A proposito di miracoli

(L’esperienza delle PIETRE DI SCARTO)

Questa volta è stata proprio dura”, ci diciamo in coro appena arrivate, ma siamo soddisfatte: ci siamo date da fare, abbiamo cercato da sole oppure facendoci aiutare, chiedendo consiglio ad amici e parenti, coinvolgendo tutti in questo gioco appassionante.
Come si fanno i miracoli” – ci dicevano quelli ai quali ci siamo rivolte – “devi chiederlo a Dio: Lui certamente se ne intende” oppure “Ma che vai a pensare? Certo che ne hai di fantasia!” e qualche marito “C’è un mucchio di roba da stirare, quello sì che sarà un miracolo…”.

Ci sentivamo come esseri di un altro pianeta, stupide illuse che si danno a ricerche fasulle mentre urgono ben altri problemi da risolvere. Eppure siamo qui, nella sala della Biblioteca Comunale, che sentiamo ormai nostra, alla solita ora (beh, questa, però, è come al solito approssimativa).
Ciascuna di noi ha trovato più di una pagina di prosa o poesia, ma anche il testo di qualche canzone, qualche film e persino riferimenti a qualche opera d’arte. Notiamo con soddisfazione che il campo di ricerca delle nostre Officine va allargandosi ed approfondendosi, ma quel che più è importante è che continuiamo a conoscerci tanto da arrivare a prevedere l’ambito e il tipo di ricerca nel quale quasi sicuramente ciascuna si sarà cimentata.
Un’altra bella novità sono Vera Munafò, dottoranda all’Università di Messina in Scienze della Formazione e docente di lettere, che ha attraversato lo Stretto per essere con noi e Teresa Celestino, docente in pensione e attivissima volontaria ospedaliera, che può partecipare solo alle Officine perché tutti gli altri giorni è impegnata con l’AVO in Ospedale.

Guardiamo l’editoriale di Antonio nel quale abbiamo sottolineato alcune parti: per sapere come si fanno i miracoli è meglio prima chiarire che cos’è un miracolo, ci diciamo.
Nell’Editoriale è riportata la definizione di C. S. Lewis: il miracolo è un’interferenza nella Natura di un potere soprannaturale”, per cui non vi possono essere miracoli se, oltre alla Natura, non esiste qualcos’altro che possiamo chiamare soprannaturale.
Chi crede ai miracoli è ritenuto un povero illuso, ma illuso, dice Antonio, è, letteralmente, uno che si mette in gioco (in + ludus): meno male, ora sappiamo che non era in fondo offensivo, anche se magari lo era nell’intenzione di chi lo usava, l’aggettivo che ci è stato rivolto quando abbiamo chiesto collaborazione per i nostri laboratori. Che per certi versi, in rapporto, per esempio, alla realtà di Reggio Calabria ed ai limiti delle persone che li animano, sono autentici miracoli.
Per credere ai miracoli occorre, dice Antonio, sapersi mettere in gioco, stare al gioco, lasciarsi coinvolgere.
Il miracolo è un colpo di pietra al centro di un vetro, è la discontinuità, è l’irruzione di qualcosa che scuote l’umanità di ciascuno nei suoi desideri più profondi.
La discontinuità: cioè qualcosa che rompe la routine quotidiana, la melanconica ripetizione di atti tutti uguali, che, però, è anche molto comoda, osserviamo, poiché ci rassicura, permettendoci di mantenere il controllo delle situazioni. Peccato che uccida la vita, la libera creatività, ciò che rende ogni momento diverso da un altro e ti mantiene in attesa.
Che cosa è in grado di operare un miracolo nella vita?
Antonio riporta di E. Montale la famosissima “forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo” e noi decidiamo di fermarci su “rivolgendomi”: ci sembra che il come del miracolo sia indicato da quel gerundio che può significare qualcosa di diverso dal semplice voltarsi pur nella sua genericità, rafforzata dal forse e da un mattino, uno qualsiasi.

Intanto rivolgersi è diverso da voltarsi, allude ad un richiamo, ad un cambiamento di direzione per rivolgere la propria attenzione a qualcosa di diverso che prima non si poteva vedere perché stava dietro: ecco, il miracolo sta dietro mentre è davanti ciò che cattura l’attenzione, lo spettacolo solito, monotono, che si ripete sempre uguale, come un film rivisto più e più volte, del quale si conoscono i fotogrammi prima ancora che compaiano sullo schermo, si vedono le immagini ma non chi le proietta, né tanto meno chi le ha messe insieme per l’effetto voluto.
Rivolgendomi suggerisce un cambiamento non di ciò che è fuori, ma della prospettiva da cui guardo, che può rendere completamente diverso ciò che vedo: dice un “mio mutamento” che cambia la realtà, perché cambia il mio modo di percepirla, apre in me un terzo occhio che guardando vede, coglie ciò che prima mi sfuggiva, divenendo come gli occhiali da vista per gli occhi di un miope (Erri De Luca).
Ecco la funzione, l’importanza vitale dell’arte: ci aiuta ad accendere un terzo occhio e a non spegnerlo, a non ridurre il mondo a un flusso cosmico lattiginoso e monotono. Bisogna salvare il miracolo, dunque. Preservarlo, cercare la maglia rotta nella rete…come suggerisce ancora E. Montale nella lirica In limine, riportata nell’editoriale:
“cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va’, per te l’ho pregato, ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine”.
Versi bellissimi questi che ci aiutano a ricordarne altri dello stesso poeta: la ricerca del varco ne La casa dei doganieri e ne I limoni il profumo e il giallo degli agrumi, i primi brani con cui entriamo nel tema.
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)

Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni
…Ma l’illusione manca e riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolla
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Perché Montale parla di tesoro dei poveri? Solo perché la vista dei limoni non costa niente? Solo perché è offerta a tutti? Ma di fatto poi non tutti ne fruiscono.
Molti passano davanti ad un mal chiuso portone e scorgono l’albero acceso di bei frutti gialli, aspirano il profumo intenso e fresco che diffonde intorno il tesoro dei poveri: ma solo pochi sentono scrosciare in petto le trombe d’oro della solarità.
Come mai? Che cosa impedisce agli uni e permette invece agli altri di fare questa esperienza?
Leggiamo e commentiamo i brani che abbiamo trovato viaggiando nella letteratura, nella musica, tra qualche film che ci è stato consigliato ed alla fine ci viene in aiuto un brano dal libro di Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, l’italiana Nives Meroi, tigre di alta montagna, la definisce l’autore, tra le pochissime donne al mondo ad avere scalato sette dei quattordici giganti che superano gli ottomila metri. Il libro, un fitto dialogo tra Erri e la donna, riporta le parole che si scambiano quando, sotto la tenda, chiusi nel sacco a pelo, cercano di conciliare un sonno difficile ad alta quota, con poche parole rassicuranti nel silenzio pauroso della notte: parlano di tante cose e ad un certo punto…. anche di miracoli:
[…] I miracoli sono frequenti, ordinari. Reggono continuamente la vita e quando quella smette è perché ha smesso di spedire una carica pilota che faccia da guida al miracolo. Si muore quando non si chiede più. Il verbo della vita è chiedere, avere una domanda, lanciare il punto interrogativo verso l’alto, annuvolato o sgombro. Chiedere per forzare la solitudine, a bassa voce mandare lontano la richiesta, perché il soffio non il grido va lontano. Chiedere perché non chiedere è la resa.
Gli alpinisti parlano volentieri, anche da non credenti, di miracoli capitati. Senza bisogno di risalire a un credo, ammettono l’intervento di una forza maggiore. Chiamano volentieri miracolo la rinnovata vita che era stata sul punto di scadere […].
Se è proprio necessario far risalire i miracoli alla divinità, allora è una che non può evitare il maremoto nell’Oceano Indiano, ma può accorrere sul posto per strappare un rimasuglio di vite, inventare eccezioni.
Sono giochi di prestigio di un artista da circo che fa spalancare la bocca ai bambini. Sono loro gli intenditori di miracoli, quelli che li vedono apparire più spesso. Per scorgerli conta essere disposti a meravigliarsi.
Nato al sud, sono stato addestrato alla scaltrezza, ai riflessi rapidi per non passare da intontito. Si deve dar prova di sveltezza, il passante a Napoli è tenuto ad agire con destrezza, esibire un repertorio di cautele per evitare scippi, borseggi, inganni. Da noi si disimpara ingenuità, stupore.
Ma staccato da lì, spostato in montagna, ho ripreso l’impulso a stupirmi. Ci sono religioni che raccomandano lo stupore. Stare di fronte al mondo e alle persone con la sorpresa di stare affacciati davanti a meraviglie, a occhi ben aperti e vasi sanguigni dilatati […].
Lo stupore è uno scatto di gratitudine, in montagna lo imparo di nuovo e riesco a vedere mondo e facce sotto la luce radente delle apparizioni.

Erri De Luca ci aiuta a capire che se il miracolo è frutto dell’amore, se è necessaria la fede perché esso si verifichi, se è necessario chiedere, come abbiamo visto dai brani precedentemente letti, la condizione indispensabile è stare di fronte al mondo e alle persone con la sorpresa di stare affacciati davanti a meraviglie, a occhi ben aperti e vasi sanguigni dilatati.

Senza stupore non è possibile cogliere il miracolo anche quando esso avviene sotto i tuoi occhi, senza lo stupore, uno scatto di gratitudine che ti fa vedere mondo e facce sotto la luce radente delle apparizioni non è possibile il miracolo, uno spalancamento del cuore che illumina gli occhi perché vedano, affina l’udito perché colga un senso, un messaggio e non con l’arte paziente della riflessione, ma di colpo, con quella luce improvvisa che salta tutti i passaggi del ragionamento e ti fa vedere in un attimo quello che magari anni di impegno e di riflessione non ti avevano fatto vedere.
Erri De Luca ci aiuta a capire che se il miracolo è frutto dell’amore, se è necessaria la fede perché esso si verifichi, se è necessario chiedere, come abbiamo visto dai brani precedentemente letti, la di fronte al mondo e alle persone di stare affacciati davanti .Senza non è possibile cogliere il miracolo anche quando esso avviene sotto i tuoi occhi, senza lo stupore, uno che ti fa vedere non è possibile il miracolo, uno spalancamento del cuore che illumina gli occhi perché vedano, affina l’udito perché colga un senso, un messaggio e non con l’arte paziente della riflessione, ma di colpo, con quella luce improvvisa che salta tutti i passaggi del ragionamento e ti fa vedere in un attimo quello che magari anni di impegno e di riflessione non ti avevano fatto vedere.Capiamo allora perché sono i bambini gli spettatori ideali del miracolo, capaci di ascoltare le
fiabe, di entrare nel loro mondo incantato, felici di affidarsi a chi racconta, disposti a guardare con i suoi occhi e capiamo perché lo sono anche i poveri, con l’animo sgombro da tante ricchezze e le mani aperte ad accogliere, non chiuse a difendere (come è possibile vedere nel bellissimo passaggio conclusivo del film Caos dei fratelli Taviani), coloro che possono sentire scrosciare in cuore le trombe d’oro della solarità.
Ecco perché solo alcuni sperimentano una ricchezza anche se questa viene offerta a tutti, solo alcuni riescono a trovare il varco e sfuggire dalla rete che tiene prigionieri, solo alcuni riescono a voltarsi e, scoperto l’inganno di una realtà che è solo immagine, possono liberarsi.
Per sperimentare il miracolo bisogna aprirsi ed accordare fiducia: è questo in realtà il miracolo, ciò che avviene in seguito è semplice conseguenza.