Pugni & Strega, stridono i Nirvana.

«No, il vero dramma è che da un momento all’altro si era rotto l’incantesimo. Da un momento all’altro, dopo quella serie che mi aveva attaccato alle corde, i rumori e le grida e le voci e tutto il resto mi erano tornati addosso come un treno merci, e i colpi non li vedevo più al rallentatore, non avevo quella sensazione quasi magica che mi permetteva di giocherellare con i miei avversari, quella sorta di sguardo rallentato che mi faceva vedere i colpi non prima che partissero ma mentre ancora erano in movimento, e agire di conseguenza. D’un tratto la realtà si era ricomposta là davanti agli occhi così com’era, alla sua velocità, e questo mi terrorizzava.»

Metto su un glorioso ultimo disco (In Utero, Nirvana) per un libro che raccoglie tre racconti, Pugni di Pietro Grossi, (Sellerio, 2006), che ha immediatamente proiettato il ventottenne autore nella cinquina del Premio Strega di quest’anno. Per chi conosce, è facile imbucarsi allo Strega, mi dicono: a volte basta mettersi in tiro e guardare con aria di sufficienza nonhomailettounlibroinvitamia che ti fanno entrare nella splendida Villa Giulia, addobbata con cioccolatini e mignon del liquore omonimo al premio. Il resto è roba da party animals, a parte gli autori da sbirciare. Pietro Grossi aveva la faccia da ragazzo sveglio e, incredibile, per niente snob, biondastro e trasandatino, ma pulito.

Il libro l’avevo letto prima, ed è stata una sorpresa trovarne così ufficializzata la sua extraordinarietà: libro di racconti perfetti, opera prima non romanzo di formazione, nessun padrino padrone, editore di qualità nonostante gli arancini. Lo Strega è affogato nella vittoria telefonatissima del solito preannunciato, e Pugni ha preso solo 15 voti, arrivato n. 4 dopo l’amante proibita di Palmese, (Newton & Compton, 2006), ma chissenefrega: é la prova che un’opera di qualità può arrivare, grazie al solo tam tam dei lettori. Vox populi, vox Dei.

Non è che il ragazzo non abbia studiato, essendo transitato anzitempo per la Scuola Holden di Torino, ma mantiene una freschezza piena che lascia trasparire esperienze di vita differenti dal solito mondo accademico letterario Italia fin de siècle. Magari non morirà copywriter, mi auguro e gli auguro.
Tre racconti, il primo Boxe che vale da solo la spesa, la storia del combattimento di due giovani pugili antitetici, il Ballerino e la Capra, la velocità elegante e l’agilità innata contro la testa bassa e l’ostinazione muta e sorda, un finale degno di uno dei 49 racconti, la sfida esistenziale che ha come premio la rivelazione del senso profondo della vita. Il secondo, Cavalli, un western italiano che racconta le diverse maturità di due fratelli attraverso un paesaggio metafisico rurale, dimenticatevi la campagna contadinelle alla moda e casali ristrutturati alla mulino bianco. In La scimmia, chiude il trittico la fragilità umana, il delirio che riga indelebilmente la trasparenza del nostro rassicurante quotidiano, il destino bestialmente grottesco scelto dall’amico più fortunato, più ricco, più bello&buono.