Abitare l’imperfezione – Wittgenstein

wittVi è mai capitato di sentir parlare in continuazione di un film e di non riuscire mai a vederlo? Ecco, per me “Wittgenstein” è uno di questi film. Ieri, però, mentre mi trovavo in biblioteca, ho visto un libro di cui le altre volte non mi ero accorta: “Giustizia e comunità” di Antonella Besussi. Sfogliandolo ho trovato questa citazione, a dir poco insolita per un libro di politica:

Lascia che ti racconti una piccola storia. C’era una volta un giovane che sognava di ridurre il mondo a pura logica. Dal momento che era un giovane intelligente, ci riuscì davvero. E quando ebbe finito la sua opera, fece un passo indietro per ammirarla. Era meravigliosa. Un mondo purgato dall’imperfezione e dall’indeterminatezza. Infiniti acri di ghiaccio luccicante esteso all’orizzonte.

Così il giovane intelligente guardò il mondo che aveva creato, e decise di esplorarlo. Fece un passo avanti e cadde lungo disteso sulla schiena. Vedi, aveva scordato l’attrito. Il ghiaccio era liscio, livellato e immacolato, ma non ci si poteva camminare sopra. Così il giovane intelligente si sedette e pianse lacrime amare.

Ma mentre cresceva diventando un vecchio saggio, giunse a capire che la ruvidezza e l’ambiguità non sono imperfezioni. Sono quello che fa girare il mondo. Voleva correre e danzare. Le parole e le cose sparse sopra questo terreno erano tutte rovinate e offuscate e ambigue e il vecchio saggio vide che quello era il modo di essere delle cose.

Ma restava in lui una nostalgia per il ghiaccio, dove tutto era radioso e assoluto e inflessibile. Benché fosse riuscito ad apprezzare l’idea del suolo ruvido, non riusciva a convincersi a vivere lì. Così ora si trovava abbandonato tra terra e ghiaccio, e in nessuno dei due riconosceva la sua casa.”

da “Wittgenstein”, di Derek Jarman