La fantasia come fede nella realtà

Quale rapporto esiste tra la realtà e la fantasia, soprattutto nel campo della creatività letteraria? Quando un artista compone un’opera, essa è frutto della sua libera fantasia o di uno sguardo attento su ciò che lo circonda? La realtà è semplicemente uno «spunto» per i suoi voli fantastici?

Se la fantasia fosse solamente «evasione» dalla realtà, si realizzerebbe ciò che E. L. Masters ha efficacemente descritto nella sua celebre poesia Dippold, l’ottico. La fantasia sarebbe una bella lente capace di trasformare continuamente la realtà: nel momento in cui un uomo la indossa per veder meglio il mondo, questo scompare a favore di ciò che egli desidera vedere. La frattura tra realtà e fantasia sarebbe così compiuta.

E invece la fantasia è un modo di porsi davanti alla realtà, un’esperienza conoscitiva ricca e complessa, che però segue una logica diversa da quella ordinaria. È come quando si dice di guardare qualcosa con «altri occhi»: cambiano gli occhi, non le cose. Che tipo di occhio è necessario? Leggiamo Fiori e chiaro di luna sul fiume a primavera, un’antica poesia cinese dell’imperatore Yang-Ti (VII sec. d.C.):

Il fiume di sera
è immobile e liscio;
i colori del maggio
si aprono tutti.
Un’onda improvvisa
si porta via la luna;
e l’acqua di marea
arriva col suo carico di stelle.

La realtà di un’onda che confonde l’immagine della luna specchiata sul fiume nei riflessi increspati delle onde leggere, grazie allo sguardo poetico, viene trasfigurata in una visione a cui il lettore «crede» per la sua straordinaria efficacia rappresentativa. E il fiume diventa cielo, pur rimanendo quel che è. L’esperienza poetica qui non è affatto mera evasione: è invece una vera e propria «visione» della realtà.

Senza il reale non esisterebbero neanche la fantasia e l’immaginazione. La realtà è più ricca della fantasia perché è il seme che, in potenza, contiene tutto il suo sviluppo fantastico. Possiamo dunque dire che la fantasia è un modo specifico e pertinente di fare esperienza della realtà. Opporre realtà e fantasia significa dunque spaccare in due l’esperienza che l’uomo fa del mondo. La fantasia è un esercizio dello spirito, un modo per intuire, come ha fatto G. M. Hopkins nella poesia God’s Grandeur, che la realtà non è mai esausta (is never spent).