…perchè il tempo non li spurghi

Capita, discorrendo magari di un tema squisitamente culturale, che scappi un’inflessione dialettale. Molti, e tra questi il purista, inorridiscono a quella che è, a tutti gli effetti, una caduta di stile. Altri se ne compiacciono. Cercare le motivazioni di tanta ostilità verso il dialetto – voce imponente dei nostri paesi – esigerebbe, forse, un viaggio a ritroso – magari un percorso alla Conrad di “Cuore di tenebra”. Io comunque mi diverto da sempre a cogliere le reazioni che balzano dagli stridori di un meticciato linguistico.

Il corretto e forbito italiano fa da sempre status. Se postillato da personali coniature e licenze è decisamente dandy. Eppure il dialetto – a confronto, roba da ruspanti!… –  regge da sempre il peso di dipingere questo mondo di carne e di sangue. Quanti suoni buffi, alcuni così onomatopeici, ci accomunano e, in qualche modo, ci raccontano, tanto che viene facile abbozzare all’errore di sintassi o grammaticale.

Se dovessi accostare il dialetto a un dipinto sarei indecisa – anche a causa della mia pochezza in  materia – tra Rembrandt e Van Gogh. I ritratti del primo hanno tutta una narrazione senza veli: dalla pelle unta del naso al liquido lacrimale dell’occhio paiono catturare, al pari del dialetto, non l’essere ma la sua lontana essenza. Le folgorazioni del secondo sono invece pezzi di emotività che ben si accostano a un dire dialettale, anch’esso estremamente “colorato” come, nell’immaginario collettivo, sono le emozioni.

Il libro di Mariastella Sinopoli “Preces e profundo corde” (Preghiere dal profondo del cuore – Edizioni Pubblisfera) raccoglie centinaia di poesie, accanto a filastrocche, detti e nenie tutti in vernacolo, quasi a conferma che anche l’anima conosce il dialetto. Anzi, a dirla grossa, si potrebbe tranquillamente parlare di un dialetto dell’anima se è vero che nel dialetto questa si fa più autentica, silenziosa al mondo per sussurrare all’intimo, carica di memoria. Tanti sussurri che la Sinopoli ha pazientemente raccolto perché il tempo, ansioso sempre di svecchiare, non li spurghi ma li riavvolga a sé come sue naturali scansioni e tratti distintivi. Il merito maggiore dell’autrice è nella traduzione in un italiano che ha saputo mantenere e preservare tutto il pathos da cui le preghiere sgorgano.

Non mi è difficile immaginare il volto della donnina che ancora oggi recita una delle sue giaculatorie preferite. Un sospiro o un lamento si fa nota a legare il verso che diventa canto nella speranza che si condensi in cielo. In quella recita costante e opportuna c’è da sempre la più antica e sagace manutenzione di affetti e sentimenti.

Una sensazione a pelle, netta e vibrante, balza sempre quando sorprende, come il cucù di un vecchio orologio a muro, un’inflessione dialettale in un simposio all’insegna dell’italiano più puro. È la sensazione che di colpo cambi il vento. Diventa più caldo e sa di casa, e ti sfiora, e ti cerca e ti accomuna. Nella gemma di un attimo, ti fa sentire ricca nel poco.