Il blu crea spazio

“Non esiste una verità transculturale del colore”, lo afferma Michel Pastoureau nell’introduzione a Bleu. Histoire d’une couleur. Per Pastoureau nessun colore ha un significato assoluto ed il significato del colore è un fatto culturale, che varia nei luoghi, nei tempi e nelle classi sociali. Il blu, ad esempio, per gli antichi romani era un colore poco nobile, perché il colore degli occhi dei barbari; dimenticato, venne associato nel Medio Evo agli abiti dei mistici e dei santi: il blu è anche il colore del mantello della Madonna; nell’Ottocento, l’abito blu scuro era simbolo di indubbia moralità, da cui il presente e diffuso uso nelle uniformi; sembra sia oggi il colore preferito dell’Occidente: adottato persino nella bandiera della Comunità Europea; Comunità che importa dagli Stati Uniti il significato di forti simboli del secolo passato, ad esempio i blue jeans ed il genere musicale per eccellenza: il blues.

Da questi brevi flash sulla comparsa e scomparsa del significato del blu nella storia dell’Occidente è possibile aprire un campo di indagine sul significato assoluto dei colori: il rosso visto come colore della passione, il bianco come colore del candore verginale sono forse interpretazioni occidentali del significato dei colori. Semplicemente spostandosi sull’asse geografico, per un giapponese il bianco è, a sorpresa, il colore del lutto. Dunque, è possibile chiederci che cosa si possa affermare di transculturale sui colori. Allo scopo ci potrebbe venire in aiuto una affermazione di Antonio Spadaro sul bianco e un dipinto di Giotto.

L’affermazione di Spadaro, in occasione del suo intervento a BC, è: “Il bianco crea spazio” ed il dipinto è un frammento di un affresco che si trova nella Cappella degli Scrovegni, nella bella Padova. Giotto dipinge la Cappella nel 1305 circa, è un artista noto per il suo particolare uso del colore blu e per il fatto che dipinge con prospettiva frontale, ovvero a due dimensioni. Eppure, nascosta negli affreschi della Cappella degli Scrovegni, si trova una rappresentazione di una nicchia che da allo spettatore da, inaspettata, una impressione di profondità. E’ un’impressione sorprendente e non attesa, perché nella prospettiva bidimensionale, in assenza di punti di fuga, chi guarda non dovrebbe percepire un senso di profondità; eppure, l’autore riesce a far fare esperienza all’osservatore della terza dimensione utilizzando solo il colore blu. Si tratta di un punto di discontinuità nell’opera dell’autore che non utilizza la profondità prospettica. È in questa accezione che si può affermare che anche il blu crea spazio.

Antonio, con la sua affermazione riferita al fatto che gli oggetti bianchi sembrano non occupare lo spazio nella sua stanza, apre il discorso sui colori ad un altro fronte interpretativo: quando vediamo un colore ad esso associamo una serie di significati che dipendono dal luogo, dal tempo e dalla classe sociale a cui apparteniamo e da alcuni fattori di maggiore persistenza quali l’interpretazione dello spazio che ci circonda. L’affresco della Cappella degli Scrovegni è particolarmente significativo in quanto l’osservatore non potrebbe avere, con le sole regole prospettiche utilizzate dall’autore, una percezione di ulteriore dimensione, ma la profondità appare a chi guarda come una verità lampante. Quando questo fenomeno accade, ovvero la percezione di una verità indubitabilmente vera ma non spiegabile o dimostrabile con le regole appartenenti al mondo in cui ci troviamo, spesso viene chiamato col nome di conoscenza intuitiva. Di fatto l’osservatore intuisce la terza dimensione e la percepisce come tale.

Anche il logico matematico Kurt Gödel aveva qualcosa da dire a riguardo. A seguito della presentazione del suo teorema di incopletezza nel quale sostiene che in ogni sistema logico del secondo ordine e per tutti i suoi affini, esistono delle affermazioni che sono indubitabilmente vere ma che non possono essere dimostrate con gli strumenti interni al sistema, interrogato sul fatto che l’uomo avrebbe dovuto accontentarsi di un mondo in cui le domande fondamentali non possano avere risposta, ovvero essere dimostrate, risponde che l’uomo possiede almeno due diversi tipi di conoscenza: la conoscenza deduttiva, con la quale riesce a dimostrare verità partendo da altre verità e utilizzando delle regole; e una conoscenza intuitiva, attraverso la quale l’uomo ha percezione della verità senza bisogno della ragione deduttiva. Alla luce delle affermazioni finora fatte, il frammento dell’affresco di Giotto è un esempio di conoscenza intuitiva ed in questo contesto il blu può essere inteso non solo come un colore che crea spazio ma come il colore dell’intuizione. È difatti il blu e tutte le sue gradazioni a richiamarci quotidianamente all’esperienza della profondità e della percezione di un mondo ulteriore: quando alziamo gli occhi verso il cielo questo ci appare azzurro e poi indaco e poi blu notte e quando ci perdiamo con lo sguardo nelle profondità del mare è il blu che guida le nostre esperienze sensoriali. Questa è un’esperienza sensoriale transculturale perché appartiene all’essere umano ed al suo stare, fino ad ora, sulla Terra.

Il trucco utilizzato da Giotto, se di trucco si vuole parlare, è semplice da spiegare: è bastato coinvolgere l’osservatore nell’opera d’arte: chi guarda, intuisce la profondità della nicchia perché questa è dipinta del colore blu. Ora, il ruolo dell’osservatore nei confronti dell’opera d’arte è complesso e questo intervento non ha la presunzione di esaurirlo. Quello che si può dire è che qui il colore blu gioca forse la sua carta migliore: permette all’opera d’arte e all’osservatore di farsi tutt’uno. Di più: l’opera d’arte si fa viva solo grazie al suo osservatore che la fa rivivere mettendoci dentro tutta la sua esperienza di vita, tutti i blu della sua storia. La pagina di un libro o un quadro sono degli artefatti che permettono all’uomo di portare la sua attenzione a momenti o oggetti altrimenti insignificanti, come gli sguardi che abbiamo alzato quel giorno, nella distratta esperienza quotidiana, verso l’alto, verso il blu del cielo, e che si concentrano e rivivono in un colore visto nella rappresentazione di una nicchia.

In questa interpretazione, il processo artistico consiste e permette di dare senso all’esperienza attraverso l’esperienza. Un’affermazione, quest’ultima su cui riflettere. È un regalo di non poco valore di BombaCarta e del suo principale animatore, che esorto tutti i lettori, me compresa, e tutti coloro che si apprestano a realizzare e vivere arte, a fare sempre più chiaro, più disambiguo ed intimamente proprio.

2 commenti a “Il blu crea spazio”

  1. federica ha detto:

    molto interessante ma forse è meglio accorciare è troppo lungo in pochi hanno voglia di leggere

  2. Ma chi non ha voglia di leggere mica è costretto a farlo…

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *