geniali, anzi, il loro amore per la terra confina quasi con la chiusura mentale. E sono del tutto privi «di ambizione o di brama di ricchezza». Paiono quasi caricature della stirpe umana, che infatti li chiama spregevolmente “Mezzuomini”: non solo per la loro bassa statura fisica, dunque, ma anche per l’assenza di quella spinta interiore – l’ambizione, la brama – propria dell’uomo che vuole farsi grande da sé. Gli hobbit sono uomini “monchi” nel corpo e nello spirito. Sono gli ultimi, anche cronologicamente, perché comparsi sulla Terra di Mezzo dopo le altre razze. Vivono dentro buchi nella terra: sono letteralmente gli humiles, gli anawìm della Bibbia, i poveri che – proprio a causa della loro condizione di mancanza – sono “malleabili” e si lasciano guidare dalla Provvidenza e dalla Grazia. Per questo, se anche non corrispondono ai canoni dell’eroe, si avvicinano a quelli del santo. Poiché, come scriveva Jean Danielou, se l’eroismo dimostra quel che può fare l’uomo, la santità dimostra quel che può fare Dio. Il Signore degli Anelli è allora essenzialmente strutturato – parola di Tolkien! – come «uno studio della nobilitazione (o santificazione) degli umili». E infatti proprio gli hobbit verranno chiamati a salvare la Terra di Mezzo, mentre i sapienti (Saruman, Denethor), i forti (Boromir) e i potenti (Sauron) saranno abbattuti uno a uno dal loro stesso sguardo autoreferenziale, ovvero dalla cecità che affligge quanti sono dispersi «nei pensieri del loro cuore» (Lc 1,51).

Questo intreccio fondante con il Magnificat è solo un assaggio delle ricchissime considerazioni che Monda supporta sempre con prove testuali (il romanzo) e testimonianze della intentio auctoris (l’epistolario). Ma c’è un altro filone da considerare. Tolti gli hobbit, non vi sono molti altri elementi altrettanto originali. Il filologo Tolkien attinge a piene mani dagli stilemi delle saghe nordiche, ma se da un lato sa riprodurli minutamente – come avviene ne Il Silmarillion –, d’altro canto sa innervarvi modulazioni significative, quando non addirittura veri e propri capovolgimenti. Diversi elementi fanno anzi pensare che Il Signore degli Anelli sia una “critica narrativa” all’epica pagana, cui viene contrapposta un’epica cattolica di matrice evangelica. Appare ad esempio il modello della quest, ma a rovescia (si confronti il finale de Il Signore degli Anelli con quello della Tetralogia wagneriana). Appare il modello tragico del re che di propria volontà corre incontro a un Destino all’apparenza ineluttabile (Denethor come Macbeth), ma alla sua figura, valutata negativamente, è contrapposta la non voluta eppure obbediente salita di Frodo su un Monte Fato assai simile al Calvario. Appare il culto del passato e delle tradizioni – specie nella figura degli elfi, definiti «imbalsamatori» –, ma per essere criticato e aperto alla necessità del nuovo (l’avvento della Quarta Era come tempo degli uomini e degli hobbit). E lo schema della battaglia manichea tra Bene/Male viene disinnescato fin dal titolo, cupo riferimento allo strapotere apparentemente omnipervasivo di Sauron che non sarà sconfitto da eserciti di valorosi, ma dalla umilissima – e umanissima – via crucis che si consuma proprio nel cuore del suo regno.

da L’Osservatore Romano, 18/12/2008