Perdere e prendere tempo

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni, gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?

Un esame non passato, una lunga storia finita male, un’amicizia decennale andata a rotoli, un libro brutto, una mostra orrenda, un progetto non approvato, un appuntamento finito in modo diverso da come ce lo aspettavamo. Situazioni differenti che spesso finiscono con tre semplici parole: “Ho perso tempo!”.

In “Lettera” di Guccini, sopracitata, l’autore sembra sedersi su una panchina in un giardino, probabilmente un parco pubblico, e fare un po’ il punto della situazione della vita fino a chiedersi “Ma tutto il tempo che io ho perso, chi me lo dà indietro?“. 

Il tempo perso continua a riempire i nostri malumori, i nostri dissidi interiori, le nostre ansie, soprattutto quando pensavamo di riempirlo con dei sentimenti sinceri e con l’impegno o il duro lavoro. Un finale disatteso svuota il tempo che abbiamo passato ad alimentarlo. 

Larissa Sansour in “Monument for Lost Time” dipinge un’enorme sfera con una particolare tonalità di nero – Black 4.0 –  in grado di assorbire totalmente la luce e non rifletterla. In questo modo la sfera, che si trova all’interno di una stanza in cui la luce entra solo da una porta, risulta essere virtualmente assente ma fisicamente presente, proprio come gli effetti che il tempo perso ha su di noi.

Se “l’aver perso tempo” ha spesso a che fare con l’aspettativa e con il liberare il tempo, “perdere tempo” al contrario stucca le ore, i minuti, i secondi. Perdere tempo colma fino all’orlo un’attesa snervante, una scelta che non vogliamo affrontare, allontana una boa che non vogliamo superare. 

In bilico su questo binomio si trova Mariano De Santis, Presidente Della Repubblica nel suo semestre bianco, protagonista de “La Grazia” di Sorrentino. La figlia Dorotea, giurista e tra le fautrici della legge sull’eutanasia, lo accusa proprio di questo: perdere tempo. Infatti De Santis continua, dall’inizio alla fine del film, a rimandare la firma della legge perché deve confrontarsi, chiedere delle modifiche, ripiega su altri impegni. Dorotea lo affronta e ormai rassegnata gli dice – o semplicemente gli comunica – che il coraggio di prendere quella decisione lui non ce l’ha, che sta solo aspettando che arrivi il suo successore. Il perdere tempo declamato della figlia è il doveroso prendere tempo del padre. 

Temporeggiare è il rovescio (o il dritto?) della tela del perdere tempo: è l’illusione di estenderlo e di ritardarlo. 

Allo stesso modo in “Norwegian blues” di Henriksen, l’ottuagenario Timoteus Thorsen tergiversa nella speranza che perdendo tempo il produttore discografico Jim Gystad smetta di proporgli di incidere un nuovo disco insieme alle sue due sorelle. Suonare e cantare, tornare alla musica, vorrebbe dire riaprire una cicatrice, ricordare momenti dolorosi e tristi, e Timoteus non ha nessuna intenzione di lasciarglielo fare.

Ognuno di noi, quindi, scende a patti con le proprio crepe, le proprie fragilità e i propri desideri. Spesso, però, riusciamo a vedere le cose solo da un parte.

Il tempo è un fiume che mi trascina,
ma sono io quel fiume;
è un tigre che mi divora,
ma sono io quella tigre;
è un fuoco che mi consuma,
ma sono io quel fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.

Borges in questa poesia parla della duplicità delle situazioni in cui ci troviamo, dell’altra faccia della medaglia che spesso escludiamo o che non vogliamo vedere perché scomoda, faticosa, rischiosa, fatale. Le sue parole ci richiamano ad un ruolo attivo, ci ricordano che se ribaltiamo le ipotesi, abbiamo il potere e il controllo su di noi. Solo allora ci renderemo conto di non essere in balia della vita ma di tenerne ben saldo il timone.

Il rischio, altrimenti, è quello di diventare come Ernst Kazirra in “I giorni perduti” di Buzzati, che dopo aver scoperto un uomo che stava gettando una scatola contenente “i giorni che aveva perso” chiede: 

«Signore!» gridò Kazirra. «Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.» Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

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