The immensity of it
https://www.youtube.com/watch?v=lB-CvM2U6KY
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«Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia» (1): è la preghiera dello scrittore Jack Kerouac ventiseienne. Riecheggiano le parole del Salmo: «Non nascondermi il tuo volto…», che ritorneranno ancora, in interviste e saggi. Così dieci anni dopo: «Cosa sta cercando? mi chiedevano. Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto» (2).
«Salmi» è il titolo di una sezione dei diari di Jean-Louis Lebris de Kerouac (1922-69), conosciuto come Jack Kerouac, una delle icone di culto della letteratura (3). Egli tenne nota delle sue vicende e dei suoi pensieri sin dal 1936, quando era ancora adolescente [Continua »]
SULLA STRADA DI JACK KEROUACK
Nel cinquantenario della pubblicazione di On the Road, la Casa delle Letterature del Comune di Roma e BombaCarta presentano una giornata dedicata a Jack Kerouac.
Sono previsti: convegno, laboratorio di scrittura creativa, reading letterario e proiezioni video.
Vi aspettiamo martedì 18 dicembre 2007, dalle ore 10.00 alle ore 21.00, presso la Casa delle Letterature in Piazza dell’Orologio 3, Roma. [Continua »]
In itinere de via nemo declinare potest. Via non amoena regio sed iter est, quod linea quae assurgit et aliquo ducit. Haud dubie regio falsa esse potest. Enim si Rhegium adire volo et contra Mediolanum peto, tota via erro. Sed me non perdo , ut mihi in regione sine vestigiis fieri posset. Simpliciter…erro. In errorem cado. Via ad perditionem ducere potest, sed donec in medio sumus procedimus, contendimus. Errare sed non in perniciem incurrere possumus. Summum nos distrahere, id est e fascia exire possumus, ad confinia allidere, precipue contra finem quem nunc guard rail appellamus. Limitem tangere vulnerarium quod iter abrumpit est. Viae limes non in longitudinem sed in latitudinem est. Limen non ante nos in caelo ubi oculi non perveniunt est. Iuxta nos esse, nos comitari, interdum nos quoque servare dicere possemus. Limes re vera in ipsa viae natura est. [Continua »]
Quando alcuni anni fa lessi lo splendido La masseria delle allodole di Antonia Arslan, la storia della famiglia di suo nonno Yervant nei giorni in cui il governo turco attuò lo sterminio di oltre un milione di armeni nel 1915 , rimasi colpito soprattutto dalla descrizione della viva semplicità, bellezza e armonia della quotidianità vissuta dagli uomini e dalle donne vittime del genocidio. Il maggior pregio del romanzo dell’Arslan mi era sembrato non solo il contributo alla memoria di un fatto storico che viene tuttora ostinatamente negato dalle autorità turche, ma la possibilità di gustare la mitezza e la vitalità, la fiducia nella vita e la dignità, l’orgoglio e la creatività del popolo armeno. Un libro che denuncia uno dei più grandi crimini contro l’umanità del Novecento senza però lasciarci nello sconforto perché nelle vittime, soprattutto le donne, l’attaccamento alla vita e l’amore per la propria famiglia e per i propri amici sono radicati nel profondo, in una dimensione che pare inattaccabile, anche quando il corpo viene violentato, sgozzato, affamato fino alla morte. Oggi mi sono stupito nel ritrovare questa stessa dimensione di calda e autentica umanità in Heramusch mia nonna di Fethiye Çetin, un’altra storia scaturita dall’inferno patito dalle donne e dai bambini armeni deportati (dopo l’uccisione a sangue freddo di tutti gli uomini) nella cosidetta “marcia della morte” fino ad Aleppo. [Continua »]
Margherita Faustini

Poesie. Opera Omnia (Elena Bono)
Conoscevo già tutte le poesie di Elena Bono, per lunga ed antica consuetudine di lettura, ma poter seguire, grazie alla recente pubblicazione di POESIE Opera omnia (Le Mani, Recco – Genova, 2007), le varie sillogi consecutivamente, mi ha permesso di apprezzare, con maggiore senso critico, la loro levatura sia tematica che stilistica. Permeate da intensa spiritualità, le liriche della Bono si collocano tra terra e cielo; condotta in questa dimensione, ho potuto assumere in toto la visione esistenziale dell’autrice. Pur accogliendo, partecipe, le sofferenze del mondo, mai lei dimentica il calvario di Cristo che, ubbidiente al volere del Padre, è giunto all’estremo sacrificio della Croce per donarsi a tutti gli uomini della terra.
Vorrei aggiungere altre considerazioni, ma oggi, giorno in cui il volume Poesie Opera omnia (Le Mani, Genova-Recco, 2007) viene presentato a Chiavari, da Elio Gioanola, preferisco rivolgere alla poetessa delle domande, alcune delle quali costituite da suoi stessi versi.
La sconfitta di Cristo davanti agli accusatori racchiude in sé l’indelebile segno del Suo trionfo? Trionfo che ha cambiato il volto della Storia?
Il trionfo di Gesù consiste nella perfetta accettazione della Croce e nella totale obbedienza al Padre. Davanti a Erode e Pilato, usando la Sua infinita potenza, poteva incenerire con un solo pensiero i suoi accusatori e non lo fece. Ma fino dall’orto degli ulivi, sudando sangue, accettò la volontà del Padre: Sia fatta non la mia ma la Tua volontà.
Luca Cerchiari, musicologo e direttore per L’Epos di Palermo della collana “I suoni del mondo” (musica afro-americana, etnica, popular), ha da poco pubblicato “Intorno al jazz. Musiche transatlantiche: Africa, Europa, America” (Bompiani), un bellissimo libro che contribuisce a ricostruire la carta genealogica del jazz. Perché, come scrive Cerchiari, “il jazz è la punta: celebre, densa, terminologicamente irrinunciabile. Ma l’iceberg è la civiltà musicale afro-americana. Un’area vastissima sia in termini temporali sia in termini geospaziali, compresa com’è stata tra il Golfo di Guinea e il Mediterraneo, l’Europa atlantica e i Carabi, il Nord e il Sudamerica.” L’Africa e la semanticità della musica strumentale, il canto religioso bianco e nero, l’incontro-scontro tra la cultura scritta europea e l’oralità africana, la stagione del risveglio confessionale e il retaggio delle religioni naturaliste e spiritiste africane. E ancora il carnevale e l’aspetto processionale della festa, New Orleans, la marcia e le bande militare, la forma-canzone a stelle e strisce, ma anche il corpo della tradizione classica europea: tutto questo è confluito nel jazz. Luca Cerchiari ha risposto ad alcune domande.
Oggi è quasi un luogo comune: viviamo in un’epoca video-centrica. Eppure nella cultura americana ha avuto una particolare ruolo la “voce”: la voce musicale prima di tutto, ma anche la voce dei dialetti, del gergo, la voce della strada, delle macchine, delle automobili, delle fabbriche, della metropoli. La stessa letteratura americana è ossessionata dal fantasma dell’oralità. Si può allora invertire questa gerarchia tra immagine e suono?
Sinceramente io non credo che solo questa sia un’epoca video-centrica. Certo, siamo molto centrati sulla tele-visione e sulla visione-informatica. Ma l’Italia è da secoli pervasa di una cultura perlopiù visiva. Forse in ragione della bellezza e varietà del paesaggio, del territorio e dell’ambiente in senso generale e relativo ai beni culturali. Non a caso le discipline musicali, nell’Università, ove insegno, sono in minoranza quantitativa – quanto a docenti – rispetto a quelle della tradizione visiva. E lo stesso vale nella scuola media e superiore, dove l’educazione al suono e alla musica è ancora in parte un miraggio. Certo, nella cultura statunitense, orale o meno, l’idea della voce è pervasiva, dallo slang stradale a Frank Sinatra, dallo humming afroamericano alla voce-timbro dei cantanti jazz, da Amiri Baraka a Baraka Osama. Il trionfo dell’immagine non mi pare in contrasto con la forza centripeta della cultura vocale, semmai i due universi trovano confluenza nei dominii vasti e in divenire dell’audiovisivo.
In “Intorno al jazz” lei traccia una genealogia del jazz e “incontra” anche i sermoni che, scrive, sono stati una sorta di laboratorio proto-jazzistico. Il predicatore improvvisa partendo dai testi sacri. La predicazione stessa ingloba tecniche musicali come il call and response. Quanto questo esperienza ha contato per lo sviluppo del jazz?
Trovo che la tradizione del sermone (oggi attualizzata in strutture ospitanti anche gigantesche, come quelle predisposte a Houston dal Reverendo Creflo Dollar, attore di spettacolar-deliranti rituali del Sunday Morning) sia affascinante. In esso è riassunto un fermento culturale e musicale ove Inghilterra e Afro-America confluiscono sincretisticamente, sposando le tesi della laicità all’etica protestante, il catechismo al rigore morale, che spesso, nella realtà non solo attuale, esprime nelle vicende dei predicatori, o telepredicatori, il suo rovescio. Quanto al fatto che il sermone costituisce un’antecedente strutturale all’improvvisazione jazzistica, dubito. La struttura responsoriale e antifonale è un universale culturale, anche se spesso la formazione dei jazzmen, nell’infanzia, è avvenuta anche in Chiesa.
I confini tra parola e musica, parola e suono sembrano particolarmente fluidi nelle cultura a stelle e strisce (come ad esempio nel rap). È tipicamente americana questa reversibilità? Da dove proviene?
Anche qui, si tratta di un universale culturale. L’intera vicenda delle forme di poesia per musica, dal madrigale al blues, ne è permeata.
Il jazz è nato dall’incontro-scontro tra la tradizione europea e quella africana, tanto che in esso pulsa una ritualità africana. Quanto oggi la musica conserva valenze rituali? Oppure oggi si è completamente “liberata” di questa dimensione?
Oggi si assiste a una ritualità del rapporto col jazz. La “gente jazz”, come la chiamava Joachim Berendt, partecipa della spettacolarizzazione di questa musica come a un fatto rituale, spesso conformisticamente, talvolta con moti personali. Tutta la musica odierna, del resto, è partecipe di dimensioni rituali. Il discorso si fa anche troppo ampio, in tal senso, e lo demanderei a etnomusicologi, antropologi culturali e sociologi.
Al di là dei territori del jazz, cosa considera oggi interessante musicalmente? Cosa ascolta Luca Cerchiari?
Molto. Cito in ordine sparso: Erki Sven-Tuur, Barbara Casini, Claudio Ambrosini, Jon Faddis, Laurent Cugny, Stochelo Rosenberg. E il vocalese, cui Giuppi Paone ha dedicato l’ultimo titolo della collana L’Epos di saggi musicali “I suoni del mondo”, da me diretta.