[Report] Officina di dicembre 2025

Nell’ultima Officina del 2025 abbiamo parlato del Futuro.

Cristiano

Cristiano ha notato come generalmente ci rivolgiamo al futuro proiettando quello che sappiamo del presente e come queste previsioni poi si rivelino del tutto insufficienti a prevedere fenomeni o eventi che non immaginiamo o che non riteniamo effettivamente probabili.

Partendo dall’editoriale, ha poi parlato del ruolo degli oracoli nella cultura greca e in particolare nell’Edipo Re.

Il concetto di futuro richiama immediatamente la fantascienza: è stato proiettato qualche esempio di come la fantascienza abbia anticipato innovazioni tecnologiche che sono state effettivamente realizzate decenni dopo (la videochiamata di 2001 Odissea nello spazio e, sempre da 2001, il tablet che i protagonisti guardano mentre pranzano) mentre altre invenzioni rimangono totalmente irraggiungibili. Il vero potenziale della fantascienza si rivela, però, quando racconta non il futuro ma il presente. Vengono proiettate due scene dall’episodio “Sia questa l’ultima battaglia” (S03E15) della serie originale di Star Trek in cui due esseri per metà bianchi e per metà neri si fronteggiano (uno nel ruolo di oppressore-inseguitore, l’altro di oppresso-fuggiasco). Solo alla fine dell’episodio, l’inseguitore spiega che l’altro appartiene a una razza inferiore (mentre fino a quel momento i due erano sembrati identici) perché è bianco sul lato destro mentre lui è bianco sul lato sinistro. Questa rivelazione fa immediatamente capire allo spettatore che la storia cui ha assistito è una metafora dei conflitti razziali che ha così avuto la possibilità di esperire senza il sostegno o l’impaccio del pregiudizio.

Dopo una brevissima divagazione sul tempo da un punto di vista psicopatologico, viene proiettata una lezione di Ian McKellen sull’ultimo monologo di Macbeth (“Tomorrow and tomorrow and tomorrow”), un uomo il cui futuro si sta dissolvendo per propria mano e che vede avvicinarsi la fine.

Greta

Per parlare di futuro, dobbiamo parlare anche di passato. Una canzone che si muove tra queste due dimensioni temporali è E io ci sto, di Rino Gaetano:

Mi alzo al mattino con una nuova illusione
Prendo il 109 per la rivoluzione 
E sono soddisfatto un poco saggio un poco matto 
Penso che fra vent’anni finiranno i miei affanni

Ma ci ripenso però mi guardo intorno per un po’ 
E mi accorgo che son solo 
In fondo è bella però è la mia età e io ci sto 

Si dice che in America tutto è ricco, tutto è nuovo 
Puoi salire in teleferica 
Su i grattacieli e farti un uomo
Io cerco il rock’n’roll al bar e nei metrò 
Cerco una bandiera diversa senza sangue sempre tersa 
Ma ci ripenso però, mi guardo intorno per un po’ 
E mi accorgo che son solo 
In fondo è bello però, è il mio paese e io ci sto

Mi dicono alla radio, statti calmo, statti buono 
Non esser scalmanato, stai tranquillo e fatti uomo 
Ma io con la mia guerra voglio andare sempre avanti
E costi quel che costi, la vincerò non ci son santi 

E anche se invece però mi guardo intorno per un po’ 
E mi accorgo che son solo 
Ma in fondo è bella però è la mia guerra e io ci sto

Cerco una donna che sia la meglio 
Che mi sorrida al mio risveglio 
E che sia bella come il sole d’agosto 
Intelligente si sa 
Ma in fondo è bella però
La mia donna e io ci sto

Il cantautore si muove tra un futuro idealistico e un presente che infrange le sue idee di un mondo perfetto. Sembra una storia che parla di disillusione, ma con un’altra interpretazione possiamo leggerci la necessità di vivere il presente, di “starci” rinunciando a una perfezione che esiste solo nella teoria.

Immaginare il futuro è però inevitabile per l’essere umano. Nel saggio La scoperta del futuro, l’autore inglese  Herbert George Wells descrive due possibili modi di pensare al futuro:

[Confrontiamo] due tipi divergenti di mente, i quali sono distinti principalmente dall’attitudine nei confronti del tempo e, più nello specifico, dall’importanza che attribuiscono al futuro e dalla relativa quantità di riflessione che gli dedicano. Il primo di questi due tipi di mente […] è quello che a malapena si sofferma sul futuro e lo considera una sorta di vuota non esistenza, sopra la quale il presente che avanza scriverà immediatamente gli avvenimenti. Il secondo tipo, che ritengo essere più moderno e meno diffuso, pensa costantemente e preferibilmente alle cose che verranno, e quando pensa alle cose presenti lo fa soprattutto in relazione ai risultati che da esse possono emergere. […] Le cose sono state [dicono i primi] ed è per questo che siamo qui. [I secondi dicono] invece che noi siamo qui perché le cose devono ancora avvenire.

Per Wells, la maggior parte delle persone sono radicate nel passato e nella quotidianità danno poco spazio al futuro, anche se è verso di esso che tendiamo. Cosa ci inibisce dal pensare a esso? Forse il fatto che è incerto e imprevedibile? O perché in verità è estremamente certo, visto che tutti sappiamo che tutti siamo accumunati da un unico destino, cioè la morte?

Tra i racconti de L’Aleph, Jorge Luis Borges immagina un uomo che abbia trovato il modo di essere immortale:

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. […] Ammaestrata da un esercizio di secoli, la repubblica degl’Immortali aveva raggiunto la perfezione della tolleranza e quasi del disdegno. Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d’ogni bontà, ma anche d’ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro. […] So che alcuni operavano il male affinché nei secoli futuri ne derivasse il bene, o ne fosse derivato in quelli passati… Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma sono anche indifferenti. Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono.

L’immortalità finisce per essere gravosa, perché chi ne soffre si trova fuori dal tempo e finisce per non avere più niente: né passato né futuro. Né, tantomeno, presente.

Il concetto del mondo come sistema di precise compensazioni influì largamente sugl’Immortali. Prima di tutto, li rese invulnerabili alla pietà. […] Tutti gl’Immortali erano capaci di quiete perfetta; ne ricordo uno che non ho mai visto in piedi: un uccello gli faceva il nido in petto.
Tra i corollari della dottrina ve n’è uno di poca importanza teorica, ma che c’indusse, alla fine o all’inizio del secolo X, a disperderci per la faccia della terra. È contenuto in queste parole: Esiste un fiume le cui acque danno l’immortalità; in qualche regione vi sarà un altro fiume, le cui acque la tolgono. Il numero dei fiumi non è infinito; un viaggiatore immortale che percorra il mondo finirà, un giorno, con l’aver bevuto da tutti. Ci proponemmo di scoprire quel fiume.
La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario.

Che la morte renda la vita preziosa non è cosa nuova. Ce lo ha voluto ricordare anche Masaccio nel 1428, con il suo “memento mori” posto nell’affresco della Trinità:

«Io fu’ già quel che voi siete, e quel ch’i’son voi anco sarete»

Di cosa sia la morte (il nostro futuro) e però anche la vita (il nostro passato) ci parla anche Christian Watson nel libro illustrato The Unexpected Life of Mr Skelly

Chi sono? Sono te? / Un pochino di ossa / e anche qualche paura…
Ma verrà un giorno / In cui chi io sono, sarà chi sei tu / E avere qualche volta paura / Sembrerà davvero molto lontano.
Ho giocato e finto / Che la mia giovinezza fosse andata via troppo presto / Ricordo i piccoli momenti / Come miele leccato da un cucchiaio
Ma non sono triste qui / Questo luogo è tutto intorno / Nei fuoco dell’immaginazione / Posso sempre essere trovato.
E io ti amerò per sempre / Perché per sempre tu sarai / Un pochino di ossa / E un pochino di me
Assicurati di fare click e clack / Di dare il meglio che puoi / La vita non è uno sfarfallio che svanisce / È un fuoco che si accende

Mariavittoria

Nel quadro di Magritte La Chiaroveggenza (1936), l’occhio dell’artista è diretto verso un uovo mentre la sua mano sta disegnando ben altro. Quello sulla tela è infatti il futuro dell’uovo che, a meno della tipologia e delle varianti degli uccelli, possiamo conoscere molto bene. L’alone di mistero che circonda la parola “futuro” non è dunque sempre veritiera. In questo tempo abitano sì l’incertezza e gli imprevisti, ma anche le conseguenze, le possibilità, i programmi, le promesse e se dovessimo utilizzare un po’ di matematica potremmo misurare il futuro con la probabilità (casi favorevoli : casi possibili).

Nella canzone dei Baustelle del 2013, si esalta l’inevitabile nello scorrere del tempo: la crescita. Ci sarà un nuovo modo di pensare, di affrontare delle ferite, di stare con i propri amici, anche una semplice serata come i vecchi tempi porterà con sé nuove consapevolezze: quello che siamo stati, non saremo più. È un passo in più verso la vita adulta, lasciando a volte andare la vita che pensiamo di volere – la vita ipotetica – e abbracciando quella che invece ci aspetta – la vita possibile -.

Questo finale di Sapore di mare (regia di Carlo Vanzina, 1983) mischia un po’ tutte le carte in tavola del film, nonché del futuro che avevamo immaginato per i personaggi: le coppie non sono le stesse di quell’estate, pensiamo che alcune cose siano rimaste uguali per scoprire poi che non è così. Forse l’amore di Luca per Marina sarà rimasto nonostante tutto? E che posto ha, l’amore, nel futuro?

E proprio di amore è la base della canzone della canzone di Franco126. Il titolo della canzone, che lascerebbe presagire un po’ di speranza, parla di tutte le possibilità a cui una coppia va incontro nel futuro e tra queste c’è ovviamente anche la scelta di non proseguire una vita insieme.

[…] Ci meritavamo un gran finale
Sul più bello ha preso a grandinare
Ma tra tutti i futuri possibili
Il destino ha scelto quello in cui dividerci
Ed eravamo impossibili
E non riuscivamo a deciderci
E anche se ho chiuso, ho imparato a conviverci
Sento arrivare comunque gli spifferi
Da finestre invisibili
Da tutti i futuri possibili con te
Resto ad aspettare mentre i giorni si ripetono
Guardo le certezze di una vita che si crepano
Io rimango sulle mie, dicono dovrà passare
Sono solo dicerie, brucia addosso più del sale
Il ricordo non mi lascia andare
E mi segue sempre come un cane […]
C’è un futuro in cui ti svegli sempre prima di me
Esci in fretta e non fai in tempo neanche a bere il caffè
Un altro in cui sei sempre via
E casa tua è anche casa mia
Uno in cui abbiamo un mutuo, un figlio e un cane
E una pila di bollette da pagare
In cui non ti ho mai detto una bugia
E non si è mai spenta la magia
Certi ricordi rimangono nitidi
Ma troppo spesso non sono attendibili
Lasciano segni invisibili
In tutti i futuri possibili.

Qui la scelta è stata rimandata al destino perché – come citato in qualche riga dopo – non si riesce a prendere una decisione. Dopotutto, quanto è difficile nel presente, declinare il verbo amare al futuro e quanto amaro è, nel presente, declinarlo al passato?

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.

Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Il futuro di Julio Cortázar è pieno di tristezza e nostalgia. Il tempo di un amore finito che non continuerà la sua strada lasciando così un vuoto, un gesto sospeso, un ricordo a mezz’aria. C’è nelle parole anche una piena consapevolezza della perdita che dà alle parole un gusto ancora più amaro.

Alla fine, però, di questo futuro di cui tanto parliamo, cosa rimane? Ce lo dice bene Wislawa Zymborska nelle sue Tre parole più strane:

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba già va nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

Valerio

Con il secondo libro della saga La fenice, Il libro del futuro, il mangaka Osamu Tezuka inganna il lettore sin dal titolo; quella che sembra una storia fantascientifica ambientata in un mondo futuribile si rivela essere, in realtà, un racconto precedente alla genesi della vita per come la conosciamo e che, anzi, si conclude con la comparsa dell’homo sapiens. Tezuka ci ricorda in questo modo che ogni futuro è destinato a diventare passato, così come ogni passato è stato un futuro: tutto dipende dal punto di riferimento scelto. Eppure, questa affermazione trova il proprio limite nei due estremi invalicabili dell’inizio e della fine. In tal senso, lo slogan “no future” simboleggia, nella sua visione più estrema, il timore di un mondo giunto al termine, nel quale si possa raggiungere un futuro ultimo, oltre il quale ci sia il nulla. Un po’ come il personaggio interpretato da Orson Welles ne L’infernale Quinlan, che, chiedendo alla cartomante Marlene Dietrich di leggerli il futuro, si sente rispondere che non ne ha più: “Il tuo futuro lo hai consumato”.

E su un futuro ignoto sospeso tra la speranza della vita e l’ipotesi della morte si interroga nelle ultime pagine de I canti del caos, di Moresco, un increato:

Che cos’è questo movimento che spinge nel primadopo la mia testa seminale espansa, il bregma, la fronte? Dove la sta spingendo? Chi sta bussando in piena notte alla porta del mio castello? Che fetore! Che orrore! Sto morendo o sto nascendo? Sto facendo il balzo quantico dall’eternità al tempo oppure quello dal tempo all’eternità? Chi mi sta inconcependo, increando? Cosa sono queste contrazioni spaventose che vogliono scagliarmi dentrofuori nell’increato mentre sono ancora increato? Chi sta sfondando in piena notte la porta del mio castello per scaraventarmi nella catastrofe della vitamorte? Dove sono? Chi sono? Sto morendo o sto nascendo?

Qualunque cosa sonosarò, mi giro su un fianco, mi girerò. Muovo le mani nel buio nero che muoverò, mi tasto per l’ultima prima volta la superficie del volto, gli occhi chiusi, la fronte, il naso, le orecchie, la bocca, per sapere finalmente chi sonosarò, se sarò. Sento, sotto i cerchi dei miei polpastrelli increati che palpano i contorni delle mie labbra increate, che la mia bocca si sta allargando sempre di più.

«Il mio tempo è finito. È cominciato il mio» penso penserò un istante prima che penserà, nella luce nera che sarà, nell’increato che sarà, nel mio cervello seminale increato che sarà, un istante prima che sarà, che sorriderà, che sorriderà, che nell’increato sorriderà.

Come nel celebre finale di 2001: Odissea nello spazio, dove il protagonista si ritrova, dopo il passaggio attraverso il buco nero, a vedere contemporaneamente tutte le fasi della propria esistenza, tornando infine a essere feto, dunque vita, dunque mondo.

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