Perdersi nella traduzione, sotto forma di poesia

“Poetry is what gets lost in translation” scriveva Robert Frost. Poesia, quindi, sarebbe letteralmente tutto ciò che si perde nella traduzione. Non soltanto la traduzione di tipo linguistico, ma anche quella propria di ogni processo artistico in senso stretto. La facoltà di comporre immagini, l’immaginazione appunto, è necessariamente legata a qualcosa che esiste in precedenza, al modello dell’immagine. È proprio qui che dobbiamo cercare l’origine e il significato delle nostre storie. È evidente però che non esiste un modello, un originale, ed è esattamente attraverso l’operazione di traduzione che scriviamo le nostre storie: le storie infatti rimandano al racconto e a ciò che le lega alla finzione, e il racconto delle storie rievoca le immagini del mito e del narrato.

Nel film Lost in Translation (Sofia Coppola, 2003) pare del tutto evidente la dimensione di spaesamento all’interno di una cultura diversa, per cui il personaggio perso nella traduzione si colloca proprio nello spazio sfumato che si crea successivamente al tentativo di traduzione di sé. In una scena in particolare, il regista giapponese di uno spot pubblicitario si comporta come se l’attore americano comprendesse esattamente le indicazioni, non curandosi in alcun modo delle ragioni del referente. Nella frasi della traduttrice dal giapponese all’americano, ridotte all’essenziale, vengono così perse le sfumature, che rappresentano la poesia, l’immaginazione, la componente fondativa dell’esperienza stessa. La mediazione, infatti, implica simmetria e parità di livelli relazionali che, però, il linguaggio verbale, a differenza del linguaggio del corpo, non permette in modo assoluto.

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In un’altra scena tratta da Daunbailò (Jim Jarmusch, 1986), a differenza del precedente estratto siamo di fronte alla rappresentazione un approccio anomalo – prima visivo, poi verbale – per un alienato in terra straniera, che infatti non si perde nella traduzione. Un italiano (Roberto Benigni) condivide una cella con altri due americani e, per farsi accettare, parla per frasi fatte (“se gli sguardi uccidessero, sarei già morto”, “qui non c’è posto neanche per dondolare un gatto”), prova ad adottare un canone linguistico che non è il suo. Ma i riceventi non ricevono perché non ri-vedono, non re-visionano il proprio punto di vista, rimanendo arroccatoi all’interno dei propri canoni. Come nella scena precedente siamo di fronte ad un problema di comunicazione, con la differenza che in questo caso il mittente si butta, si mette in gioco. Egli stesso, infatti, utilizzando l’immaginazione e l’inventiva cerca di recuperare la poesia che si perde nella traduzione – cosa vuol dire giocare con le parole se non disporre della realtà a proprio piacimento?

Il linguaggio perde così il valore della comunicazione verbale, quello che si dice diventa privo di senso e la componente integrante della comunicazione diviene non più quello che si dice, ma chi lo dice e come lo dice. Lo straniero è portatore di un messaggio e lui stesso diventa il messaggio di fronte a due riceventi sfiduciati dal potere comunicativo della parola – potremmo adottare la fortunata teoria di McLuhan per cui il medium è il messaggio. L’italiano si pone così eversivamente nei confronti della realtà chiusa, in cui sono ristretti i personaggi a causa le forme del linguaggio canonico “casalingo”.

Se l’informazione – il motivo della relazione – che si intende trasportare all’altro avviene attraverso l’unico medium di riferimento, il linguaggio alfabetico, ciò determina l’esclusione di una parte nel momento in cui si incontra disparità di contenuto e di formulazione dell’oggetto – cosa che non avviene quando il e l’altro-da-sé si incontrano in quanto essi stessi informazioni veicolate.

Ghost Dog di jim JarmuschNell’analisi di un’ultima scena, tratta dal film Ghost Dog – The Way of the Samurai (Jim Jarmusch, 1999), possiamo portare il concetto all’estremo: per far sì che ci sia comunicazione non c’è bisogno di traduzione. I due personaggi, un killer afro-americano e un gelataio haitiano che parla solo francese, si auto-definiscono come migliori amici: s’intendono a meraviglia pur senza capire ciò che si dicono perché non utilizzano il linguaggio verbale come veicolo semantico principale per capirsi; il senso dei dialoghi non è motivo della relazione di amicizia: i due parlano fra loro dicendo le stesse cose, nelle loro lingue diverse, senza saperlo. La relazione va oltre la comunicazione linguistica condivisa: ciò che è condiviso, infatti, non sta nella razionalità delle certezze ma nella consapevolezza di essere diversi nello stesso contesto.

Il paradosso della comunicazione oltre la lingua ci aiuta a tradurre il senso di un cosmopolitismo simmetrico, propenso verso l’altro, che si pone anch’esso come altro. La relazione a sé stante fra i due personaggi dimostra come il linguaggio incontri i limiti della razionalità imposta, a suo modo dominante e in grado di gestire le relazioni, mentre l’incontro converge verso determinati criteri di espressività che si fanno comprensione.

Il corpo comunicante che porta se stesso verso l’altro, come medium e come informazione, limita la ragione di un ordine dicotomico e riesce a superare, quindi, le incomprensioni verbali.

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