Canzoni e fede cristiana: la meglio musica del 2011

Come ogni fine anno, arriva il listone delle dieci canzoni cosiddette “ispirate” dalla fede cristiana. I brani scelti e prodotti nel 2011 sono meno centrati sulla figura di Cristo: nella classifica il Signore viene pronunciato una sola volta. Ora si percepisce la paura di non vivere dignitosamene, causa la recessione economica. Si cerca una protezione, un rifugio sicuro. Involontariamente tutte le canzoni diventano speranzose, inni alla perseveranza, come l’intero disco “Mylo Xyloto” dei Coldplay. In Italia invece i testi riferiti alla religione sono insolenti, vedi e ascolta gli Zen Circus e Caparezza, esclusi per un fallo a gamba tesa sulla religione cattolica, da cartellino rosso. (“Nati per subire” degli Zen Circus rimane tra i migliori album italiani del 2011).

Nella classifica manca Sogno no. 1 di Fabrizio De Andrè, progetto di Geoff Westley, già produttore in Italia di Lucio Battisti. Con la London Symphony Orchestra ha arrangiato in chiave sinfonica alcuni tra i brani più celebri di De André, inclusi quelli cristiani. Fabrizio De André non può essere classificabile né racchiuso in una Top Ten: è semplicemente altro a tutto il resto.

Allora… Partiamo dal gradino più basso della classifica.

10. Mercy Street – Peter Gabriel

“New Blood” è il nuovo, si fa per dire, album di Peter Gabriel. Raccolta di brani più o meno celebri editati come esecuzioni classiche (così per André). Nessuna novità se non fosse per il secondo disco strumentale dell’album, delizioso, la visione in 3D con o senza occhiali del concerto londinese “New Blood” per iPhone e l’inedita versione di “Mercy Street”. Una canzone ispirata dagli scritti della poetessa Anne Sexton che racconta il rapporto tra padre e figlio, della pietà che si compie in un confessionale. La poetessa scriveva riguardo la fede: “My faith is a great weight hung on a small wire…” (La mia fede è un peso enorme appeso a un filo sottile).

9. Save Me – Ryan Adams

Il ritorno di Ryan Adams ci regala una canzone “Save Me” e un disco “Ashes & Fire” degni della sua fama. Il brano è una richiesta dolente di aiuto nel momento del bisogno. Chiede sostegno a qualcuno, senza specificare chi potrà mai salvarlo dal pericolo. Dio, una donna, un amico? Mi piace far risuonare questo grido disperato nel Natale, pensando alla venuta del Bambino Redentore. Lui sì che lo aiuterebbe.

8. Don’t Let It Break Your Heart – Coldplay

Probabilmente l’album peggiore dei Coldplay, di un pop imbarazzante. Hanno il vizio di scopiazzare e sembrano contenti del processo di identificazione con gli U2, portato a termine dal produttore Brian Eno. Da considerare invece la profondità dei testi, mai banali, anche quando cantano con Rihanna. Citata pure in Paradise con il ritornello “Para-para-paradise” di Umbrella e imbarazzante memoria: “Ella Ella ay ay ay”. Il verso iniziale del brano è un inno partigiano alla fortezza: E se io perdessi la direzione, se la perdessi completamente, o cadessi nella trappola. Allora lei urlerebbe: “Quando sei stanco di correre la gara e capisci di non essere mai partito, coraggio caro, non lasciare che ti spezzi il cuore”.

7. When The Thames Froze – Smith & Burrows

Un duo inedito. Tom Smith, front man degli Editors, e Andy Burrows, ex batterista dei Razorlight, insieme in un disco che mescola classici natalizi a brani inediti e per nulla consolatori. L’incertezza per il futuro regala un tocco di originalità all’album “Funny Looking Angels”, quasi un manifesto dei giovani londinesi, sempre più lontani dagli effetti spirituali del Natale perché svuotato di senso cristiano. Colpisce il ritornello di “When The Thames Froze”, una dichiarazione congiunta tra artisti e giovani per affermare – sulle rive del Tamigi – la mancanza di speranza durante una festa dove tutti devono per forza essere felici.

6. Se Non Oggi – Ivano Fossati

Se non oggi decidi tu quando. Solo un’altra notte. Sarai di nuovo mia come una bestemmia nascosta in fondo a un messale. Un uomo è feroce se vuole quello che non è suo. Mi viene in mente il nono comandamento, “Non desiderare la donna d’altri”. Infatti il brano di Fossati, ormai scioltosi come i R.E.M. ritirandosi definitivamente dal palcoscenico, parla della storia clandestina tra due amanti che vivono un momento di passione lontano da occhi indiscreti, tranne dallo sguardo di Dio che tutto vede: “Solo Gesù saprà quello che abbiamo fatto e come un respiro tranquillo la vita continuerà”. E’ il canto del peccato commesso in piena consapevolezza e deliberato consenso. Un amore così forte da fregarsene delle conseguenze morali del gesto, tanto la vita continuerà come sempre. Per nulla banale.

5. I Knew It Was Over – Cat’s Eyes

Ho lo strano autografo di Faris Badwan “Rotter” degli Horrors che campeggia sulla mia scrivania. L’ho conosciuto di persona a Roma il 23 novembre scorso, alla fine del concerto della band punk più in forma della Gran Bretagna. Seduto e poggiato sulla porta d’ingresso del back stage, mi passa davanti. Smarrito e disturbato da un mio flash, tira fuori un urticante e baritonale “Sorry, I don’t like the picture…”. Mancava poco che lo mandassi a quel paese. Faris poi sale sul bus, prende un pennarello rosso, torna dai fans e comincia a disegnare geroglifici sui nostri fogli (per la cronaca, eravamo in cinque – Marco Carta fa più spettatori). Gli Horrors hanno progetti paralleli, i preannunciati “Bang Bang Bang” nati per suonare a capodanno per poi sciogliersi l’anno seguente, con il bassista Joe Spurgeon – appassionato di musica italiana anni ’50 – e il tastierista Spider Webb (entrambi simpaticissimi e disponibili a intrattenersi e a dialogare). Faris, più impegnato con Rachel Zaffira nel progetto “Cat’s Eyes”, è riuscito a infilarsi in Vaticano, nella Basilica di San Pietro, per cantare “I Knew It Was Over”. Non un brano spirituale, ma l’allucinato Faris appare nel video ben immerso nella santità del luogo a cantare la sacralità di un’amore comunque finito. Mica roba da poco. (Un post a riguardo).

4. The Afterlife – Paul Simon

Basterebbero poche parole del testo di “The Afterlife” per collocare il brano al primo posto della classifica: “Dopo la salita, su per la scala del tempo, il Signore Dio è vicino. Faccia a faccia, nella vastità dello spazio, le tue parole scompaiono. E hai voglia di nuotare in un oceano d’amore e la corrente è forte. Ma tutto ciò che rimane quando si tenta di spiegarlo è un frammento di canzone”. Peccato che dichiari di non essere credente, o meglio, di non appartenere a nessuna chiesa confessionale. Il limite di molti artisti. Comunque una grande, superba esecuzione di Paul Simon.

3. La Madonna delle Conchiglie – Vinicio Capossela

Chapeau a Vinicio e al suo disco “Marinai, Profeti e Balene” dove mischia vari generi letterari, quello biblico incluso. Già cantava la sua passione per il libro del Qoelet nell’album “Ovunque Proteggi” del 2006, un disco fondamentale se si vuol comprendere il legame tra musica contemporanea e Sacra Scrittura. La sua è un’intelligenza illuminata, dotta e assai rara nel mondo musicale. Capossela descrive il mare come nell’Antico Testamento, un abisso di oscurità e di morte da dove emerge improvvisamente la Madonna. Canta con triste dolcezza la tragedia dei migranti clandestini, riproponendo l’urgenza della solidarietà a un popolo tradizionalmente cristiano e cattolico, ma che manifesta una fede sterile, sbagliata, perché priva di carità: La Madonna delle Conchiglie ha lo sguardo dolce e un poco lontano di chi per tanto ha navigato invano. Ha lo sguardo dolce e un poco assente di chi ti capisce, e non può farci niente. Ma dalla fede della sua gente lei non sa come riparare. La guarniscono e danno ai flutti, le sparano il fuoco e la invocano tutti.

2. Bruno Mio Dove Sei – Brunori Sas

Domenica di Pasqua. Squilla il cellulare e vedo il numero identificativo del chiamante: “Dario Brunori”. Rispondo meravigliato. Dall’altra parte lui che mi chiede se voglio far parte della copertina del suo nuovo disco “Poveri Cristi”. Al mosaico di personaggi presenti nella cover gli manca un prete, uno vero. La risposta è ovviamente “No”, consapevole che mai più capiterà di far parte di una copertina di un album. Così è Dario, imprevedibile e geniale. La scorsa estate, finalmente conosciuto di persona al termine di un suo concerto, gli domandai come mai non avesse eseguito “Bruno mio dove sei”, tra le canzoni più intense scritte dal giovane cantautore di Guardia Piemontese (Cosenza). Rispose che non era l’ambiente adatto per farlo. Giusto. Il brano è un capolavoro di poesia e non bisogna darlo in pasto a chiunque, specie a un pubblico scanzonato. Rappresenta il dialogo silente tra la sua mamma e il papà defunto. Tratteggia la fede di una donna addolorata che si aggrappa alla preghiera del rosario per continuare a vivere e a sorridere nonostante l’assenza dell’amato.

1. La Salita – Bugo

Bugo è uno dei pochi artisti in Italia che ha il coraggio di mostrare e di cantare la sua fede in Cristo senza ipocrisie. Il suo percorso spirituale parte da “Vorrei avere un Dio”, passando per “Alleluia” e arrivando all’ultimo album di recente pubblicazione “Nuovi Rimedi Per La Miopia”. Nel cd due perle che riguardano la ricerca di senso, “Lamentazione n. 322” e “La salita”, oltre al primo singolo “Ora i miei occhi vedono”. “Lamentazione n. 322” è un appello accorato a Dio nella notte oscura dell’anima, “La salita” è la metafora della vita che trascorre tra lacrime e sudore, un calvario con una croce pesante da portare sulle spalle. Bugo rivela che nella salita si nasconde la salvezza da cercare sempre e comunque: Cammino piegato in avanti, faccio la salita. Ho visto il fiume che invadeva la città. La gente che scendeva a valle, per curiosità. Ho sognato il fiume ingrossarsi, la gente salire la collina, per salvarsi.

Il valore fecondo del dolore, del sacrificio.

E’ il brano dell’anno.